
Dopo aver esplorato l’immaginario del calcio italiano con “Formazione Titolare” e “Punkinari”, i Materazi Future Club aprono un nuovo capitolo della propria storia con “The Italian job”, il loro secondo album per Woodworm / Universal Music Italia che guarda Oltremanica. Da Gianfranco Zola a Roberto Di Matteo, da Gianluca Vialli a Mario Balotelli, il disco attraversa storie di campioni e underdog, successi, cadute e percorsi personali, restituendo un ritratto del football lontano dalla sola celebrazione sportiva.
Il viaggio in Inghilterra è diventato anche un’occasione di confronto e rinnovamento per la band, che ha scelto di registrare il disco a Londra affidandosi a Jake Long, già produttore degli Snapped Ankles. Tra cori da stadio, interviste e frammenti di telecronache, il trio continua a trasformare il calcio in materia narrativa e musicale, raccontandone le contraddizioni, l’imprevedibilità e soprattutto il lato profondamente umano. Partito da Torino, il tour di “The Italian Job” porterà il trio milanese nei club italiani e internazionali.

Definite il disco come una dedica a calciatori e allenatori italiani che hanno fatto un “salto nel vuoto”, uscendo dalla propria comfort zone per affrontare un campionato diverso. Da dove nasce il titolo?
Il titolo nasce da un commento durante una partita in cui giocavano Zola, Di Matteo e Vialli: il telecronista a un certo punto disse “The Italian Job”. È anche il titolo di un libro di Vialli che racconta la sua esperienza.
In che modo questa idea si lega al vostro percorso di band e al viaggio fatto a Londra per registrare il disco?
Ci sono capitate alcune occasioni per fare esperienze all’estero, come suonare allo Sziget Festival nel 2025, dove abbiamo ricevuto una bella risposta da parte del pubblico. Poi, a Parma, abbiamo suonato con Jamz Supernova di BBC Radio 6 e, durante una cena, gli abbiamo raccontato il nostro progetto. Dopo averci ascoltato, ha scelto di passare “Hamsik” in radio e ci ha detto che ci sarebbe voluta una band capace di fare qualcosa del genere in inglese. Da lì è nata l’idea di portare avanti quello che facevamo, ma in lingua inglese. Abbiamo creato un ponte tra Italia e Inghilterra e abbiamo scoperto che esisteva davvero. A quel punto, invece di limitarci a scimmiottare un certo suono, abbiamo deciso di cercare un produttore che ci aiutasse a sviluppare questa direzione.
Da Zola a Balotelli, Conte, Calafiori, Tonali. Nel disco queste figure non sono legate solo a grandi vittorie, ma anche a difficoltà, fallimenti personali e sul campo. Perché era importante per voi mettere l’accento sull’umanità di campioni e underdog?
Ci piacciono le loro storie. Calafiori, per esempio, ci ha un po’ smentiti: avevamo realizzato il pezzo e poi ha vinto la Premier League. Ci aveva colpito anche il suo modo di essere: parla benissimo inglese, sembra un simpaticone e ha una certa iconicità nel modo di esprimersi. È proprio questo che cerchiamo nei personaggi che scegliamo. Per Tonali, invece, volevamo raccontare soprattutto la sua storia travagliata: arriva al Newcastle e si ritrova a dover affrontare un anno lontano dal campo per la vicenda delle scommesse. Sono vicende che ci interessano perché raccontano qualcosa che va oltre il risultato sportivo.
Ranieri viene descritto con un tono sognante, emotivo e una struttura pop, mentre Balotelli ha una dimensione dance distorta, in un continuo crescendo e senza ritornello. Come avete tradotto in queste precise scelte musicali le due personalità?
Nel disco precedente, spesso partivamo dalle basi musicali e solo in un secondo momento capivamo a quale calciatore associarle. Questa volta, invece, è stato tutto molto più naturale: musica e personaggio sono cresciuti insieme. Per Balotelli ci è venuto spontaneo utilizzare un basso dritto, che procede come un treno e sembra fregarsene di tutto, accompagnato da un crescendo di suoni che richiama anche l’andamento della sua carriera. Per Ranieri, invece, abbiamo voluto mantenere l’enfasi e l’emotività del suo commento. Ci interessava raccontare quello che era successo anche attraverso la musica: alla penultima giornata il Leicester aveva praticamente in mano un’impresa incredibile. Era un’emozione paragonabile a quella che proveremmo se la Roma vincesse lo scudetto.
Ma da dove siete partiti per costruire i pezzi?
Una delle cose da cui siamo partiti è stata capire se i calciatori avessero un coro da stadio dedicato. L’unico a non averne uno era proprio Ranieri. Abbiamo quindi provato a lavorare sulle sue frasi iconiche, come “How on earth did that happen?”, pensando anche di cantarle. È una frase incredibile.
Per questo lavoro vi siete affidati alla produzione di Jake Long, già al lavoro con gli Snapped Ankles. In che modo il suo apporto ha contribuito a iniettare nel disco il suono della scena UK e a definire questa nuova pressione sonora?
È stato lui a proporci di trascorrere una settimana nel suo studio. Per noi era un sogno, un’opportunità bellissima, e abbiamo deciso di affidarci completamente alle sue mani. Jake ha una grande esperienza come produttore in questo genere e ci ha aiutato a inserire nella nostra musica elementi del suono londinese. Ha portato le sue tecniche e il suo approccio produttivo, contribuendo a elevare il nostro sound e a portarlo a un livello molto più alto.
C’è un calciatore che non avete ancora toccato nella vostra produzione e che magari vorreste raccontare in maniera approfondita?
Ce ne sono tantissimi. Ognuno di noi potrebbe fare una lista di nomi diversi. Ci piace molto la storia di Messias, che è stato una sorta di talismano dello scudetto del Milan. Anche quella di Bove sarebbe interessante da raccontare. In generale, ci piace ragionare per progetti: sarebbe divertente, per esempio, affrontare Calciopoli o raccontare alcune grandi storie di calcio e tutto quello che ci gira intorno. Su Totti, invece, non basterebbe un disco!

Dopo quasi 100 concerti e il debutto internazionale allo Sziget Festival 2025, state vivendo una naturale evoluzione verso un suono più elettronico. Come si rifletterà questa svolta nel nuovo tour in partenza a novembre nei club italiani e internazionali?
Per il live stiamo provando e riprovando. Il nostro spettacolo cambia anche durante il tour, in base alla risposta del pubblico. Questa volta canteremo di più. Facciamo viaggi in macchina interminabili e ormai sappiamo a memoria le canzoni del Volo, non chiederci il perché. Dal punto di vista tecnico cerchiamo di essere il più leggeri possibile, anche perché oggi viaggiare è diventato molto dispendioso. Abbiamo realizzato questo progetto con il desiderio di portarlo all’estero, sia per vivere un’avventura sia per riuscire a costruirci un percorso professionale. Fuori dall’Italia ci sono realtà, reti e locali che funzionano meglio e che offrono maggiori possibilità. Vogliamo provare a coglierle.
Userete maschere speciali, legate all’immaginario del disco, durante questo nuovo tour?
Abbiamo recuperato alcune maglie da calcio che ci sono state regalate nel corso degli anni durante i tour e le abbiamo affidate a uno stylist. Ha costruito dei pezzi utilizzando proprio le stoffe di quelle maglie. Sono oggetti molto simbolici e potenti: le abbiamo già pronte e le porteremo sul palco.
