
“Se vale la pena” è un lavoro bilingue, in italiano e spagnolo, progetto di esordio del trio Cecilia Baliva & Balivas. Si tratta di un racconto sincero, ricco di momenti intimi, di ritmo e di tanta vita. Tra riflessioni profonde e consapevolezza sociale, nel disco esperienze personali e vissuti collettivi diventano racconti universali.
I brani nascono dalle parole e dalle canzoni “voce e chitarra” di Cecilia Baliva, che hanno preso nuova forma e vita con il basso di Chiara Bottazzi, le percussioni e cori di Chiara Mascarucci (insieme “Balivas”). Un incontro tra la canzone d’autore italiana e i colori della tradizione spagnola e del mondo, dove la musica diventa casa e condivisione.
Come nasce l’intesa con Chiara Bottazzi e Chiara Mascarucci e in che modo basso e percussioni hanno trasformato le tue canzoni nate “voce e chitarra”?
Ho incontrato Chiara Mascarucci perché cercavo una percussionista che mi accompagnasse durante un concerto e (per fortuna!) la persona che ho contattato mi ha indirizzato verso di lei. Ci siamo trovate subito in sintonia ed è stato naturale pensare di continuare a collaborare. E’ stata lei a presentarmi Chiara Bottazzi, convinta che in trio avremmo trovato una grande intesa: effettivamente è stato così. Entrambe hanno trasformato le mie canzoni aggiungendo, tramite i loro strumenti, le loro voci e le loro energie, sapori nuovi, intensi e potentissimi. L’intreccio delle nostre tre voci dà ai pezzi profondità e forza. L’intesa umana e l’idea che la musica sia condivisione rende il suonare insieme un’esperienza unica ed emozionante. E’ come se alla mia ricetta iniziale, essenziale ma buona, fossero stati aggiunti quegli ingredienti mancanti che la rendono saporita e unica.
Da “La ballata della CSA” a “Tangos de Roma”, come si conciliano denuncia sociale e dimensione intima?
Sono esperienze che ho vissuto in prima persona quindi si conciliano in modo molto naturale. Quando abitavo a Siviglia ho capito che cosa rivendicava veramente il movimento femminista e mi sono resa conto che ne sposavo tutte le istanze e che fino ad allora non avevo capito niente di femminismo. Sicuramente la Spagna era ed è ancora molto più “avanti” dell’Italia su questi temi, infatti la marea femminista poi diventata “ni una menos” è esplosa lì molto prima che in Italia. Sperimentare in prima persona la sorellanza, e osservare amiche attiviste forti e determinate che rivendicavano e mettevano in pratica valori che condivido appieno mi ha segnata e cambiata profondamente. Tra i concetti che mi colpirono di più c’è l’Ecofemminismo. Per me è stato illuminante mettere in relazione diseguaglianze e violenza di genere con lo sfruttamento (violento e senza scrupoli) delle risorse del pianeta, entrambi causati da un minimo comune determinatore: il sistema capitalista e patriarcale, basato sullo sfruttamento e sul dominio. Comprendere che non si possono combattere sessimo e violenza di genere senza combattere il sistema capitalista e le sue logiche mi ha davvero aperto la mente. In Spagna ho partecipato alla prima Comunità a Supporto dell’Agricoltura, modello in cui si mette al centro la dignità di chi lavora la terra e il rispetto per la stessa. Così, una volta tornata a Roma, sono diventata socia della prima CSA di Roma che si chiama Semi di Comunità, alla quale sono ancora molto legata, e ho scritto la Ballata, dedicata a questo modello che, secondo me, ha un potenziale trasformativo rivoluzionario enorme.
In “Il re piccolo” usi l’ironia per svelare chi teme i propri sentimenti. Ma l’ironia ti ha aiutato nel raccontare le relazioni d’oggi?
Nel caso de “il re piccolo” l’ironia mi ha aiutata a trasformare la mia rabbia in una canzone. Anche se non sempre uso l’ironia, è una cosa che spesso mi viene spontanea e credo che riesca a rendere diretti ed efficaci testi anche molto semplici.
“Se vale la pena” si interroga sulle paure di vivere, qual è la risposta che ti dai oggi dopo aver realizzato questo album?
In questo periodo storico agghiacciante e spaventoso mi sono chiesta spesso se avesse senso continuare a scrivere, suonare, cantare, insomma dedicare tanto tempo a qualcosa di apparentemente “futile”, mentre il mondo sembra cadere a pezzi. Queste domande hanno accompagnato i mesi di prove, arrangiamenti, chilometri in macchina, ore al telefono e al PC, registrazioni a casa e in studio…tutto questo mentre continuiamo ad assistere a un genocidio, alla corsa al riarmo, guerre, disastri ambientali, alla pubblicazione di documenti che hanno mostrato una elite mondiale disgustosa e criminale a capo di questo mondo – ancora una volta- profondamente capitalista e patriarcale.
Più di una volta con le Balivas ci siamo chieste: che senso hanno le nostre piccole canzoni in tutto questo? Che senso ha dedicare tempo a queste “futilità”? Poi abbiamo capito che continuare a costruire bellezza e raccontare alternative reali ed esperienze politiche positive è una cosa doverosa e necessaria, mettere in pratica condivisione, sincerità e autenticità sono esercizi di resistenza in un mondo sempre più individualista, superficiale, malvagio. Quindi si, dopo aver realizzato l’album possiamo dire che ne vale la pena…vale sempre la pena, è il come che fa la differenza!
L’album si chiude con “A Sevilla”, ‘dove tutto è iniziato’. Quanto l’esperienza spagnola ha davvero contaminato il tuo modo di scrivere e suonare le canzoni?
L’esperienza spagnola ha sicuramente contaminato soprattutto il mio modo di suonare. In Andalusia mi sono appassionata al flamenco, per anni ho ascoltato quotidianamente dischi di artisti come Camaron de la Isla, Carmen Linares, Enrique Morente e tanti altri…Oltre a viverlo con amici, per strada e anche sul lavoro (per un periodo ho lavorato come guida per una grotta di Flamenco del Sacromonte di Granada). Il flamenco è stata una presenza costante, tanto che sognavo di diventare una chitarrista flamenca. Nonostante non lo sia diventata, in molte canzoni uso alcune tecniche e ritmiche imparate lì, come il rasgueo o la pennata della rumba, oltre all’uso di tempi in 3/4 o 6/8. L’altra cosa che spero di essermi portata dietro è l’intenzione comunicativa autentica e profonda nel suonare e cantare, una cosa che mi ha colpita profondamente negli anni in cui mi emozionavo ascoltando e “sentendo” cantaoras e cantaores flamenchi, chitarristi e chitarriste che suonano e cantano con una profondità e un ’espressività rara. Con le Balivas l’auspicio è quello di poter andare a suonare presto lì nella città dove tutto è iniziato!
