
“Fuorimoda” è il nuovo album del cantautore livornese Cristiano Sbolci, già al lavoro con Siberia e Caleido. Il progetto nasce da una necessità intima e inevitabile, cioè trasformare il dolore in racconto. Al centro c’è la fine di un amore non corrisposto, calato in un immaginario sonoro e visivo ispirato agli anni ’70.
Con le collaborazioni di Mox, Enrico Gabrielli e Federico Maria Sardelli, questo album vede l’amore e la morte muoversi “come due forze parallele, continuamente intrecciate”, racconta Cristiano Sbolci. “‘D’amore si muore’ è il pensiero che attraversa tutto il lavoro: si vive nell’intensità dell’innamoramento, quando tutto appare amplificato e luminoso. Poi arriva un momento in cui quella luce si spegne e lascia spazio al silenzio, alla perdita, a una trasformazione profonda”.

Il titolo parla chiaro, ma a livello sonoro c’è un tuffo totale negli anni ’70. Perché proprio quel decennio per raccontare la fine di un amore contemporaneo?
Ho scelto l’atmosfera anni ’70 perché sono da sempre appassionato dei film polizieschi, thriller e horror italiani di quell’epoca e, di conseguenza, ho sempre amato le colonne sonore dei grandi compositori nostrani come Morricone, Cipriani, Ortolani e molti altri. Quando ho iniziato a scrivere il disco, volevo creare una sorta di colonna sonora per il film della mia vita. È così che è nato “Fuorimoda”.
Come mai hai deciso di strutturare la tracklist come un film, con tanto di “Titoli di testa”, “Intermezzo” e “Titoli di coda”?
Proprio perché volevo che il disco richiamasse l’atmosfera di una colonna sonora e, per questo motivo, ho inserito tre brani strumentali. È stata sicuramente una scelta stilistica forte, ma dettata dalla volontà di far vivere fuorimoda all’ascoltatore come un vero e proprio film.
Nel disco c’è un parallelismo costante tra amore e morte. Pensi che la fine di una relazione abbia lo stesso identico peso di un lutto? D’amore si muore davvero?
Penso che la fine di un amore abbia la forza di lasciare un vuoto enorme. Si passa dalla conoscenza alla quasi indifferenza, dalla presenza all’abbandono. È un vuoto che ricorda la fine, che del resto è inevitabile. Sono convinto che tutti viviamo per amore, ma anche con la consapevolezza di dover morire. Per questo credo che siano proprio queste le parole più importanti che ci portiamo addosso per tutta l’esistenza
Tuo padre ha avuto come mentore Ennio Morricone, e tra i tuoi riferimenti citi maestri delle colonne sonore come Trovajoli e Ortolani. Quanto ha pesato questa eredità familiare e musicale nella composizione del disco?
Non ha pesato affatto, anzi è stata una grande fortuna. Ho sempre amato un certo tipo di musica e mi reputo davvero fortunato per questo. Certi ascolti educano e formano una sensibilità. Ringrazierò per sempre mio babbo per avermi trasmesso così tanta bellezza, perché è grazie a quella conoscenza che ho continuato a curiosare nella musica, fino ad arrivare alla scrittura di questo mio nuovo lavoro.
Nel disco figurano nomi come Enrico Gabrielli, Federico Maria Sardelli e Mox. Come sono nate queste collaborazioni e cosa hanno aggiunto al mood del progetto?
Le collaborazioni sono nate in maniera del tutto naturale. I tre brani strumentali avevano una forte componente poliziesca anni ’70 e, in Italia, la band che più si ispira a quell’immaginario sono i Calibro 35. Da lì è nata l’idea di contattare Enrico Gabrielli per coinvolgerlo al sax e al flauto traverso. Per quanto riguarda Federico Maria Sardelli, è stato semplicissimo: è un amico di famiglia, quindi è bastata una telefonata. Da tempo desideravo collaborare con il Maestro e sono molto felice che sia successo proprio in questo disco. Mox, invece, è un caro amico. Quando ho scritto “Il rumore di un bacio”, ho pensato subito che avrebbe potuto trovare spazio in un suo disco. Gliel’ho fatta ascoltare e, pochi giorni dopo, la sua voce era già nella canzone.
Arrivi dall’esperienza in band con i Siberia e poi dal progetto Caleido. Cosa ti ha spinto, ora a metterci la faccia e a firmarti con il tuo vero nome?
Quello che ho fatto in passato, sia con Siberia che con Caleido, lo guardo con affetto e con il sorriso, ma non mi ha mai rappresentato fino in fondo. Sentivo il bisogno di realizzare qualcosa che fosse davvero mio, che contenesse la mia essenza e raccontasse chi sono realmente. Così è nato questo disco e, per la prima volta, ho deciso di firmarlo con il mio nome di battesimo.
