Dragonflies: Dhani Harrison e Nigel Godrich tra loop, memoria e nuovi mondi

Dragonflies, il progetto di Dhani Harrison e Nigel Godrich, trova una propria forma tra strumenti che si cercano e suoni che si sovrappongono

Ci sono dischi che hanno bisogno di tempo per trovare la propria forma. Dragonflies, il progetto che mette insieme Dhani Harrison e Nigel Godrich, sembra nascere proprio cosรฌ: strumenti che si cercano, suoni che si sovrappongono, loop che diventano lentamente canzoni. Piรน che costruire un album secondo una direzione precisa, Harrison e Godrich sembrano lasciarsi guidare dalla musica, seguendola mentre prende forma.

Il risultato รจ un disco fatto di dettagli. Loop, synth, bassi, drum machine, voci e strumenti che sembrano trovare il proprio posto mentre li ascoltiamo. Non tutto viene spiegato e non tutto deve esserlo. Dragonflies preferisce suggerire, lasciare che siano i suoni a costruire il significato.

Il disco dei Dragonflies

Il viaggio comincia con “Slower”. Gli strumenti sembrano accordarsi, ritrovarsi con calma e poi rincorrersi. La voce di Dhani entra quasi sottovoce, dentro un loop ordinario, quotidiano, con una cadenza quasi da lavoratore del catasto. รˆ una normalitร  solo apparente, perchรฉ quando arriva il ritornello la voce sale, si fa piรน luminosa e inevitabilmente affiora qualcosa di familiare. C’รจ un’eco di George, e insieme un’ombra di certe atmosfere beatlesiane. Non รจ un richiamo esplicito al padre, piuttosto una somiglianza che arriva quasi naturalmente, nel modo in cui la melodia si apre.

Con “Setting Sun” il paesaggio cambia. Il basso e i synth cominciano a crescere e la canzone assume una tensione piรน inquieta. Si possono sentire echi dei Radiohead di “Hail to the Thief”, soprattutto nella costruzione dell’atmosfera, ma Harrison e Godrich prendono quella suggestione e la spostano altrove. Il brano cresce senza fretta, aggiungendo strati fino a creare una specie di pressione sotterranea.

“Straight Line” รจ invece una costruzione piรน delicata. La voce arriva soffice e intorno prende forma un’architettura sonora fatta di piccoli incastri. Anche la presenza di Nigel Godrich sembra quasi entrare nella canzone senza annunciarsi, come se fosse un altro strumento. รˆ uno dei momenti in cui si capisce meglio la natura del progetto: non una semplice collaborazione tra musicisti, ma un dialogo continuo tra voce, elettronica, strumenti e produzione.

Poi c’รจ “Ophelia”, che cambia nuovamente registro. La drum machine entra prepotente, con un battito quasi irregolare, asincrono, come un cuore che non riesce a trovare un ritmo stabile. Intorno a quel battito si muove tutto il resto: l’amore, gli echi, le voci, gli incroci sonori. รˆ una canzone fisica e allo stesso tempo sfuggente, dove gli elementi sembrano avvicinarsi e allontanarsi continuamente.

In “In Between” torna invece l’introspezione. La batteria procede per loop, la voce diventa ipnotica e la canzone sembra chiedere di essere attraversata piรน che ascoltata. Harrison ci porta tra le linee della musica, negli spazi che rimangono tra un suono e l’altro. รˆ un brano sospeso, quasi immobile, anche se sotto la superficie continua a muoversi.

La libellula di Dhani Harrison e Nigel Godrich

Questa sensazione di movimento trattenuto attraversa tutto il disco dei Dragonflies. Il titolo รจ particolarmente efficace: una libellula puรฒ sembrare ferma nell’aria e un istante dopo cambiare direzione. Anche queste canzoni funzionano cosรฌ. Restano a lungo dentro una stessa atmosfera e poi, quasi senza avvertire, prendono un’altra strada.

Il disco arriva infine a “End Of World”. Il titolo sembra promettere una conclusione apocalittica, ma la musica sceglie una strada diversa. La fine del mondo non arriva con un’esplosione: arriva lentamente, mentre Dhani e Nigel ci accompagnano quasi cullandoci. La canzone apre uno spazio nuovo e trasforma la fine in un passaggio. Come se dopo il mondo conosciuto ce ne fosse un altro ad aspettarci.

Ed รจ forse qui che il disco “Dragonflies” trova il suo senso piรน compiuto. Non tanto nella ricerca di una grande dichiarazione, quanto nella capacitร  di costruire un mondo sonoro nel quale perdersi per qualche minuto. Harrison porta con sรฉ una memoria inevitabile, quella di essere figlio di George, ma non sembra interessato a vivere dentro quella memoria. Godrich, dal canto suo, non si limita a produrre: ascolta, interviene, sposta gli equilibri.

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