Frame: «Non più fermo nel passato, rimetto in movimento la mia vita»

"Non ho problemi a mettermi a nudo", racconta il rapper romano classe 2003 Frame nell'intervista sul suo primo album "Fermo immagine"

“Fermo immagine” è il primo album di Frame, rapper romano classe 2003, che raccoglie diverse influenze: dal rap, al pop, alla musica sperimentale. Composto da 11 brani, è un disco fortemente autobiografico. Per l’autore: “Fermo immagine è il mio progetto più personale e rappresenta, ad oggi, il mio biglietto da visita più autentico. Non a caso è la traduzione del mio nome d’arte, Frame. Ogni brano del disco è un frammento di vita: istanti catturati e congelati nel tempo, come fotogrammi che raccontano chi sono stato e chi sto diventando. Il simbolo principale del progetto è la videocassetta: un oggetto imperfetto, analogico, che conserva la memoria e la può anche distorcere”.

Dentro questa immagine si muove anche il cuore concettuale del disco. Continua a raccontare Frame: “È come se, secondo l’artista, ci sono alcuni momenti durante i quali una parte di noi continua ad andare avanti mentre l’altra rimane incastrata nel passato (da qui la metafora del nastro della videocassetta che si aggroviglia e ripete sempre lo stesso frame). Quella della videocassetta è un accostamento forte. Solo quando smettiamo di mentire a noi stessi ed acquisiamo consapevolezza del nostro passato, del dolore che ci lega ad esso e della sofferenza che ne deriva, possiamo lasciar andare davvero le cose e portare avanti la nostra vita. Fermo immagine è un tentativo di rimettere in movimento ciò che era bloccato, accettando le imperfezioni del ricordo e trasformandole in musica”. 

Ciao Frame! Il concetto di “Fermo immagine” ruota attorno ai ricordi e a ciò che resta bloccato nel passato. C’è un brano che hai scritto per “sbloccarti” più che per raccontare una storia? E, una volta finito, hai avuto la sensazione di aver davvero rimesso in movimento qualcosa?
Sicuramente l’outro, “La mia twin flame”. Più che un brano, per me è stato un vero e proprio atto di consapevolezza, quasi una richiesta di perdono rivolta a una persona. La fine di una relazione importante è stata ciò che mi ha spinto a scrivere l’intero disco, ma questo brano ha sempre avuto qualcosa in più: dentro ci sento la mia vera essenza artistica. Scriverlo mi ha permesso di prendere coscienza di quello che era successo, di affrontarlo e di lasciarlo andare. È stato il momento in cui ho smesso di rimanere fermo nel passato e ho iniziato a rimettere in movimento la mia vita e a guardare avanti.

Nel disco si passa da scenari quasi cinematografici e post-apocalittici come “Nel Vault” a brani estremamente intimi come “Solo un bambino”. Per te questi mondi sono una fuga dalla realtà o un modo diverso per parlarne senza filtri?
La musica, in generale, è sempre stata per me un modo per fuggire dalla realtà, per costruirmi dei mondi in cui poter sentirmi libero. Ma con questo disco avevo bisogno di fare qualcosa di diverso: scrivere proprio quella realtà che per molto tempo avevo fatto fatica ad affrontare. Era arrivato il momento di farlo. Nei brani come “Nel Vault” c’è sicuramente una componente più immaginifica, che mi permette di costruire scenari lontani dal mondo reale. In brani come “Solo un bambino”, invece, ci sono soprattutto degli appunti sulla realtà, pensieri molto personali che avevo bisogno di mettere fuori da me. è stata una forma di autoterapia, dove da una parte la musica mi ha permesso di evadere, dall’altra mi ha costretto a tornare esattamente nel punto da cui stavo cercando di scappare: dare sfogo al dualismo che abita ognuno di noi.

In “Fermo. Immagina” affronti il tema dell’ADHD e della soglia dell’attenzione, criticando anche la tendenza all’autodiagnosi. Quanto pensi che i social abbiano cambiato il nostro modo di vivere le emozioni e anche di ascoltare la musica?
Penso che i social abbiano un ruolo enorme nel cambiare il nostro rapporto con l’attenzione. Il famoso scrolling compulsivo ci sottopone continuamente a una quantità di informazioni, immagini ed emozioni che spesso non abbiamo gli strumenti per elaborare. Passiamo da un contenuto all’altro in pochi secondi e alla fine diventa quasi difficile capire cosa ci interessa davvero e cosa invece ci viene semplicemente messo davanti. Questo ha creato una sorta di illusione della realtà, in cui siamo costantemente connessi a tutto, ma allo stesso tempo rischiamo di non essere davvero presenti in niente. In musica, le nuove generazioni, fanno sempre più fatica ad ascoltare un disco dall’inizio alla fine, a concedere a un brano il tempo di crescere, di annoiarci persino, prima di arrivare a qualcosa. Non voglio mettere in discussione chi vive realmente una condizione come l’ADHD, ma mi interessa osservare quanto sia diventato facile riconoscersi in un disturbo quando ci sentiamo sovrastimolati o incapaci di concentrarci. Dare un nome a quello che proviamo può farci sentire meno persi, ma a volte rischia anche di diventare una scorciatoia per non chiederci da dove arrivi davvero quel disagio. Per me “Fermo. Immagina” nasce proprio da questa domanda: siamo davvero incapaci di concentrarci, o abbiamo semplicemente disimparato a stare fermi abbastanza a lungo da poterlo fare?

Hai detto che “Cinture di Insicurezza” è il testo più bello che tu abbia mai scritto, mentre “La mia Twin Flame” è il brano più sincero. Per te scrivere bene e scrivere con assoluta sincerità sono la stessa cosa oppure sono due cose diverse?
Dipende… La bellezza di un testo, almeno per come la intendo io, passa anche dalla metrica, dall’uso delle figure retoriche, dalla fonetica, dagli accenti. Io mi diverto molto a giocare con le parole, cercare assonanze particolari e costruire immagini attraverso le figure retoriche. Ma non credo che un testo debba essere necessariamente perfetto dal punto di vista formale per essere potente. Ci sono testi magari discutibili nella loro forma, ma che riescono comunque a risuonare in maniera fortissima nelle nostre emozioni. Per me, però, un testo diventa davvero completo quando sono disposto anche a sacrificare la forma per inserire un concetto che sento importante, che altrimenti non riuscirei a dire.

Dopo aver pubblicato un album così autobiografico, senti di esserti mostrato completamente o ci sono ancora dei “frame” che non sei pronto a far vedere?
In generale non ho problemi a mettermi a nudo, anzi, penso che siano proprio le cose più personali a rendere autentico un artista. Per i temi che ho affrontato in questo album, sento di aver detto tutto quello che avevo bisogno di dire. Questo non significa che non ci siano altri “frame” da mostrare, semplicemente, potrebbero appartenere a prospettive nuove, che magari avrò voglia di esplorare in futuro. Ora sono fermo con la scrittura e penso sia giusto così. Quando sentirò di nuovo la necessità di prendere la penna in mano, lo farò. Credo che un processo creativo non vada mai forzato, bisogna lasciare che le cose arrivino quando hanno davvero qualcosa da dire.

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