Lil Jolie: «Via dai luoghi comuni con un disco di empatia condivisa»

"Luoghi Comuni" è il nuovo album di Lil Jolie, dopo le esperienze a Sanremo Giovani con Vale LP e Amici. Leggi l'intervista!

“Luoghi Comuni” è il nuovo album di Lil Jolie per BMG Italy, prodotto da Dario Mangiaracina. Il progetto apre a una nuova fase musicale dell’artista, dopo il primo progetto ufficiale “Bambina”, l’esperienza alla scuola di Amici, l’EP “La vita non uccide”, la partecipazione a Sanremo Giovani 2024 e il joint album con Vale LP “Le ragazze della valle” nel 2025.

‘’Luoghi Comuni nasce dal gioco di parole e il contrasto tra il ‘luogo comune’ come giudizio affrettato e il ‘luogo comune’ come incontro tra persone che insieme diventano una sorta di ‘minimo comune multiplo'”, racconta Lil Jolie.

Ogni storia raccontata, canzone per canzone, dipinge il quadro di una generazione che ha qualcosa da dire, che nella quotidianità riscopre il suo lato umano più profondo, lasciando anche un senso di speranza nei confronti di un futuro che può ancora cambiare.

Ciao Lil Jolie! Partiamo dal titolo dell’album, “Luoghi comuni”. Hai raccontato che gioca sui diversi significati di questo concetto.
Per il titolo ho fatto un po’ di brainstorming. Mi sono resa conto che questo è un album in cui ho empatizzato molto con le storie degli altri e in cui parlo apertamente dei miei veri amici. Inizialmente uno dei titoli provvisori era “Risonanze”, ma mi sembrava troppo ‘borghese’ e l’ho scartato. Poi “Luoghi comuni” è arrivato all’improvviso e ho deciso di tenerlo.

“Luoghi comuni” richiama anche lo smontare delle etichette che spesso vengono appiccicate agli artisti, specie dopo un percorso televisivo come quello ad Amici. C’è anche l’intenzione di lasciare determinate categorie fuori dai ‘luoghi comuni’?
Assolutamente. È un disco molto sincero, forse il disco della mia maturità. C’è molta verità, un mettersi continuamente in discussione e la volontà di lasciar andare cose che non mi appartenevano più.

Parlando proprio dei brani, com’è stato il processo di immedesimazione per far diventare tue le storie dei tuoi amici e trasferirle su traccia?
È stato il processo più naturale possibile. Per me l’unico modo per metabolizzare ed esorcizzare storie che mi avevano particolarmente segnata era scriverci su una canzone. L’album è molto autobiografico, ma mi sono lasciata trasportare dalle esperienze altrui in modo del tutto fisiologico: sentivo proprio il bisogno primario di farlo.

Dal punto di vista sonoro c’è un filo conduttore ben preciso, pur muovendosi tra pop e indie. È stata una scelta pianificata o è venuta da sé?
È venuto tutto in modo organico. Abbiamo suonato e registrato l’intero disco insieme ai musicisti, usufruendo di pianoforte vero, batterie vere e incisione su nastro. Mi piace l’imperfezione e l’errore umano, cosa che nel digitale puro tende a perdersi perché è tutto estremamente “in griglia”. A me piace swingare.

Alla produzione c’è Dario Mangiaracina. Come è nata la vostra collaborazione?
L’ho cercato io. Volevo fortemente collaborare con lui perché, ancora prima di conoscerlo di persona, avvertivo che avevamo un’anima molto simile. Il nostro primo incontro lo ha confermato: è stato come riconoscersi in un’altra persona. Questo disco è sicuramente tanto suo quanto mio.

Insieme a Dario hai cantato la cover di “Gomma” dei Baustelle. Perché proprio questo brano e cosa rappresenta per te?
Quel brano e quel disco in particolare (Sussidiario illustrato della giovinezza, ndr) sono stati la fonte d’ispirazione principale durante la scrittura dell’album. È un pezzo che parla di provincia e lo sento mio: mi riporta subito agli anni del liceo di provincia, quando guardavo le cose dalla finestra come se fossero montagne insormontabili o giganti da scalare. Oggi mi guardo indietro con una nostalgia e una malinconia generale, ma è un ricordo che riabbraccerei.

La malinconia sembra un motore creativo centrale per te.
È la mia emozione preferita: sono estremamente produttiva nella malinconia. È quasi un tarlo, un meccanismo in cui finisci per ricercare quella sensazione, quasi come una droga che ti lega anche alle cose dolorose.

Il disco affronta anche il valore della condivisione contro l’isolamento e l’individualismo spinto. Pensi che nella generazione dei ventenni ci sia un bisogno ritrovato di empatia e dimensione collettiva?
Uno degli obiettivi del disco era proprio questo. Io sono una persona estremamente sensibile ed empatica, non sono per niente individualista: faccio le cose per condividerle con gli altri, e per me la musica funziona esattamente così. Mi piace stare in studio, emozionarmi e sentire le stesse vibrazioni dei musicisti e dei produttori. C’è uno studio sociologico bellissimo sui neuroni a specchio: quando fai un pezzo e senti che all’altra persona sta vibrando la tua stessa parte del corpo, capisci perché lo stai facendo. È una sensazione condivisibile. Se dovessi individuare una parola chiave per questo album sarebbe proprio “sentire”.

I singoli che hanno anticipato l’album, come “Sophie” o “Passaporti e caramelle”, hanno mostrato varie sfaccettature. Credi che abbiano preparato bene il pubblico a ciò che trova nell’ascolto completo?
Se chi ascolta è una persona sensibile e attenta, sì. Ovviamente ascoltare il disco dall’inizio alla fine, in ordine, ha un senso preciso. Richiede un momento di introspezione perché non è un lavoro “facile”. Ma in questo momento della mia vita non mi interessa piacere a tutti: ho messo da parte quell’ansia, fa solo male e ti inquina come persona e come artista.

Guardando indietro, dalle prime pubblicazioni su SoundCloud fino ad oggi, passando per Sanremo Giovani e Amici, cosa è rimasto della Lil Jolie degli esordi?
Sono sempre la ragazzina che faceva musica nella sua cameretta. Ho la stessa identica fame, forse persino di più. Con questo disco vorrei essere riconosciuta e capita per quella che sono veramente, portandomi dietro tutte le anime che ho attraversato in questi anni.

Ci saranno date dal vivo?
Non abbiamo ancora annunciato nulla, ma ci stiamo lavorando. Vorrei portare in giro un tour totalmente suonato, salire sul palco con una band e “fare i pazzi”, perché è un disco che si presta molto alla sporcizia del live.

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