MACHINE GUN KELLY: la recensione di “Hotel Diablo” (2019)

NOME

Machine Gun Kelly

GENERE

Rap

ESORDIO

Lace Up (2012)

ULTIMO ALBUM

Hotel Diablo (2019)

COPERTINA

ELENCO CANZONI

Sex drive
El diablo
Hollywood whore
Glass house (feat. Naomi Wild)
Burning memories (feat. Lil Skies)
A message from the count
Floor 13
Roulette
Truck Norris interlude
Death in my pocket
Candy (feat. Trippie Redd)
Waste love (Feat. Madison Love)
5:3666
I think I’m Okay (feat. Yungblud e Travis Barker)

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM

PUNTO DI VISTA

Il tanto atteso quarto album – per lo meno dallo zoccolo duro del suo fandom – dell’acclamato Machine Gun Kelly (al secolo Colson Baker), “Hotel Diablo”, è stato anticipato da tre singoli: “Hollywood Whore” (di totale stampo crossover, più che semplice omaggio ai compianti Linkin Park), la non apologetica “El Diablo” (prodotta da Ronny J) e “I think I’m OKAY”, giostrata insieme al cantante Yungblud (fortunato emulo di Gerard Way) e al batterista Travis Barker.

Potremmo partire da quest’ultimo, cui MGK regala un’echeggiante esplosione di sostrato emo-rock, per farvi sorgere una riflessione su chi influenza chi nel panorama hip hop: dopo le collaborazioni con gli MC XxxTentacion, Lil Nas X o il nostrano Salmo (col brano “Il Messia”) Barker è decisamente più vicino al mondo rap di quanto lo sia mai stato. E proprio sull’olbiese più famoso del momento non si sa se sia proposito o casualità che “Glass House” (quarta traccia di “Hotel Diablo”) abbia di fatto lo stesso sound del “Cielo Nella Stanza”.

Ma veniamo a noi: meno aggressivo dell’EP trap “Binge” del 2018, e più “all’arma bianca”, sornione col pop del predecessore “Bloom” del 2017, “Hotel Diablo” presenta una fusione di rap e rock in modo equilibrato e anche troppo misurato.

Questa quarta fatica del 29enne di Houston potrebbe essere vista come un progetto rivelatore e personale: in “Burning Memories”, azzeccato mix di new style ed old-school (funky in primis), MGK rappa le sue tormentate emozioni verso la figura paterna; nei brani “FLOOR 13” e “Waste Love”, entrambe collaborazioni rosa, fa riferimento alle sconfortanti riflessioni su depressione e suicidio.

Sì, se non fosse che queste tematiche erano già state ampiamente sviscerate in precedenza sia dall’autore, sia da altri del suo genere.

Torturato e introspettivo infatti, il set melodico e di genere esamina il trauma infantile, i pericoli della fama, i demoni che continuano a perseguitare il ragazzo e la mortalità strisciante. A fronte di uno stile di vita frenetico e spersonalizzante, Kelly invoca gli spiriti dei suoi amici e contemporanei Nipsey Hussle, Lil Peep, Mac Miller e Chester Bennington – la cui influenza incombe maggiormente, in particolare sul comparto stilistico di “Hollywood Whore” (ma più in generale, possiamo dire che l’influenza stilistica del secondo frontman dei LPMike Shinoda – è palpabile su ogni singola traccia che abbia un ritmo più basso dei 70 bpm, “Death In My Pocket” su tutti).

Complessivamente, Machine Gun Kelly pubblica un album che aspira fortemente alla solidità, questo va detto. Rincorrendo maturità e crescita personale come cantautore e musicista, presenta molta varietà in uno sforzo che comprende diverse produzioni (Ronny J, Tommy Brown, SlimXX e BazeXX).. ma si infrange spesso col già sentito.

Mentre i suoi contemporanei, da Juice WLRD a Post Malone, sperimentano e spingono sul punto di snervamento, creando nuovi suoni e forgiando nuovi percorsi, MGK si attiene a una formula collaudata che alla fine (pur avendo una forte orecchiabilità), sa un pochetto di insipido.

A tratti l’album risuona stagnante come se fosse bloccato in un timewarp del 2012 (anno del suo debutto “Lace Up” – che però aveva tutt’altro mordente). A tratti i brani più introspettivi ed accattivanti della setlist sono anche i più avulsi dal disco: come accadeva per “The Chronicles of Life and Death” dei Good Charlotte, il brano di ouverture, “Sex Drive” – in cui MGK porge i suoi ossequi al Kavinsky del cult movie Drive – è anche il migliore della rosa. E quella che doveva essere la vera spina dorsale dell’album, a detta dello stesso MGK (“I think I’m OKAY”, firmata Baker & Barker) suona di fatto come un altro a parte del cantautore che non coagula affatto verso l’omogeneo.

Ci sono di certo buoni spunti all’interno dell’album, ma non sembra esserci grande profondità né nel lirismo né nel contenuto. Nonostante il tiro del suo materiale riveli un nuovo spessore personale, Colson usa solo ciò che lui e altri predecessori hanno fatto prima. E lo fa un po’ peggio.

Sarà che dal gangsta rap si può maturare fino a un certo punto, sarà che il confronto con quello che è stato il disco consanguineo di maggior crescita e rivalsa personalePost Traumatic” di Mike Shinoda – risulta soverchiante su tutta la linea, ma “Hotel Diablo” ha la stessa credibilità di Pennywise in un negozio di Crystal Ball.

Forse lo si preferiva più velenoso, quando traviava adolescenti e forniva loro un pretesto per seguire la scontatissima mistica della cattiva strada, tutta droga m****tte e fucili carichi.

Forse dopo tutto questo vetriolo, tutto questo sparare a zero senza nemmeno vedere più il bersaglio, occorrerebbe deporre l’arma prima di scendere sul piano diplomatico. O quel che rimane avrà ben poco di profondo, per non scadere nel posticcio.

VOTO: 5,5

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