Mattia Cupelli: “La Mia Ricerca Estetica, ‘Ruins’: Tempo, Arte E Spiritualità”

Mattia Cupelli, compositore e produttore di base a Roma, pubblica il nuovo album “Ruins”, anticipato dai singoli “Monolith”, “Egeria”, “Chant” e “Iris”. Fortemente influenzato da artisti neoclassici come Nicolas Jaar, Nils Frahm e David August, Cupelli in questo nuovo lavoro impara l’arte di far coesistere strumenti acustici ed elettronici per un omaggio alle antiche sacralità.

La Grecia Antica, gli Dei, il Partenone sono tutti riferimenti che Mattia Cupelli si porta dietro nelle 11 canzoni di “Ruins”, cariche di pathos ed emotività, lontane ma così vicine dai suoi primi lavori che si basavano principalmente su colonne sonore, musica orchestrale e musica per pianoforte moderno. Una <<rinnovata direzione artistica>> dove strumenti tradizionali si fondono con synth dilatati, tra riflessioni e momenti euforici, il tutto scandito dal Tempo, e da come l’essere umano si interfaccia con esso attraverso l’Arte.

Ecco l’intervista a Mattia Cupelli!

Ciao Mattia! Come mai hai scelto come titolo “Ruins”? E quando nasce nella tua mente il progetto?
Ciao! Il titolo “Ruins” deriva da uno dei temi principali dell’album, il Tempo. Le rovine, mi hanno sempre affascinato, amo il concetto di qualcosa che esiste da centinaia o da migliaia di anni ma che è arrivato fino a noi. Rappresenta il tempo stesso, e in qualche modo riguarda anche noi come esseri umani. Il progetto nasce circa un anno fa, a seguito di varie sperimentazioni ed idee musicali che ad un certo punto sono converse in questo album.

Combini i suoni classici con la più moderna musica elettronica e minimale. Come mai stavolta ti sei ispirato alla mitologia greca?
Sicuramente in questo lavoro prevale la mitologia greca, che in quanto italiano sento ovviamente più vicina rispetto ad altre culture più lontane. Detto questo il concetto di introdurre figure mitologiche nell’album fa parte di una mia ricerca estetica e quindi sonora sul concetto di tempo. Come per le rovine del titolo come dicevo prima, il passare del tempo e di come noi essere umani ci muoviamo all’interno di esso. Per quanto riguarda il sound, sì, sono presenti vari elementi di musica elettronica e di parti modern classica o minimale, che arriva da una lunga ricerca che ha trovato un particolare equilibrio in questo album, ed è una evoluzione naturale dal mio album precedente “Underneath”.

Il Tempo e l’Arte sono i due punti focali di “Ruins”. Cosa ti lega ad essi?
Sono sempre stato affascinato dal concetto di tempo, ed avendo studiato fin da piccolo musica classica sono sempre stato a contatto con un certo tipo di arte, appunto. Credo che il tempo sia l’unica vera valuta della nostra vita, e queste, per me, si lega e contrappone all’arte che “uccide” o ferma il tempo. Creare un qualcosa di veramente artistico ed importante ti rende in qualche modo immortale e fuori dal tempo.

“Ruins” alterna momenti euforici a momenti più riflessivi, come se fosse la colonna sonora di un’opera d’arte scultorea in costruzione. C’è un Mito in particolare che ti porti nel cuore fin da bambino?
Da piccolo mi affascinava il mito di Icaro, che preso dall’ebrezza del volo si avvicinò troppo al sole, per perdere le sue ali di cerca e morire in mare. Non so realmente perché, ma mi affascinava.

La parola ‘ruin’ in inglese è anche un verbo che sta a significare proprio il rovinare una situazione. C’è un po’ di “rovina personale” in questo disco? C’è qualcosa che deriva da qualche tuo trascorso sentimentale?
In realtà come spiegato prima il titolo si riferisce ad altro, dopotutto però per un musicista è difficile non mettere qualcosa di sé nella propria musica, quindi alla fine sì, anche se non voglio approfondire, ci sono un paio di momenti nell’album dove l’atmosfera “temporale” e rarefatta di cui parlavo prima fa largo a qualche melanconico tema pianistico. Nulla di troppo marcato comunque, il vero tema della mia musica rimane Tempo, Arte e Spiritualità.

La tua musica è ispirata da artisti come Nils Frahm e Nicolas Jaar. C’è un disco in particolare negli ultimi anni che puoi dire di aver consumato e che potrebbe averti dato una spinta alla creazione di “Ruins”?
Ce ne sono diversi, ma se dovessi sceglierne proprio uno direi “Sirens” di Nicolas Jaar. Il suo sound mi ha ispirato e mi ispira tutt’ora enormemente. Amo il suo approccio alla musica e la sua incredibile musicalità. Un vero e proprio punto di riferimento per me.

Come ti immagini i brani di “Ruins” dal vivo? C’è un luogo specifico in cui vorresti eseguirlo per intero?
Purtroppo per or non sono previsti spettacoli live, nonostante amerei suonare RUINS dal vivo. La mia musica dal vivo sarebbe molto diverse nell’arrangiamento, mescolerei e rimescolerei show dopo show ogni elemento a mia disposizione, e ci sarebbe anche molta improvvisazione all’interno dei vari brani. Da piccolo e da adolescente ho passato diversi serate e pomeriggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma tra concerti di musica classica e non, quindi se dovessi scegliere un palco per eseguire RUINS sarebbe di sicuro quello, al quale sono molto legato.

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