Ylenia Lucisano: «Il dialetto va dritto al corpo e alla memoria»

"Fuija Fuija (Slow)" è il nuovo brano della cantautrice calabrese Ylenia Lucisano, secondo capitolo del progetto avviato con "Terra Rossa"

Ylenia Lucisano – Foto di Antonio Stolfo

“Fuija Fuija (Slow)” è il nuovo brano della cantautrice calabrese Ylenia Lucisano, secondo capitolo del progetto ethnotronico, genere musicale che fonde le tradizioni musicali folkloristiche ed etniche con la produzione elettronica, avviato con “Terra Rossa”.

Il brano, fin dal titolo, racconta il conflitto interiore tra vivere alla perenne ricerca di qualcosa e il desiderio di tornare a un ritmo più umano. “Fuija”, in rossanese – dialetto calabrese parlato a Rossano, città d’origine dell’artista – significa “scappa” e rappresenta quella spinta che porta a rincorrere ogni impegno, ogni scadenza, ogni ambizione. “Slow” è l’opposto: non un inno all’inattività, ma un invito a rallentare e a vivere con più profondità e intensità, rallentando ma senza mai smettere di camminare

“Fuija fuija è quella voce nella testa che ti dice di correre, di fare sempre di più, come se il tuo valore dipendesse da quanto hai piena l’agenda. Slow è la coscienza quando ti ricorda che non c’è fretta, perché tutto arriva al momento giusto”, racconta Ylenia Lucisano.

“Fuija Fuija (Slow)” racchiude fin dal titolo due anime contrapposte: l’urgenza di correre e il bisogno di rallentare. Come è nata l’esigenza di unire la frenesia descritta dal dialetto rossanese con la dimensione “Slow”? Qual è stato il momento preciso in cui hai sentito la necessità di fermarti?
È nata dall’esigenza di trasformare in musica giornate frenetiche e prive di poesia. Non volevo raccontare un contesto astratto ma una realtà abbastanza comune: troppi caffè, la quinta call della mattina, incastrato tra un impegno e l’altro e la sensazione che in mezzo a tutto quel movimento non fosse rimasto spazio per se stessi. Non c’è stato un momento preciso in cui ho sentito l’esigenza di fermarmi, ma c’è stato un sottofondo dentro di me negli ultimi tre anni che mi suggeriva di rallentare. Ancora adesso ho questa spinta perché non è facile riuscire a vivere Slow in una società dove tutto è più veloce dei ritmi naturali dell’essere umano. 

In “Fuija Fuija (Slow)” e nel precedente singolo “Terra Rossa”, il dialetto rossanese diventa la tua “lingua della verità”. Cosa ti permette di esprimerti in dialetto rispetto all’italiano quando si tratta di raccontare te stessa e le tue origini? 
Il dialetto arriva prima della mente. L’italiano lo costruisci, è una lingua che passa attraverso il pensiero. Il dialetto rossanese bypassa tutto questo e va diretto al corpo, alla memoria, a qualcosa di antico che è dentro di te prima ancora che tu lo sappia nominare. Quando canto ” fuija fuija ma po’ caij'” (scappo scappo ma poi cado) vuol dire che non riesci a scappare da te stesso. Questa frase in italiano avrebbe perso metà della sua forza. Con “Terra Rossa” ho scoperto che il dialetto per me non è un elemento folkloristico o decorativo, è la lingua della verità e oggi è strutturale al mio progetto. 

Hai raccontato di aver scritto questo brano mentre progettavi il tuo trasferimento da Milano al Sud. In che modo il cambio di prospettiva geografica ed esistenziale ha influenzato la scrittura di questo brano e la costruzione del tuo nuovo percorso elettro folk?
“Fuija Fuija” è nata proprio in un momento di passaggio in cui stavo progettando di lasciare Milano dopo quasi 18 anni. C’era una tensione enorme dentro di me: la città che ti ha formato, che ti ha dato tutto in termini professionali, ma che ad un certo punto ti ha anche consumato. Il passaggio al sud non è stata una fuga, è stata una scelta voluta.. Tornare a un tempo più lento, più mio. Ed è esattamente quello che il brano racconta: non un inno all’inattività, ma un invito a vivere con più profondità quello che si fa. L’electro folk per me è la forma sonora di questa tensione, l’elettronica contemporanea che porta il ritmo frenetico, le radici del sud che portano il respiro lento. Devono stare insieme, perché è lì che vivo io.

Il brano fonde tradizioni folk ed etniche con la produzione elettronica firmata da Gerolamo Sacco. Come avete lavorato per bilanciare l’autenticità degli elementi tradizionali con l’innovazione dei suoni contemporanei? 
Con Ge il punto di partenza non è mai il suono, è la storia. Prima di toccare qualsiasi strumento, ci siamo seduti sulla materia umana del brano: cosa stavo vivendo, cosa volevo dire, da dove veniva quella tensione.Il folk e l’elettronica in Fuija Fuija non sono due elementi separati che si alternano, si intrecciano, si contaminano. L’autenticità non si preserva tenendo la tradizione separata dalla contemporaneità. 

Dai palchi del Concerto del Primo Maggio e dell’Arena di Verona fino a questo nuovo capitolo elettro folk, come è cambiata Ylenia come artista e cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi passi di questo viaggio musicale?
Non direi cambiata , direi che ho integrato delle parti. Quei palchi  sono stati scuola preziosa, un livello di esposizione che ti forma e ti mette alla prova. Ma erano contesti con logiche diverse, aspettative diverse, un’idea di successo che non sempre coincideva con quello che avevo davvero da dire. Oggi parto da me. Dal dialetto della mia città, dalla mia storia, dal ritmo che sento vero. I prossimi passi? Continuare a costruire questo progetto con la stessa coerenza. Non ho fretta. Ho imparato che rallentare non è perdere tempo, è fare le cose per bene.

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