
La doppia data romana de I Cani, alla Cavea dellโAuditorium Parco della Musica, รจ stato uno di quegli eventi in cui la nostalgia non ha niente di malinconico, ma diventa piuttosto un modo per riconoscersi. Dopo anni di assenza e il ritorno con “post mortem”, Niccolรฒ Contessa ha riportato a Roma un immaginario che, nel frattempo, รจ diventato quasi un piccolo lessico generazionale: lโironia di “Wes Anderson”, la disillusione di “Hipsteria”, la dolcezza storta di “Come Vera Nabokov”, fino a “Le coppie” e “Corso Trieste”. Il pubblico ha cantato, certo, ma soprattutto si รจ ritrovato dentro quelle canzoni: nelle loro nevrosi, nei dettagli apparentemente banali, in quel modo unico di raccontare la cittร e le relazioni senza mai prendersi troppo sul serio.
Forse รจ proprio questa la forza del ritorno de I Cani: scoprire che brani ormai โdatatiโ come “Velleitร ”, “Aurora”, “Sparire” o “Lexotan” non sono rimasti fermi al momento in cui li abbiamo conosciuti. Sono cresciuti insieme a noi, anche grazie a evoluzioni sonore pensate per questo nuovo tour, conservando intatta la capacitร di far sorridere e, subito dopo, lasciare una piccola crepa dentro ognuno. Alla Cavea, tra vecchie e nuove canzoni, quella crepa รจ diventata uno spazio condiviso: niente grandi proclami, con una band che ha lasciato parlare soprattutto la musica.
E non poteva mancare un “grazie Roma” da parte di Contessa, dopo due sere consacrate al pubblico romano. I Cani sembrano cosรฌ essere tornati nel posto che gli appartiene. Non quello della celebrazione nostalgica, perรฒ, ma quello, molto piรน interessante, di una band che continua a raccontare il presente proprio perchรฉ non ha mai smesso di osservarne le piccole, ridicole e malinconiche contraddizioni.
