Anastasia: «La mia identità artistica è il frutto dell’arte che mi ha sempre circondato»

"La Fenice" è il nuovo brano di Anastasia: il coraggio di attraversare il dolore per trasformarlo in forza e rinascita. Leggi l'intervista!

“La Fenice” è il nuovo singolo della cantautrice umbra Anastasia, che racconta il coraggio di attraversare il dolore per trasformarlo in forza e rinascita, dando voce a quel momento in cui una ferita smette di rappresentare una fine e diventa l’inizio di qualcosa di nuovo.

Ad accompagnare l’uscita, un videoclip dal forte impatto visivo che traduce in immagini il percorso di trasformazione evocato dalla canzone. In questa intervista Anastasia ripercorre le tappe della sua formazione artistica, dal legame con la danza e la recitazione fino all’incontro con Diego Calvetti e alla nascita della sua identità musicale.

“La Fenice racconta quel momento in cui si smette di guardare una ferita come una fine e si inizia a vederla come un nuovo inizio. Tutti – spiega Anastasia – attraversiamo situazioni che ci fanno sentire persi, fragili o spezzati, ma credo che proprio da quelle esperienze possa nascere una versione più autentica di noi stessi. Con questa canzone ho voluto raccontare il coraggio di attraversare il dolore senza evitarlo, fino a trovare la forza di lasciarsi alle spalle ciò che non ci appartiene più e tornare a brillare con una nuova consapevolezza”.

Hai iniziato a studiare musica e danza fin da bambina, quanto queste discipline dialogano oggi nella tua identità artistica?
La danza è stato il mio primo approccio alla musica da piccola, e per me è sempre stata un rifugio, un posto dove potermi sentire libera. Ad oggi, la mia identità artistica è proprio il frutto dell’arte che mi ha sempre circondato da quando sono più piccola, partendo dalla danza al pianoforte, il canto fino anche ad arrivare al cinema.

In che modo il tuo percorso nella recitazione influenza il modo in cui interpreti le canzoni?
La recitazione è un tassello importante della mia identità artistica. Mi ha insegnato a modulare l’intensità delle mie emozioni e a come portarle dentro i pezzi, aiutandomi a raccontare in modo più spontaneo, vero e comunicativo possibile ogni canzone.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza al CET di Mogol?
Il CET è una vera e propria magia. Ti fa vivere in una favola che, quando finisce, ti lascia addosso un po’ di smarrimento e malinconia, ma anche una ricchezza immensa. Condividere quel percorso con persone che hanno il tuo stesso sogno ti riempie dentro. Poi, appena ritorni alla realtà, ti rendi conto di tutto quello che quel posto, le persone e l’esperienza ti hanno lasciato: ti ritrovi piena di cose da raccontare e urlare al mondo, e il miglior modo per farlo è scriverle in musica.

Come è nato l’incontro con Diego Calvetti?
È successo totalmente per caso. Ricordo che quel giorno andai nel suo studio e gli feci ascoltare i miei pezzi, anche se dai suoi occhi non mi sembrava convinto e non mi aspettavo una risposta positiva. Invece, dopo una settimana, mi è arrivato un suo messaggio per vederci di nuovo, e da lì è partito tutto.

Quali sono stati gli insegnamenti più importanti ricevuti finora nel tuo percorso musicale?
Una cosa che prima facevo, ma secondo il mio punto di vista è limitante, è avere dei periodi di loop, dove ascoltavo sempre gli stessi pezzi, o comunque sempre lo stesso artista. Se mi inizia a piacere un’artista, io per quel mese resto “in fissa” completa. Un consiglio è stato di provare ad ascoltare più generi possibili, di andare a ricercare anche artisti sconosciuti o comunque ampliare molto il mio ascolto musicale. Un altro insegnamento è stato quello di scrivere testi in maniera più diretta possibile, senza fare troppi giri di parole.

Guardando alla Anastasia degli inizi, cosa pensi sia cambiato maggiormente nel tuo modo di fare musica?
La mia scrittura è maturata molto, come il mio modo di cantare una canzone e il mio modo di ascoltare una canzone. Ovviamente ancora ho tanta strada da fare, ma non vedo l’ora di affrontare e andare incontro a cose nuove.

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