Dieci anni di “Avete ragione tutti”: il disco dei Canova che ha ucciso l’indie italiano

Mobrici riporterà il disco d'esordio dei Canova sui palchi di Roma e Milano con dei concerti unici, con tanti ospiti. Leggi tutto!

Nel 2016 sembrava l’inizio di qualcosa. Dieci anni dopo sappiamo che era anche la fine di qualcosa. “Avete ragione tutti”, il primo disco dei Canova uscito il 21 ottobre 2016, appartiene a un momento molto preciso della musica italiana: quello in cui l’indie stava smettendo di essere una nicchia per trasformarsi nel nuovo linguaggio del pop. C’erano Calcutta, Gazzelle, Thegiornalisti, I Cani, Coez e una generazione di artisti che stava progressivamente spostando il centro della musica italiana fuori dai codici tradizionali. I Canova stavano lì dentro, ma con una differenza sostanziale: non sembravano avere la pretesa di cambiare il mondo. Sembravano piuttosto quattro ragazzi che avevano trovato un modo naturale per trasformare in canzoni quello che vedevano intorno a loro.

È anche per questo che “Avete ragione tutti” continua a essere interessante dieci anni dopo. Non è un disco che cercava grandi dichiarazioni generazionali, anche se alla fine è diventato proprio questo. Raccontava la vita quotidiana, le relazioni, le serate, il sesso, la noia, Milano, la voglia di partire e quella di restare, con un linguaggio diretto e spesso ironico. “Vita sociale”, “Expo”, “Brexit”, “Portovenere”, “Manzarek”, “La felicità” sono titoli e situazioni che nel 2016 erano semplicemente contemporanei e che oggi, inevitabilmente, sono diventati anche una fotografia di quell’epoca.

Un disco nato prima che l’indie diventasse industria

La storia del disco è inseparabile da quella della scena in cui è nato. I Canova erano soprattutto una band da sala prove e da concerti, e “Avete ragione tutti” fu realizzato con mezzi relativamente piccoli. Mobrici ha raccontato di un budget di circa quattromila euro e di un lavoro costruito sostanzialmente attorno alle canzoni e alla dimensione della band. Poi arrivò il pubblico: un anno da circa 120 concerti e una crescita molto più veloce delle aspettative iniziali.

Il paradosso sarebbe arrivato dopo. Nel 2019 uscì “Vivi per sempre”, un disco più ambizioso, realizzato con una struttura molto più grande e con aspettative inevitabilmente diverse. Non funzionò allo stesso modo e poco dopo i Canova si sciolsero. È una parabola che, riletta oggi, sembra quasi rappresentare in piccolo quello che è successo all’intero indie italiano: una scena nata con pochi mezzi e molta urgenza che ha cominciato a ricevere attenzioni, soldi e aspettative, fino a diventare parte integrante dell’industria che inizialmente sembrava voler aggirare.

Mobrici oggi lo racconta con una certa lucidità e anche con una certa amarezza, arrivando a definire fallita la rivoluzione indie. È una lettura interessante proprio perché arriva da uno dei musicisti che quella stagione l’ha vissuta dall’interno. L’indie, in effetti, ha contemporaneamente vinto e perso: ha conquistato radio, classifiche, festival e palazzetti, ma proprio nel momento in cui è diventato il nuovo mainstream ha smesso di essere quello che era. Il sistema non è stato rovesciato, ha semplicemente imparato a parlare quella lingua.

“Vita sociale” oggi racconta qualcosa di diverso

Dentro questo percorso, “Vita sociale” resta probabilmente la canzone più rappresentativa dei Canova. Nel 2016 raccontava una generazione che aveva imparato a convivere con una certa forma di precarietà emotiva: uscire, stare insieme, avere relazioni complicate, sentirsi fuori posto e allo stesso tempo cercare continuamente un posto dentro qualcosa. Era una canzone sulla solitudine che diventava, dal vivo, un grande momento collettivo.

Dieci anni dopo è difficile non ascoltarla in maniera diversa. La vita sociale è cambiata profondamente e anche il significato della parola si è allargato: non riguarda più soltanto le serate e gli amici, ma anche la presenza permanente sui social, la necessità di essere raggiungibili, aggiornati e visibili. Quella sensazione di non essere abbastanza presenti, che nel 2016 poteva sembrare quasi una caratteristica della giovinezza, oggi è diventata una condizione molto più generale. La canzone non ha bisogno di essere aggiornata perché siamo noi ad aver cambiato il modo di leggerla.

Lo stesso vale per alcune delle altre tracce. “Expo” e “Brexit” sono diventate involontariamente capsule temporali, perché erano legate a un presente molto preciso che oggi è già storia recente. Eppure il disco non sembra vecchio nel suo nucleo emotivo, perché sotto quei riferimenti rimangono sentimenti molto semplici: il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, la paura di crescere, il desiderio di amare senza sapere bene come farlo e quella sensazione, molto anni Dieci, di avere davanti un futuro enorme senza sapere esattamente cosa farsene.

