
C’è stato un tempo in cui il palco per Blanco era un ring dove finire al tappeto o, peggio, dove distruggere i fiori per non soccombere al peso delle proprie emozioni, ma al Palazzo dello Sport di Roma la musica ha raccontato un’altra storia. Se volessimo usare un’analogia cara ai fan dei manga, Riccardo Fabbriconi oggi è come Naruto: ha capito di avere dentro un demone potente e imprevedibile, una “Bestia a Nove Code”, un Kurama fatto di adrenalina pura e fragilità estrema, e ha finalmente smesso di combatterla per iniziare a dominarla.
Per contenere questo potere spirituale e non lasciare che la forza distruttiva prendesse il sopravvento, Blanco ha utilizzato due oggetti quasi sciamanici che in Giappone chiamerebbero Omamori (amuleti di protezione) o veri e propri strumenti di sealing (sigillo). Il primo è un asciugamano nero, tenuto sempre al collo o tra le mani come punto di ancoraggio fisico per asciugare non solo il sudore, ma anche l’ansia di un’energia che rischiava di strabordare. Il secondo è un cappello da pescatore che ha accompagnato la seconda parte dello show e che, tenuto stretto e mai abbandonato, è diventato lo scudo dietro cui rifugiarsi nei momenti di massima esposizione emotiva.
Lo show di Blanco a Roma: tra Gino Paoli e l’urlo liberatorio
L’inizio del concerto romano è un paradosso poetico dove le note di “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli cullano il palasport dell’EUR, creando un contrasto netto con il caos che sta per scatenarsi e segnalando che la bestia è finalmente sotto controllo, pronta a entrare in una stanza “senza soffitto” ma con basi solide. La scaletta si è rivelata una corsa a perdifiato tra i suoi primi tre album — “Blu Celeste”, “Innamorato” e l’ultimo “Ma’” — procedendo senza fronzoli e senza ospiti che potessero distrarre dal legame ancestrale tra l’uomo e il suo demone.
Da “Ti voglio bene uomo”, una dedica introspettiva a se stesso, fino alla preghiera finale alla madre con la title track “Ma’”, ogni brano ha rappresentato un tassello di questo nuovo equilibrio, culminando nella bolgia totale di “Finché non mi seppelliscono” e “Mi fai impazzire”.
La verità dietro il sigillo: tra fragilità e coraggio
Il momento di massima verità è arrivato però tra un pezzo e l’altro, quando Blanco si è messo a nudo senza filtri ammettendo la sua natura duale con una confessione disarmante: “Nella vita di tutti i giorni mi cago addosso, poi salgo qui ed è un’altra cosa. Grazie del vostro tempo”. È proprio in questa fragilità che risiede il segreto del suo personale “Nove Code”, poiché Riccardo fuori dal palco resta un ragazzo che combatte con le insicurezze comuni, persino con i dubbi linguistici più banali mentre chiede alla folla se si dica “pultroppo” o “purtroppo”.
Questa sua umanità è ciò che rende il suo potere sul palco così magnetico. Blanco non è un supereroe inattaccabile, ma un artista che ha imparato a dare del “tu” al proprio caos, trasformando quella che un tempo era una furia cieca in una consapevole e trascinante energia creativa.
La scaletta di Blanco a Roma
- Ti voglio bene, uomo
- L’isola delle rose
- Paraocchi
- Ladro di fiori
- Anche a vent’anni si muore
- Finché non mi seppelliscono
- Fuori dai denti
- Sai cosa c’è
- Maledetta rabbia
- Peggio del diavolo
- Belladonna (Adieu)
- Lucciole
- Piangere a 90
- Un briciolo di allegria
- La canzone nostra
- Nostalgia
- Los Angeles
- Blu celeste
- Woo
- Pornografia
- Notti in bianco
- 15 dicembre
- Innamorato
- Mi fai impazzire
- Brividi
- Un posto migliore
- Ma’
