Marcio: «Cerco sempre di trasformare le emozioni in immagini»

"Ribes" è il nuovo singolo del cantautore Marcio, che racconta la forza degli incontri destinati a lasciare un segno. Leggi l'intervista!

“Ribes” è il nuovo singolo del cantautore urban pop Marcio, che racconta la forza degli incontri destinati a lasciare un segno e il modo in cui alcune persone riescono a cambiare il nostro percorso. Attraverso una scrittura intensa, evocativa e quasi cinematografica, l’artista esplora la complessità dei legami umani, dando voce a relazioni che trasformano, insegnano e ridefiniscono il nostro modo di guardare il mondo.

Il titolo nasce da una metafora presente nel testo: il ribes diventa l’immagine di un volto rigato dalle lacrime, simbolo di emozioni che restano impresse e di ferite che, nel tempo, contribuiscono a renderci ciò che siamo. In questa intervista ci racconta il suo processo creativo, il rapporto tra immaginazione e realtà e il valore della sensibilità nella scrittura delle sue canzoni.

Come nasce una tua canzone: da una melodia, da una frase o da un’emozione?
Una mia canzone nasce in modi diversi, non c’è un’unica regola fissa. Sono una persona molto emotiva, anzi estremamente sensibile, e credo che proprio questa sensibilità mi dia spesso lo slancio iniziale per iniziare a scrivere qualcosa. Lo sono sempre stato, fin da piccolo, e oggi riconosco che è una parte fondamentale del mio processo creativo. Mi lascio ispirare molto anche da ciò che leggo: i romanzi, le storie, ma anche da una semplice conversazione, da una chiacchierata con un amico o un’amica. Cerco di osservare la realtà a 360 gradi e di assorbire tutto quello che mi circonda. A volte l’ispirazione arriva anche in modo ancora più diretto, magari da una melodia ascoltata in studio o da un semplice suono. In quei momenti non saprei nemmeno spiegare cosa accade esattamente dentro di me, ma è come se fosse qualcosa di più profondo, quasi istintivo, che fa emergere la canzone Mi è capitato anche di scrivere brani molto importanti per me in pochissimi minuti, quasi in un flusso unico. E non lo dico per esagerare: a volte la scrittura arriva proprio così, in modo immediato e naturale.

Quando scrivi preferisci partire da esperienze personali o dall’osservazione delle storie degli altri?
Nei miei brani c’è sicuramente tanto di me, della mia sensibilità e del mio modo di sentire le cose, ma il più delle volte parto anche da stimoli esterni. Come dicevo prima, mi lascio ispirare da storie che vedo, che leggo, ma anche da un film, da una serie o da situazioni che osservo nella vita quotidiana. Detto questo, quando poi scrivo un testo, cerco sempre di farlo mio. Direi che c’è una sorta di equilibrio: circa l’80% lo vivo in modo molto personale, anche se non nasce necessariamente da un’esperienza diretta. Credo che questa sia una delle capacità fondamentali di chi fa arte: sapersi mettere nei panni degli altri, interiorizzare emozioni e farle proprie. In questo senso, è proprio questa immedesimazione che mi permette di trasformare anche storie esterne in qualcosa di autentico e personale. Quindi sì, per me è un continuo scambio tra vissuto e immaginazione, un 80-20 che si bilancia naturalmente.

In “Ribes” emerge una scrittura molto cinematografica. Da dove nasce questa tua sensibilità narrativa?
Fin da piccolo sono sempre stato appassionato di lettura. Mia madre mi leggeva spesso storie, anche semplici fiabe e racconti, e credo che questo abbia avuto un ruolo importante nel mio immaginario. Nel tempo ho poi continuato a nutrirmi di letteratura, dai grandi classici fino alla narrativa più contemporanea, passando anche per testi di letteratura per l’infanzia e per studi più approfonditi durante il mio percorso universitario. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con tanti autori e con modi diversi di raccontare le storie, e credo che da lì sia nato anche il mio approccio più “cinematografico” alla scrittura. Il mio obiettivo, quando scrivo, è quello di restituire immagini forti, capaci di evocare emozioni precise. Mi piace che chi ascolta un mio brano possa quasi “vedere” la storia, immaginare le scene e percepire le dinamiche come se fossero davanti ai propri occhi. In questo senso, cerco sempre di trasformare le emozioni in immagini, più che in semplici parole.

Quanto conta l’immaginazione rispetto alla realtà nel tuo processo creativo?
Conta tantissimo. Credo che l’immaginazione sia uno degli strumenti più potenti per chi scrive o fa arte, perché permette di andare oltre ciò che è immediatamente visibile. In un certo senso, l’invisibile crea il visibile. Mi capita spesso di immaginare scene o situazioni che poi, in alcuni casi, si riflettono anche nella realtà in modi sorprendenti. È come se la mente avesse una capacità di anticipare o di costruire delle direzioni possibili dell’esperienza. Nei miei testi questa dialettica tra immaginazione e realtà è sempre presente. Se non ci fosse l’immaginazione, probabilmente molte delle cose che scrivo non esisterebbero: osservare la realtà da sola non basta, serve anche quella componente di magia e di visione che permette di andare più in profondità. Per questo penso che per un artista sia fondamentale coltivare una forte capacità immaginativa: è ciò che consente di trasformare la realtà in qualcosa di più ampio, emotivo e significativo.

C’è un verso del brano a cui ti senti particolarmente legato?
Il verso a cui sono più legato è “Tu stanotte sei il mio cielo stellato”. Per me è un’immagine molto potente e, in qualche modo, anche suggestiva rispetto a un riferimento più classico come quello di Dante, quando chiude l’Inferno con “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Mi dà proprio un senso di apertura, di leggerezza e di spazio, quasi di rinascita. Quando una persona diventa il nostro “cielo stellato”, significa che ci dà pace, ci accoglie e ci fa sentire al sicuro, senza la necessità di dover dimostrare qualcosa. È una presenza che illumina e che permette di respirare meglio dentro una relazione. Mi piace molto anche il modo in cui la frase è costruita, perché parte con un’affermazione diretta: “Tu stanotte sei il mio…”. È dichiarativa, quasi immediata, e questo le dà una forza particolare. Credo sia una delle immagini più significative del brano, perché racchiude bene quello che volevo trasmettere: a volte una persona, nella nostra vita, può avere un valore enorme, quasi come un punto di riferimento sotto cui ritrovarsi e sentirsi a casa.

Quando capisci che una canzone è davvero pronta per essere pubblicata?
Capisco che una canzone è davvero pronta quando sento che “funziona” a livello emotivo. Io lavoro molto di pancia: sono una persona che si affida tantissimo alle sensazioni, e per me lo stomaco è il primo cervello, non il secondo. Quando un brano è completo, sento proprio una sorta di scossa emotiva che parte dal basso, dal ventre, sale verso il plesso solare e arriva fino alla gola, come se qualcosa stesse emergendo completamente. È una sensazione molto fisica, difficile da spiegare a parole, ma riconoscibile. In quei momenti percepisco una sorta di “magia” che si attiva quando riascoltiamo il brano in studio, soprattutto nelle fasi finali di produzione. E poi c’è un segnale molto chiaro: se mi commuovo, se il brano riesce davvero a toccarmi, allora capisco che è il momento giusto. La mia emotività guida molto le mie scelte, e in questo caso è proprio ciò che mi aiuta a capire quando una canzone è pronta per essere condivisa.

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