Nothing More, il report del concerto al Legend Club di Milano – 01 dicembre 2017

Non sono quello che mi è successo, sono quello che ho scelto di essere” (C.G. Jung)

Ci sono esperienze che difficilmente si riescono a descrivere a parole. Con i concerti talvolta è la stessa faccenda: alcuni lasciano il segno, altri veicolano un messaggio, altri ancora insegnano cos’è la vera professione di un musicista. L’esibizione dei Nothing More il 1 dicembre al Legend Club di Milano si può facilmente ascrivere nel novero di queste categorie.

Il quartetto texano di San Antonio, sorretto da solide spalle hard-rock (In Search Of Sun e Psycho Village), è capace di dare sfogo a tutta la carica adrenalinica che il crossover senza fronzoli o patinatura insegna col sudore e i denti scheggiati, quel genere di esperienza dal sapore ferroso che va ben al di là di una mera tecnicità musicale.

Jonny Hawkins, leader, cantante, percussionista, regista e pensatore del quartetto texano di San Antonio, è da sempre una figura poliedrica libera e combattuta al tempo stesso, reduce di vicissitudini familiari che l’hanno portato giocoforza a diventare anche un attivista e sensibilizzatore di masse sulla conoscenza dei problemi di salute mentale, e sul loro trattamento medico. Non è un caso che la loro ultima creatura, The Stories We Tell Ourselves, sia intrinsecamente pervasa di una natura terapeutica, una liricità che parla di ansie sociali, disillusioni, down umorali e lati oscuri, ma con un forte spiraglio di rivalsa personale ed una fame di battaglia da tigre di Mompracem.

E la stessa cosa accade e si riversa nei loro live: la band non è ancora ai suoi massimi storici, ha ingranato la strada verso il successo, ma proprio grazie a questa sua mediezza transitoria, regala esibizioni di rara bellezza e spettacolarità combattiva all’interno di spazi più intimi come potrebbe essere il palco del Legend 54 di Milano.
Infatti la sensazione è proprio quella di venire catapultati in un videoclip progressive metal degli anni 2000 stile Papa Roach/System Of A Down/Alien Ant Farm, dove l’interazione col pubblico era espressa dalla semplice contiguità col palcoscenico, in un’arena bellicosa che costituiva il banco di prova della propria presenza scenica.

Attraverso una scaletta di una quindicina di brani, da Christ Copyright a Salem (Burn the Witch) passando per tutti i singoli di punta del nuovo album, i Nothing More mettono d’accordo tutti: dal roncio che scalpita per il pogo più sfrenato al fan numero 1 dei Dream Theater, dagli esegeti del metal puro agli studenti di psicologia alle prese con gli scritti di analitica, ed alzano pure la posta con uno show dall’energia cinetica che potrebbe durare altre 2 ore senza nemmeno accorgersene. Tutto ciò già gli basterebbe a guadagnarsi una posizione nell’Olimpo delle novità rock che macineranno certamente miglia su miglia.

“Mille alleanze, un solo gladio” dicevano gli OneMic.
E questo, decisamente, i Nothing More l’hanno capito benissimo: non serve a niente provare a cambiare il mondo senza un briciolo di gradualità, bisogna partire dai canoni del genere per poi sovvertirne le regole. Il testo è strada, il live il mezzo, e la vita è sia il punto di partenza che quello di arrivo.

Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma divenendo coscienti del buio

Gianluca Ricotta

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