Cecilia Larosa: «Solo sconfiggendo la paura del giudizio degli altri siamo davvero liberi di esprimerci»

"Vivi" è il primo album della cantautrice calabrese Cecilia Larosa, tra emozioni, fragilità, memoria e rinascita. Leggi l'intervista!

“Vivi” è il primo album della cantautrice calabrese Cecilia Larosa, pubblicato da Unalira, etichetta discografica diretta da Lorena Bassano. Un lavoro intenso e profondamente personale che attraversa emozioni, fragilità, memoria e rinascita, raccontando la vita attraverso lo sguardo di un’artista che ha scelto di usare la musica come forma di verità e di condivisione.

Un lavoro definito dalla stessa artista come “un diario” perché, spiega, “fin da quando ero piccola ho sempre amato raccontarmi. Con il tempo, questo bisogno si è evoluto ed è diventato un modo per fotografarmi in musica. È come se raccontassi spezzoni di vita. A volte sono dinamiche che non vivo direttamente in prima persona, ma sono frammenti di storie che entrano prepotentemente nel mio mondo e lo contaminano”.

Qual è la paura più grande che sei riuscita a superare grazie a queste canzoni e che speri che anche i tuoi ascoltatori riescano ad affrontare?
Scrivere questo album ha avuto un potere fortemente catartico. In questo lasso di tempo mi sono dovuta scontrare con un nodo personale davvero importante. Attraverso le esperienze sul palco e il processo di scrittura sono riuscita finalmente a sconfiggere la paura del giudizio degli altri. Per essere davvero liberi di esprimersi bisogna recidere quel legame, eliminare il timore del giudizio altrui, che spesso non arriva dagli estranei ma dalle persone che ti stanno più vicine. Devi imparare ad avere profonda fiducia in te stesso, che è una cosa che spesso ci manca. Tendiamo sempre a cercare il consiglio o l’approvazione fuori, bisogna invece cercare il confronto, che è utile, ma tenendo sempre salda la propria bussola interiore.

Come mai hai scelto come titolo del disco proprio “Vivi”?
Il titolo dell’album l’ho scelto per il singolo, proprio per il significato profondo che si porta dietro. Avevo un bisogno viscerale di dire a me stessa tante cose. Dovevo ricordarmi che il soggetto principale della mia vita sono io, con le mie scelte e con la possibilità intrinseca di dare o togliere valore alle cose, impedendo agli altri di definirmi. Volevo che il disco lanciasse un messaggio chiaro: al di là di come vadano le cose, ogni situazione ti può insegnare qualcosa di te che ancora non conoscevi, regalandoti sempre la possibilità di una scelta.

Quanto è stato difficile scavare dentro se stessi?
Non è mai semplice scavare così a fondo dentro se stessi, ma quando c’è l’esigenza artistica diventa un percorso obbligato. Non è stato facile, ma era talmente urgente che lo fai e basta. Il fatto di parlare di un amore finito, ad esempio, nasce da un bisogno così immediato che non ti domandi nemmeno il perché, lo assecondi.

Quali sono state le canzoni più difficili da scrivere?
Sicuramente la title-track “Vivi”, e poi “Duci amori meu”, un brano in calabrese dedicato alla mia terra per il quale ho scavato profondamente nei miei ricordi. Lì la componente emotiva è stata davvero fortissima. Scrivere queste canzoni ha rappresentato il momento esatto in cui realizzi che è in corso una guarigione; per me è stata una vera e propria autoterapia.

Spiegaci la scelta di un brano come “Duci amori meu” e il legame con la tua terra.
Sono visceralmente legata alla mia terra. Credo che le radici siano il punto di partenza fondamentale per scoprire la propria personalità e per fondare il nostro futuro. Il dialetto calabrese è sempre stato ingiustamente declassato, percepito come qualcosa di arretrato, quando in realtà non è affatto così. La Calabria ha radici nobili e importantissime che affondano nella Magna Grecia. Volevo tirare fuori questa ricchezza culturale attraverso un dialetto che, non dimentichiamolo, attinge direttamente al greco e al latino. Nel testo c’è anche una citazione al mito di Orfeo ed Euridice: un omaggio a me stessa, al mio percorso e alla mia terra.

