Nebraska: «Siamo Solo Luoghi. Sconfiggo Le Delusioni Ridendo»

“Jonio” è l’album d’esordio di Nebraska, pseudonimo artistico di Salvatore Spadaro, classe 2000. Un’autentica dichiarazione d’amore di un ragazzo del Sud Italia per la propria terra e vivendo a Roma, Nebraska torna spesso a pensare alla sua Calabria: “Jonio è l’allegria, la nostalgia, la semplicità e la bellezza.”

L’album è quasi un diario che racchiude attraverso pensieri e frammenti di quotidianità, la vita di un ragazzo fuorisede: partendo da infanzie felici tra spiagge e ulivi fino a estati afose romane. Nebraska presenterà “Jonio” il 4 febbraio al Wishlist di Roma, durante la serata si esibirà anche Matteo Alieno.

Nebraska "Jonio" copertina album

Ciao Salvatore! Il tuo disco, “Jonio”, è il nome del mare che bagna la Calabria, la tua terra d’origine, ma anche una zona di Roma, città in cui vivi. Nel disco unisci 13 diversi luoghi del tuo cuore, quali sono?
Mi è sempre piaciuto pensare che noi persone in realtà siamo luoghi. Ogni canzone del disco la associo ad un luogo preciso: alcune rappresentano luoghi reali precisi, altre sono luoghi, emozioni, sensazioni del mio inconscio.

Com’è la vita di un ragazzo fuorisede a Roma? Come mai hai scelto la Capitale?
La vita di un ragazzo fuorisede a Roma è un continuo confronto tra presente e passato…
Ritornando alla questione dei luoghi: quando sei un fuorisede sei costretto a ricercare l’equilibrio non in un luogo reale (come potrebbe essere una città come Roma), ma dentro te stesso. Ho scelto Roma perché mi ispirava musicalmente, la sua “decadente bellezza” mi attraeva già da lontano.


Affermi che “Jonio” è un disco “pieno di verità”. Ad esempio il brano “Non Mi Manchi Più” a chi è dedicato?
“Non mi manchi più” è dedicato a tutti quegli amori finiti con l’illusione che da soli si possa stare meglio… Ecco, non è mai così: stai male come un cane e fai finta che lei non ti manchi per cercare di andare avanti.

Si dice che la musica si scriva meglio dopo le delusioni. Mi sembra che però molti brani di “Jonio” abbiano una connotazione quasi fiabesca e positiva. Cosa ne pensi?
Ho sempre cercato di prendere tutto ciò che c’è di positivo dalle cose negative. Non mi piace piangermi troppo addosso; ridere di una delusione è un modo per sconfiggerla. L’arte per me è soprattutto sdrammatizzazione del negativo.

Nel disco ci sono due dediche, una a “Napoli” e l’altra al quartiere romano di “San Lorenzo”. Cosa rappresentano per te?
Sia Napoli che San Lorenzo sono amori fugaci legati ad un luogo preciso. Mi innamoro troppo facilmente della bellezza… Cosa c’è di più bello di innamorarsi tra i vicoli di Napoli o tra i graffiti di San Lorenzo?

Musicalmente “Jonio” risente molto delle atmosfere de I Cani, Gazzelle, Calcutta e Tutti Fenomeni. Ti senti un po’ “romanizzato”? 
Devo ammettere che Roma un po’ mi ha contagiato artisticamente. Se finisci nella routine della capitale inevitabilmente inizi a ragionare da romano e quindi a scrivere da romano. Io però sono calabrese e noi calabresi c’abbiamo la “capa tosta” quindi Roma non mi contagerà mai completamente. Combatto ogni giorno con me stesso per cercare di non perdere il mio accento terrone.

Però nel disco c’è anche una dedica alla tua città, “Siderno”. Come mai?
Non potevo non dedicare una canzone del mio primo disco al mio nido. Siderno è semplicità, verità, salsedine e rassegnazione. Ho cercato di raccontare la sua bellezza velenosa in uno dei tredici luoghi del mio disco.

Nebraska è anche il titolo di un album di Bruce Springsteen. Quali sono gli ascolti che ti hanno formato? C’è un album in particolare a cui sei più affezionato?
I progetti che influenzano di più la mia musica sono tutti quelli che hanno a che fare con il vecchio cantautorato italiano. Il disco che mi ha fulminato letteralmente è “Lucio Dalla” di Dalla.

Chiudi il disco con “Jonio” e canti “Il Tevere sa un po’ di te”. Puoi spiegarci meglio cosa rappresenta per te il fiume romano?
Anche se Roma è bagnata dal mare io da casa mia i mare non lo vedo. All’inizio del mio trasferimento questa cosa è stata traumatica. Poi ho iniziato a frequentare il Tevere pensando fosse il mio Jonio e devo dire che mi ha aiutato tanto. 

Sei un artista italiano con un nome di uno stato americano che ha chiamato il suo primo disco con un nome greco. Come ti senti a riguardo?
Non mi sono mai sentito una cosa sola, sarà questo il motivo. Mi piace pensare di essere tanti luoghi insieme, mi piace mischiare, confondere, stravolgere. Mi attirano gli ossimori… sarà per questo. Magari prima o poi Nebraska diventerà un produttore di musica techno, non escludo nulla.

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