Mimosa Campironi: «La musica è ancora un luogo aperto dove possiamo tornare umani»

Attrice, pianista, cantante, Mimosa Campironi racconta il suo nuovo album "Real Life": tra libertà creativa e il valore dell'imperfezione

Riportare la musica alla sua dimensione più autentica, fisica e imprevedibile. È da questa esigenza che nasce “Real Life”, il nuovo disco di Mimosa Campironi, uscito il 16 ottobre per La Tempesta Dischi. Registrato dal vivo nella casa di Davide Toffolo, a partire da sessioni di improvvisazione al pianoforte, il progetto accoglie rumori, voci, presenze e imprevisti, trasformando la vita quotidiana in materia sonora.

Un lavoro che mette al centro l’ascolto, la libertà creativa e il valore dell’imperfezione, e che riflette anche il percorso artistico di Campironi, da sempre in equilibrio tra musica e teatro. “Real Life” sarà presentato dal vivo a Roma il 31 ottobre a Officina Pasolini in una performance che mette al centro l’improvvisazione e il rapporto con il pubblico. “La magia del disco sta proprio nella realizzazione di qualcosa che è nato spontaneamente, senza essere programmato. Anche dal vivo cerco di restituire la stessa dimensione”, racconta.

Come nasce “Real life” e quando hai capito che poteva diventare un disco?
“Real life” è nato in maniera particolare, sul momento, attraverso una composizione dal vivo. Stavo attraversando un periodo particolare della mia vita e Davide Toffolo mi ha invitata a casa sua. C’era un pianoforte e, a un certo punto, mi ha detto: “Registriamola”.

Qual è lo spirito del progetto?
Lo spirito del progetto nasce dalla condivisione e da una reazione a una musica sempre più plastificata. Credo sia necessario tornare a qualcosa di più fisico, naturale e autentico. Abbiamo microfonato la stanza e il pianoforte, seguendo il progetto di Enrico Berto, con l’idea di trasformare l’intero ambiente in uno strumento musicale. Abbiamo scelto quanto lasciare entrare nel disco e quali suoni mantenere: in alcuni momenti si sente il fuoco, in altri passano dei bambini, compare una gatta, si avvertono il vento, dei campanellini o persino una ragazza con il suo portapillole. Sono presenze che restituiscono la vita della stanza e diventano parte integrante della musica.

Perché hai scelto di affidarti all’improvvisazione invece che a una composizione tradizionale?
L’idea iniziale è stata di Davide, che ha avuto una sorta di scintilla. Ero andata a vedere una mostra dedicata a lui a Pordenone e, quando mi ha sentita suonare, ha avuto una visione: realizzare un disco che fosse il manifesto di un modo diverso di vivere la musica.

Nel disco anche rumori ed errori diventano musica: quanto è importante accettare l’imperfezione nel processo creativo?
Sono una perfezionista e vengo dal conservatorio. Con questo disco ho dovuto imparare a lavorare in modo diverso, accettando che si possa essere imperfetti e che si possa anche sbagliare. Ogni volta che suono devo essere pronta ad accettare quello che succede: può andare bene oppure no. C’è sempre un rischio.

Cos’altro hai imparato da questo disco?
È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto, anche nel modo di guardare alla vita. Il momento storico che stiamo attraversando sembra costringerci a perdere una parte della nostra umanità. Accettare l’imperfezione non significa tollerare ciò che è sbagliato o ingiusto, ma prendere coscienza del fatto che siamo esseri fallibili e che questo non è una colpa. “Real Life” è anche un gesto di cura: rallentare, prendersi del tempo. Per un certo periodo possiamo sentirci al sicuro, dentro uno spazio in cui è possibile anche sbagliare. Possiamo tornare a una dimensione di ascolto più distesa, che non abbia bisogno di consumarsi in fretta. Non c’è un singolo, e questa è una scelta precisa. Mi interessa raccontare un’operazione, un atteggiamento, più che un prodotto. La musica è ancora un luogo aperto, in cui possiamo esprimere dei concetti e piantare un seme. Ma può essere anche semplicemente un disco piacevole da ascoltare al pianoforte.

Quali influenze hanno guidato la tua ricerca sonora?
Sono una grande ascoltatrice di musica rock e classica, e a volte faccio dei mash-up incredibili. Riascoltando il materiale di “Real Life” mi sono accorta che dentro c’è tutto quello che ho ascoltato nel corso degli anni: affiorano echi dell’impressionismo, ma anche sonorità decisamente rock. Si passa da Debussy a Tori Amos. Un riferimento più teorico e profondo è quello di Stockhausen e John Cage. Oggi, però, penso che sia necessario ritrovare l’armonia. Il suono di una bomba non ha senso: mi interessa cercare una dimensione diversa, in cui il suono possa diventare uno spazio di ascolto e di possibilità.

Come immagini di portare dal vivo un disco così spontaneo e irripetibile?
Ho una struttura di partenza, una sorta di mappa fatta di armonie e ritmiche, ma all’interno di questa struttura rimane spazio per l’improvvisazione e per tutto quello che può accadere in quel preciso momento. Non si tratta quindi di riprodurre semplicemente il disco, ma di lasciare che la musica continui a nascere davanti al pubblico.

Quanto la tua formazione teatrale influenza il tuo modo di fare musica?
Per me non c’è una divisione netta tra i diversi linguaggi: è tutto parte della stessa cosa. Anche in “Real Life” c’è una componente teatrale, perché mi piace interagire e c’è una dimensione performativa che considero importante. È come avere due amanti.

Hai interpretato Giulietta nel Romeo e Giulietta diretto da Gigi Proietti al Globe Theatre di Roma, collaborando anche alla scrittura del tema musicale. Quanto ha influenzato quell’esperienza il tuo rapporto tra recitazione e musica?
Gigi Proietti, il Globe Theatre e la regista Loredana Scaramella mi hanno dato una possibilità incredibile: quella di comporre musica per le opere teatrali. Nelle opere di Shakespeare ci sono anche personaggi che cantano e, quando Gigi e Loredana si sono resi conto che scrivevo musica, mi hanno chiesto di occuparmene. È stata la mia prima esperienza davvero completa in questo ambito. Ho musicato molto Shakespeare e, grazie a quel lavoro, mi si è aperto un mondo. Romeo e Giulietta è stato un momento sensazionale, soprattutto per la possibilità di lavorare con Gigi Proietti. Aveva una sensibilità straordinaria per i tempi teatrali: sapeva persino misurare i tempi delle risate del pubblico, facendone parte integrante del ritmo della scena.

Quale delle tue esperienze, tra cinema e teatro, ti ha lasciato il segno più profondo?
L’esperienza di Romeo e Giulietta mi ha insegnato moltissimo. Un altro momento importante è stato lo spettacolo Zio Vanja, nel quale ho lavorato come attrice senza avere a che fare direttamente con la musica. In quell’occasione fui scelta come attrice pura, ed è stata un’esperienza formativa proprio per questo. Oggi lavoro spesso mettendo insieme linguaggi diversi, mentre allora ho avuto la possibilità di concentrarmi esclusivamente sulla recitazione. È stato importante attraversare anche quella dimensione.

Dove ti senti più a casa come artista?
Per me la musica è casa. Mi ritengo una persona fortunata: faccio un lavoro che mi piace e ho la possibilità di muovermi tra mondi artistici diversi. So che molti artisti vivono una condizione di precarietà e sento di avere avuto l’opportunità di esplorare più strade, senza dovermi limitare a una sola forma espressiva.

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