
“Free” è l’album di debutto di Sacrane, nome d’arte di Stefano Pellegrino. Il disco, cantato interamente in inglese su atmosfere dark con richiami tra il folk, il soul e l’elettronica, è uscito nella giornata mondiale contro l’omobitransfobia.
All’interno dell’album, Sacrane ha esplorato “sentimenti e tutta una serie di emozioni che avevo processato ma che non avevo lasciato andare del tutto” e invita l’ascoltatore “ad abbandonarsi al ritmo della musica, nonostante i temi affrontati nei testi siano ben lontani dalla superficialità”. Ogni brano, infatti, rappresenta una celebrazione della libertà: di scegliere di continuare ad amare liberamente anche quando si viene feriti, di “spogliarsi” e di piangere, di correre e urlare, di ballare.

Ciao Sacrane! Come descriveresti l’album “Free”? E quanto ti sei sentito libero nel comporlo?
Comporre questo disco è stato sorprendente. Prima di potermi sentire veramente libero di andare avanti nella produzione, ho dovuto combattere una piccola battaglia, ma, una volta vinta ed essermi fatto un bel pianto, ha iniziato ad essere tutto più divertente e stimolante. Mi sono sentito fin da subito molto libero di esprimere pareri sul lavoro che stavamo facendo, riportando così dei feedback e suggerendo delle modifiche senza sentirmi in colpa di star chiedendo troppo a chi mi stava affiancando nel lavoro: eravamo, e siamo ancora oggi, una squadra. L’ho sempre considerato essere un progetto diverso e coraggioso, e sentivo che andava chiuso nella maniera più completa e rispettosa possibile, ed è esattamente quello che mi ha fatto capire di esserne davvero orgoglioso: oggi, ascoltandolo, l’emozione è talmente grande da farmi sembrare di ascoltare il risultato finale per la prima volta.
Il disco è uscito nella giornata contro l’omobitransfobia. Che significato ha avuto per te?
Posso dire che mi è sembrata una cosa opportuna e molto liberatoria, anche perché nella copertina di questo disco mi sono permesso di prendermi un piccolo rischio: ho scelto infatti di associare al titolo dell’album un’immagine coraggiosa di me, parlando soprattutto ad una determinata fetta di pubblico e lanciando come messaggio il fatto di non doversi curare troppo del giudizio fine a sé stesso ed essere liberi di mostrarsi per quello che si sente di essere. Quindi sì, è stato molto importante perché ci si dovrebbe sempre battere per la giustizia e la parità, e farlo anche attraverso la mia musica mi rende una persona libera e fiera.
Scrivere e poi ascoltare questo lavoro per te sembra quasi essere una terapia, sbaglio?
Queste canzoni mi curano ogni giorno di più. Anche dopo il rilascio di questo disco, mi rendo conto di quanto sia stato giusto attraversare tutto il processo di creazione e combattere contro gli ostacoli che si sono presentati sulla strada: hanno permesso che aprissi gli occhi su tanti interrogativi della vita le cui risposte non sono sempre così chiare ed immediate. Ad oggi, mi sento di essere molto grato, soprattutto alle persone che mi hanno volutamente cercato di buttare giù, perché senza di loro non ci sarebbe stato questo piccolo capolavoro che considero essere questo album. Ho trovato un modo tutto mio di fare pace con i demoni del passato, e penso che alcune cose dovessero andare esattamente così. Ho sempre creduto che tutto si vada ad incastrare alla perfezione, e questo lavoro non ha fatto altro che confermare il mio pensiero.
Perché la scelta di cantare in inglese e non in italiano?
Onestamente? L’italiano è molto difficile per me, e scrivere in inglese mi permette di non avere troppe regole, alimentando molto di più il mio spirito creativo nel momento in cui mi trovo nella disperata fase di montaggio del testo. Successivamente, quando riesco a trovare il giusto incastro, mi emoziono come un bambino. Dopo più di 10 anni di ascolto di musica pop internazionale, e la visione di centinaia e centinaia di film in lingua originale, arrivi almeno un pochino a pensare anche in inglese, no?
I brani di “Free” spaziano dal funk al dark. Ma qual è la vera anima musicale di Sacrane?
Come ti ho accennato, sono un bimbo della pop dance, a volte un po’ trance/EDM, ed a volte un po’ più rock. Ma sento che non tradirò mai il pop, ormai scorre nelle vene come una spumeggiante medicina. Sogno da sempre quel momento in cui, su un grande palco e con un determinato mio brano, potrò studiare e realizzare una particolare e drammatica coreografia insieme ad un vero e proprio corpo di ballo di ballerini: sarebbe il modo migliore per commuovermi. Non so perché, ma c’è qualcosa nelle grandi esibizioni pop, coreografate alla perfezione, che mi trasmette quella magica adrenalina e voglia di guardarle ancora, ancora e ancora.