Il decennale non è soltanto nostalgia

È per questo che il ritorno di “Avete ragione tutti” sul palco arriva in un momento particolarmente interessante. Mobrici ha annunciato due appuntamenti romani all’Atlantico, il 20 e 21 novembre, e una data al Fabrique di Milano il 2 dicembre, con l’intenzione di eseguire il disco per intero e poi attraversare quello che è successo dopo i Canova. Ci saranno anche alcuni “amici di una vita”, ma i nomi degli ospiti non sono ancora stati annunciati.

La cosa importante è proprio questa struttura: non si tratta di una reunion dei Canova e nemmeno della semplice riproposizione nostalgica di un vecchio album. Mobrici torna dentro quel disco da solo, dieci anni dopo, e lo mette in relazione con tutto quello che è venuto dopo. Il pubblico che lo ascolterà non sarà più quello del 2016: molti di quelli che allora avevano vent’anni oggi ne hanno trenta, hanno cambiato città, lavori, relazioni e probabilmente anche il modo di ascoltare la musica. Altri, invece, arriveranno a quelle canzoni senza aver vissuto direttamente quella stagione.

Chi potrebbe salire sul palco?

Se si prova a leggere il passato per capire quali potrebbero essere gli ospiti, i primi nomi che vengono in mente sono Gazzelle e Fulminacci. Non sono soltanto artisti appartenenti allo stesso ambiente musicale: entrambi erano già stati ospiti dei Canova nel 2019, durante “Milano per sempre”, il concerto organizzato al Magnolia per celebrare la storia della band.

Con Gazzelle, oltre a condividere la stessa etichetta, Maciste Dischi, i Canova avevano suonato “Quella te” e “NMRPM”, mentre con Fulminacci Mobrici aveva cantato “Stavo pensando a te” di Fabri Fibra. Quel precedente rende entrambi nomi plausibili per un ritorno sul palco, anche se naturalmente non significa che siano stati invitati o che saranno presenti. Nel caso di Fulminacci, inoltre, c’è un legame molto recente: nel 2026 i due hanno collaborato a “Sono pazzo”. Con Gazzelle, invece, “Scende”, la collaborazione con Mobrici, permetterebbe di raccontare anche il percorso successivo alla fine della band.

Calcutta sarebbe il nome più simbolico

Il nome più suggestivo, anche se molto più difficile da prevedere, sarebbe quello di Calcutta. I due appartengono alla stessa generazione e a quella stessa stagione musicale che nel 2016 sembrava avere davanti una strada completamente nuova. Oggi hanno anche collaborato a “Astri”, e proprio per questo un’apparizione di Calcutta avrebbe un significato che andrebbe oltre il semplice featuring.

Se Gazzelle e Fulminacci rappresentano la memoria concreta dei Canova, Calcutta rappresenterebbe invece la memoria di una scena intera. Sarebbe l’incontro tra due artisti che dieci anni fa erano dentro il futuro della musica italiana e che oggi possono guardare quella trasformazione con sufficiente distanza per capire cosa abbia funzionato e cosa no. Cantare “Astri” sul palco di un concerto dedicato ad “Avete ragione tutti” sarebbe quindi un modo per collegare direttamente il 2016 al 2026.

Ci sono poi altri nomi che hanno avuto rapporti con Mobrici negli anni: Dente, Vasco Brondi, Willie Peyote, Frankie hi-nrg mc e Dimartino. Dente potrebbe riportare sul palco “Un bacio”, Dimartino “Interstellar”, mentre Willie Peyote e Frankie hi-nrg mc hanno già condiviso con Mobrici momenti importanti della sua carriera live. Ma, in assenza di annunci, è più corretto considerare questi nomi come possibilità narrative e non come anticipazioni.

Perché, alla fine, “avevano ragione tutti”

Alla fine, il senso del decennale potrebbe essere proprio nel titolo. “Avete ragione tutti” era una frase ironica, quasi una risposta a tutti quelli che negli anni avevano avuto qualcosa da dire sui Canova e sulla loro musica. Dieci anni dopo sembra invece una frase molto più ambigua, perché in qualche modo avevano ragione tutti: aveva ragione chi pensava che l’indie avrebbe cambiato la musica italiana, aveva ragione chi prevedeva che sarebbe diventato mainstream e aveva ragione anche chi sosteneva che, una volta entrato nell’industria, avrebbe perso parte della sua identità.

Oggi, quelle canzoni raccontano un’epoca finita, una band finita e una scena che ha cambiato pelle. Ma raccontano anche persone che nel frattempo sono cresciute e che, riascoltandole, possono ancora riconoscere qualcosa di sé. Forse è questo il vero senso di riportarle sul palco. Non dimostrare che “Avete ragione tutti” è ancora il disco del 2016, ma scoprire cosa succede quando un disco del 2016 incontra le persone che lo hanno ascoltato per dieci anni.

Alla fine, più che una reunion, è un confronto con il tempo: un disco che torna a suonare per capire se siamo ancora gli stessi che lo cantavano allora.

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