Wilco a Roma: una canzone lunga più di trent’anni

Per due ore, all'Auditorium di Roma, i Wilco hanno attraversato il loro repertorio senza trasformarlo in un museo. Leggi il report dello show!

Non hanno avuto bisogno di grandi discorsi, i Wilco, per prendersi Roma. È bastato suonare. Per quasi due ore, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, la band di Jeff Tweedy ha fatto quello che sa fare meglio: attraversare il proprio repertorio senza trasformarlo in un museo, lasciando che siano le canzoni a costruire il rapporto con il pubblico.

La serata romana è arrivata nel pieno di un tour pensato come un viaggio dentro una carriera che supera ormai i trent’anni. Un repertorio enorme, capace di tenere insieme rock, folk, country, americana, pop e sperimentazione, e soprattutto una band che negli anni ha imparato a non considerare mai definitiva la propria idea di suono. Il formato di questo ritorno dal vivo, “An Evening with Wilco”, nasce proprio con l’idea di lasciare spazio al catalogo, con due set completi e senza artisti di supporto.

I Wilco conquistano Roma senza bisogno di spiegazioni

La scaletta romana ha avuto il merito di non cercare una narrazione troppo costruita: è stata piuttosto una fotografia abbastanza fedele di ciò che i Wilco sono oggi. L’apertura con “Handshake Drugs”, da “A Ghost Is Born”, mette subito in chiaro le coordinate: una band capace di partire da una forma rock apparentemente semplice e portarla altrove, attraverso chitarre, rumore e tensione. Poi arrivano “If I Ever Was a Child” e “Via Chicago”, due momenti che appartengono a due anime fondamentali della storia del gruppo: la scrittura intima e quasi confessionale di Tweedy e quella capacità di trasformare una canzone in qualcosa di più inquieto e imprevedibile dal vivo.

“Yankee Hotel Foxtrot” e le grandi canzoni americane

Con “I Am Trying to Break Your Heart” si entra nel territorio di “Yankee Hotel Foxtrot”, il disco che più di ogni altro ha definito l’immaginario dei Wilco. Pubblicato nel 2002 dopo una storia travagliata con la loro casa discografica, è diventato negli anni uno dei grandi album del rock americano contemporaneo. La canzone che apre il disco è quasi un manifesto: una melodia riconoscibile che viene continuamente attraversata da rumori, campionamenti e piccole interferenze, come se la forma della canzone fosse sempre sul punto di rompersi.

Subito dopo arriva “California Stars”, scritta da Woody Guthrie e portata alla luce da Billy Bragg e Wilco nel progetto “Mermaid Avenue”. È uno dei pezzi più luminosi dell’intero repertorio e, dentro una serata costruita anche sulle inquietudini sonore della band, funziona come una parentesi di pura immediatezza: una grande canzone americana, semplice e corale, che sembra fatta per essere cantata insieme.

Trent’anni di Wilco dentro una sola scaletta

La parte centrale della serata alterna passato e presente senza soluzione di continuità. “Evicted” riporta il pubblico all’epoca più recente della band: il brano appartiene a “Cousin”, album del 2023 prodotto insieme a Cate Le Bon, un lavoro nel quale i Wilco hanno continuato a spostare leggermente i propri confini senza perdere la riconoscibilità della scrittura di Tweedy. “Annihilation”, invece, arriva da “Hot Sun Cool Shroud”, l’EP pubblicato nel 2024, confermando quanto il repertorio recente sia ormai entrato naturalmente nel corpo della scaletta.

Poi ci sono i dettagli che raccontano la storia dei Wilco meglio di qualsiasi discorso. “Box Full of Letters”, dal debutto “A.M.” del 1995, riporta indietro le lancette fino agli inizi della band. “It’s Just That Simple”, sempre da “A.M.”, è una piccola particolarità: è infatti l’unico brano dei Wilco scritto e cantato da John Stirratt, bassista e membro fondatore, presenza costante nella storia del gruppo. “Hummingbird”, invece, riporta alla stagione di “A Ghost Is Born”, mentre “Bird Without a Tail / Base of My Skull” appartiene alla fase più recente e riflessiva di “Cruel Country”.

Da Chicago a Roma, passando per Papa Leone XIV

Uno dei momenti più curiosi è stato “Theologians”, dedicata al “Chicago pope”, Papa Leone XIV. Il riferimento è naturalmente alla città di Chicago, luogo di nascita di Robert Francis Prevost e città da cui provengono i Wilco. La dedica non ha bisogno di diventare un momento cerimoniale: resta un piccolo gioco tra la storia della band e quella recente della città, mentre la canzone conserva tutta la sua natura sospesa e malinconica.

E poi il concerto diventa una festa condivisa. “Impossible Germany” porta in primo piano Nels Cline e uno degli assoli di chitarra più riconoscibili dell’intero repertorio wilcoiano. È uno dei brani di “Sky Blue Sky”, album del 2007 nel quale la band aveva già iniziato a mettere in primo piano una dimensione più organica e musicale, lasciando ampio spazio all’interazione tra i sei musicisti.

Con “Impossible Germany” e “Jesus, Etc.” il concerto entra nel vivo

Dopo arriva “Jesus, Etc.”, la canzone che non ha bisogno di presentazioni. È uno dei momenti più amati di “Yankee Hotel Foxtrot”, costruito su una melodia delicata e apparentemente semplice, diventata negli anni una delle firme più riconoscibili dei Wilco. “Heavy Metal Drummer” aggiunge un’altra dose di nostalgia, mentre “I’m the Man Who Loves You” prepara il terreno all’ultima accelerazione.

La chiusura di un cerchio

Nel bis, “The Late Greats”, “Spiders (Kidsmoke)”, “Monday” e “Outtasite (Outta Mind)” chiudono il cerchio. Da una parte la componente più rumorosa e dilatata dei Wilco, dall’altra il rock diretto degli esordi e dei primi anni. È quasi una sintesi involontaria della loro storia. Album diversi, epoche diverse, ma una stessa idea di fondo: la canzone come punto di partenza, non necessariamente come punto di arrivo.

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