NOTHING MORE: la recensione di The Story We Tell Ourselves (2017)

NOME

Nothing More

GENERE

Hard Rock/Metal

ESORDIO

Shelter (2004)

ULTIMO ALBUM

The Story We Tell Ourselves (2017)

COPERTINA

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ELENCO CANZONI

(Ambition, Destruction)
Do You Really Want It
(Convict Divide)
Let’Em burn
Ripping Me Apart
Don’t Stop (1)
Funny Little Creatures
(React Respond)
Still In Love
Great Divorce
(Alone Together)
Go To War
Just Say When
(Accept Disconnect)
Who We Are
Tunnels
(End Begin)
FadeInFadeOut

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM

 

PUNTO DI VISTA

Ecco che ora entriamo nel campo del crossover puro e più esaustivo. E sconfinante in qualcosa di superiore da un semplice concept album, motivo per il quale vale la pena spenderci qualche riga in più, per delinearne un minimo l’essenza compositiva. Avete amato i Three Days Grace e i Lostprophets (fino al loro scioglimento)? Questo album fa al caso vostro. Vi siete entusiasmati con le pietre miliari di Incubus, Limp Bizkit e Papa Roach? Ascoltatelo per intero. Avete assorbito tutte le suggestioni dello space rock di Muse e Mutemath, il nichilismo dei Tool e le sonorità canore straziate di Flyleaf ed Halestorm? I Nothing More ripercorrono tutti questi capisaldi del prog/nu metal moderno, aggiungendo qualcosa di inedito.

“Molte volte c’è una sconnessione tra le storie che ci raccontiamo sulla realtà e la realtà stessa. Quella discrepanza è un vuoto dove la sofferenza e l’auto-frustrazione entrano spesso nella nostra vita” spiega il frontman della band Johnny Hawkins, cui la figura di Jim Morrison sembra quasi aver ispirato la costruzione della sua. The Stories We Tell Ourselves è un viaggio introspettivo dalla prima all’ultima canzone. Con richiami alla filosofia di Jung e Lewis, l’album suonerà effettivamente familiare a chiunque abbia bisogno di guardare profondamente dentro di sé e trovare la forza di continuare a fronteggiare le avversità”.

Colmo di intermezzi strumentali onirici ed atmosfere apocalittiche, il disco si presenta turbolento ed inarrestabile come un maroso in un dipinto di Turner. La riproduzione delle tracce, dalla prima alla diciottesima, segue un flusso di pensieri che attraversa tutto l’arco narrativo delle emozioni della vita umana e che si sposa alla perfezione con la musica alternative metal dai tratti epici e tormentati. Chitarre distorte ma compresse, bpm ai limiti della maniacalità e screaming di un’intonazione da competere col compianto Chester Bennington ottemperano al difficile compito di stupire il pubblico in ogni istante dell’ascolto. L’utilizzo poi (non certo il primo) della meravigliosa voce di Alan Watts, comunicatore e filosofo, strizza l’occhio a tutta una corrente di fautori del sincretismo filosofico che amano l’affabulazione della parola mista ad un sottofondo musicale ispirato ed evocativo.

The Stories We Tell Ourselves è quindi più di un semplice Long Playing elaborato ed emozionante: è un disco di auto aiuto, un esorcismo dei propri demoni e una narrazione vocale dove la vita è la protagonista assoluta e più che discussa.

Quando permetti a te stesso di aver paura, e non resisti all’esperienza della paura, stai finalmente cominciando a padroneggiare la paura stessa.

VOTO: 8

Gianluca Ricotta

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