
In un’epoca dominata da algoritmi e calcoli di mercato, i Rats scelgono di rispondere con il rumore della verità e il calore delle connessioni reali. Il loro nuovo singolo, “Cosa resterà di questi anni 20”, nasce infatti da un incontro artistico spontaneo con Nek, legato alla band modenese da una storica amicizia. Il brano, che anticipa l’album “Mala Tempora” in uscita a novembre, mette a confronto due percorsi differenti ma incredibilmente affini, traducendo lo smarrimento, le contraddizioni e la disillusione di una generazione sospesa in una ballata rock tagliente e sincera.
La storica band emiliana, nata nel 1979 e capace di segnare il rock italiano degli anni novanta, si prepara a portare questa nuova urgenza creativa sul palco del Vox Club di Nonantola il prossimo 21 novembre, per una data che sa già di ritorno a casa.

Per parafrasare il titolo del vostro ultimo singolo, cosa sta lasciando davvero questo decennio?
Non credo sia un punto di vista soltanto nostro, definire gli anni ‘20 del secondo millennio un decennio piuttosto buio. È iniziato con una pandemia globale, proseguito con l’invasione russa in Ucraina, la guerra israelo-palestinese – che sono soltanto i due conflitti attualmente in atto più seguiti dai media – e la più grande crisi energetica dell’era moderna. Se poi ci aggiungiamo l’acuirsi di tutte le frizioni sociopolitiche a cui assistiamo quotidianamente, direi che non stiamo vivendo un periodo bellissimo. Quindi, la sola cosa che possiamo sperare è che venga ricordato come un decennio transitorio per riportare l’umanità (intesa come valore etico e non di specie) al centro del mondo.
La collaborazione con Nek è nata spontaneamente in studio. In quale momento, però, avete capito che la sua voce sarebbe stata perfetta per questo pezzo?
Una volta terminata la scrittura del brano (insieme ad Andrea Amati, amico e autore bresciano) e la pre produzione, ci siamo resi conto di quanto fosse vicino all’attitudine artistica e vocale di Filippo. Quindi, per il semplice motivo che, tra noi e lui, esiste da molti anni un rapporto di amicizia e stima reciproca, la sua collaborazione al brano è stata la naturale conseguenza di ciò. Nessuna esigenza di marketing o altro. Solo la voglia di condividere qualcosa di bello.
Nel testo parlate di “eroi perdenti”. Chi sono?
Gli “eroi perdenti” ai quali ci riferiamo, non sono necessariamente personaggi storici o conosciuti. Si tratta di chi, con piccoli o grandi gesti, si carica sulle spalle un’idea, un pensiero un moto che possa portare giustizia e dignità ai propri simili. L’esatto contrario di quello a cui oggi, la società e i suoi modelli, attribuiscono l’aggettivo “vincente”. Oggi vince solo chi emerge sugli altri e non insieme agli altri.
Il 21 novembre suonerete al Vox Club di Nonantola, una seconda casa per la vostra storia. In un’epoca di musica liquida e consumata sugli smartphone, quanto è ancora centrale il sudore del club?
Per noi è fondamentale. È l’unico modo per capire veramente se quello che comunichiamo con la nostra musica arriva veramente a toccare le persone. Le vedi, sono lì, senza filtri e sudano insieme a te. Diciamo che è il modo migliore per metterci alla prova. E ha sempre funzionato.

Oggi c’è ancora spazio per le band vere, che suonano strumenti, oppure ormai è tutta musica digitale studiata a tavolino?
Sinceramente è un dubbio o un problema che non ci siamo mai posti. Lo facciamo da sempre ed è l’unico modo nel quale ci interessa farlo. La musica deve essere qualcosa che emoziona, fa stare bene o male, a seconda di quello di cui un testo parla e – soprattutto- fa pensare. La musica fatta per non ottenere questi obiettivi non ci interessa, indipendentemente dai mezzi con i quali viene prodotta.
Questa rinnovata urgenza creativa è il preludio a un progetto discografico più ampio o preferite vivere alla giornata, traccia dopo traccia?
I due singoli usciti negli ultimi 6 mesi saranno parte di un album che pubblicheremo a novembre e il titolo, riporta alla domanda iniziale: “Mala Tempora”.