La title-track “Vivi” si ispira alle atmosfere di un classico internazionale come “Seven Seconds” di Youssou N’Dour e Neneh Cherry. Come è nato?
È stato un caso. Volevo scrivere un pezzo che descrivesse un mio momento di tensione particolare, un nodo che in quel periodo non riuscivo proprio a gestire. In quei giorni ho sentito “Seven Seconds” alla radio e ho avuto un’illuminazione: ho pensato che quel giro armonico in loop, così ipnotico, fosse esattamente ciò di cui avevo bisogno per tirare fuori quello che sentivo dentro. L’ho preso come riferimento e ci ho scritto un pezzo sopra, è venuto fuori quasi di getto. Ero in studio con Piero Cassano e l’abbiamo registrata subito. Il giorno dopo ho scritto il testo. Ero incredibilmente motivata, è stato un vero e proprio flusso di coscienza.

Com’è stato lavorare al fianco di Piero Cassano?
Con Piero ci siamo conosciuti anni fa durante una masterclass. Io ho sempre amato scrivere, lui mi ha sentita cantare a Modena ed è rimasto molto colpito. Si è avvicinato, abbiamo iniziato a parlare e mi ha chiesto di ascoltare alcuni miei provini. Da lì è nato il nostro sodalizio ed è arrivata la proposta di collaborare. Nonostante le ovvie difficoltà legate al periodo del Covid – io all’epoca studiavo ancora in Conservatorio e dovevo laurearmi – due anni fa siamo riusciti a pubblicare i primi singoli.

Qual è stato l’obiettivo comune?
Il nostro obiettivo comune è sempre stato quello di riportare la canzone al centro della melodia, portando avanti una visione che oggi può sembrare quasi controcorrente rispetto ai trend attuali. È un progetto difficile, coraggioso, ma ci crediamo tantissimo e l’obiettivo è portarlo a più persone possibile. Piero, avendo una grandissima esperienza come produttore, ha una visione molto ampia e mi ha affiancata tantissimo.

Com’è nato il brano “Fino a Te?
Per quanto riguarda “Fino a te”, era una traccia che Piero aveva iniziato a scrivere con sua moglie, mancata da poco; mi ha dato la sua totale fiducia permettendomi di continuarla. Invece un altro brano, “Di te”, partiva invece da un provino di Fabio Perversi (Matia Bazar) che io ho poi completato. Abbiamo una visione comune sul gusto melodico e artistico, e questa sinergia ci ha guidati fin qui.

Negli ultimi anni hai aperto i live di grandi della musica italiana, da Loredana Bertè e i Matia Bazar fino a Vasco Brondi. Cosa ti porti dietro da quelle esperienze?
In passato pensavo che avrei avuto una paura folle del pubblico. Ho fatto anni e anni di sana gavetta, ma trovarmi davanti ai palchi di artisti così importanti mi ha permesso di confrontarmi con platee immense, anche di 10 mila persone. Lì ho capito che il segreto è creare una connessione profonda e vivere l’esperienza insieme a loro, uniti da un obiettivo comune e condiviso.

E poi?
Questo mi ha aiutata a demitizzare la paura che avevo del palco. Oggi il live è uno degli aspetti che più amo del mio lavoro: è un dare e ricevere continuo, fatto di occhi che brillano e di musica che ti rimbomba dentro. Per quanto riguarda il tour estivo di quest’anno, stiamo proprio progettando le nuove aperture per portare l’album a un pubblico ancora più vasto. Non ho ancora le date specifiche da annunciarvi, ma vi basta seguirmi sui social: a brevissimo pubblicherò tutto il calendario.

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