
The Cosmic Gospel, il progetto del musicista marchigiano Gabriel Medina, torna con il nuovo singolo “May All Lives End But Yours” per Manita Dischi, che anticipa l’album “Bad Miracles”, atteso entro l’anno.
Con “May All Lives End But Yours”, l’artista abbandona ogni filtro e sceglie di raccontarsi in maniera diretta, dedicando la canzone a sua madre. Attraverso immagini semplici ma profondamente evocative, il testo attraversa ricordi, fragilità, sensi di colpa e gratitudine, trasformandosi in una riflessione intensa sul legame tra madre e figlio. Il tutto condito con una malinconica e visionaria, sostenuta da chitarre dilatate.
Questo brano rappresenta “tutto l’amore che provo per mia madre, che da due anni sta affrontando una grave malattia polmonare”, racconta The Cosmic Gospel. “Una situazione che spesso mi fa sentire impotente e mi porta a ripensare agli errori commessi nel corso degli anni”.

Come si gestisce il confine tra il racconto di un dolore così privato e la sua trasformazione in una canzone per tutti?
È una risposta un po’ complessa da dare, effettivamente non sono abituato a scrivere cose troppo personali nei miei testi, ma con questa canzone ho osato senza pormi limiti e in verità tutto il nuovo disco conterrà pezzi di me. La canzone l’ho fatta per mia madre e per me stesso, poi il corso delle cose ha voluto che fosse nel mio disco. Non l’ho concepita come “canzone per tutti” e in generale sono dell’idea che la musica più sincera e bella sia quella fatta per se stessi. Quando uno è soddisfatto della propria arte in maniera genuina il pubblico lo percepisce e ovviamente mi farebbe piacere se qualcuno potesse provare conforto sentendola, su quello non di discute. Il testo è molto viscerale e fa un po’ male rileggerlo a volte. Qualche giorno fa l’ho suonata per la prima volta dal vivo e avrei voluto dire un paio di parole per presentarla, ma all’ultimo ho deciso di no per paura di commuovermi.
Musicalmente il brano ha un’atmosfera sospesa tra pop e shoegaze. Come hai lavorato sul suono delle chitarre per dare una veste sonora a una confessione così intima?
Come la maggior parte delle canzoni, questa è nata da un semplice giro di accordi con la chitarra acustica, ma poi quelle elettriche sono state le più facili da elaborare. Quello che è stato fondamentale è l’utilizzo di synth e tastiere. All’epoca dell’inizio della produzione dell’album, avevo realizzato diversi provini delle canzoni nel mio piccolo studio a casa, poi ovviamente tutto è stato registrato di nuovo da zero al Fallout Studio di Bologna, tranne per le tastiere di questa canzone. Avevo trovato i suoni perfetti per rappresentare tutto il senso di nostalgia, amore e allo stesso tempo alienazione che volevo trasmettere.
Tra i tuoi riferimenti ci sono i Beatles e Elliott Smith ma anche i Fugazi. Come riesci a far convivere la psichedelia pop con l’irruenza del post-hardcore?
I Beatles hanno fatto capolavori che hanno poi ispirato band molto più aggressive. Elliott Smith dal vivo suonava le sue canzoni con un’attitudine molto punk. I Fugazi hanno “I’m so tired”. Tutto è connesso nella musica (quella bella) e quindi non faccio troppo caso al genere musicale, ma a quello che mi trasmette a livello sonoro. Per questo nel mio prossimo disco, che non vedo l’ora di farvi ascoltare, ho provato a inserire un mare di sfumature.
Il primo disco di The Cosmic Gospel è nato nel garage di casa, mentre il secondo, “Bad Miracles”, hai deciso di registrarlo al Fallout Studio di Bologna. Com’è stato il passaggio dal “fai-da-te” a uno studio strutturato e come ha impattato sui brani?
Ero a suonare ad un evento al Cortile Caffè di Bologna qualche mese dopo l’uscita del primo disco dove erano presenti Max e Fausto (rispettivamente Manita Dischi e Fallout Studio). Mi notarono e mi invitarono ad avviare questa collaborazione. Fare il primo disco da solo è stato bellissimo, ma stressante (anche se lo rifarei). Col secondo invece ho avuto a disposizione uno studio professionale, ma soprattutto Fausto De Bellis che mi ha guidato nella produzione e ha capito benissimo che cosa volessi con questo secondo album. Le canzoni hanno un’anima simile a quella del primo, ma lavorare con un co-produttore e avere la possibilità di far registrare batterie e drum machine a una persona competente come Paolo Tasso, e quasi tutte le tastiere alla polistrumentista Rebecca Magri, mi ha permesso di dare ai brani dei colori che nemmeno immaginavo.

I tuoi ultimi brani mostrano un’esposizione emotiva molto più cruda rispetto agli inizi. Come mai? E come sarà quindi “Bad miracles”?
Semplicemente avevo il bisogno di scrivere qualcosa che davvero facesse parte di me, dalle cose più stupide a quelle più profonde. Avevo la necessità di mettere nero su bianco le mie idee per potermici riflettere anche se a volte può essere una cosa un po’ masochista. Proprio qualche giorno fa ne parlavo con un amico musicista chiedendogli: “Ma anche a te succede di essere emotivamente distrutto appena finisci di comporre o registrare una nuova canzone a cui hai dato un significato importante?” e la sua risposta è stata affermativa. Però il disco non è solo fatto di temi pesanti, ho raccontato un po’ di me anche in maniera leggera, ma non voglio fare troppi spoiler. Vi dico solo di aspettarvi grandi distorsioni alternate a ballate psichedeliche.
