L’apocalisse intima degli Evanescence, perché “Sanctuary” è il loro album più coraggioso

Gli Evanescence tornano con un'opera tra l'epicità degli esordi, deviazioni industriali alla Nine Inch Nails e cinema. Ascolta "Sanctuary"!

Evanescence – Foto di Chapman Baehler

Se c’è una certezza nel rock contemporaneo, è che gli Evanescence non sanno muoversi se non spinti da un’urgenza emotiva dirompente. Lo aveva anticipato la stessa Amy Lee: tre anni di gestazione per usare la musica come unico sfogo possibile di fronte a un mondo fuori controllo. Il risultato è “Sanctuary”, in uscita il 5 giugno, un album che non si limita a capitalizzare l’incredibile scatto d’orgoglio commerciale vissuto dalla band tra il 2025 e l’inizio del 2026 grazie al fenomeno globale di “Afterlife” (trainato dalla serie Netflix Devil May Cry) e alla storica collaborazione tutta al femminile di “End of You”.

Co-prodotto da pesi massimi del modern-metal come Zakk Cervini e Jordan Fish, affiancati dal tocco fidato di Nick Raskulinecz, “Sanctuary” fa esattamente ciò che promette il titolo: costruisce un rifugio sonoro dove l’oscurità non è solo subita, ma cavalcata. Un disco che gioca con i contrasti, tra l’epica degli esordi e un’inedita, affascinante corazza elettronica.

“Sanctuary”, l’equilibrio perfetto tra nostalgia e futuro degli Evanescence

L’apertura è affidata a “Beautiful Lie”, un brano dall’impatto epico che riallaccia immediatamente i fili con gli Evanescence dei primi anni Duemila, ma con una spinta modernissima: le chitarre si sporcano di una punta di elettronica che guarda dritta alle atmosfere ipnotiche e sature dei Deftones. Un mood che si riversa anche nella successiva “Tell Me When You’ve Had Enough”, dove il muro sonoro eretto da chitarre e batteria viene addolcito, per contrasto, dalla voce sempre celestiale di Amy Lee.

Il singolo “Who Will You Follow” incarna perfettamente la doppia anima del disco: parte come una ballad intima, nuda, costruita su piano e impostazione vocale lirica, prima di esplodere nel break in cui subentrano le chitarre rock più serrate. Se “Afterlife” e la title-track “Sanctuary” rappresentano la “comfort zone” della band — veri e propri inni heavy-pop con ritornelli killer e chitarre metal da stadio — è quando la band devia dal percorso tracciato che il disco si fa monumentale.

Tra Argento, Reznor e la cura dell’anima

La vera sorpresa dell’album risiede nelle sue venature cinematografiche e industriali. In “Rapture” sembra di respirare l’aria di un set di Dario Argento: la traccia evoca una vera e propria colonna sonora firmata dai Goblin, un incubo sonoro in cui la voce di Amy Lee si muove inquieta, come se stesse disperatamente cercando l’uscita da un labirinto claustrofobico. Un’atmosfera da Profondo Rosso che si ritrova anche in chiusura con “Wide Open Heart”, un pezzo che suona come un abbraccio salvifico in una via buia: fa paura, ma in qualche modo rassicura.

La svolta industrial arriva invece con la doppietta centrale. In “About Us” emerge finalmente il basso, protagonista di un mix elettronico ruvido che strizza l’occhio ai Nine Inch Nails di Trent Reznor, nobilitato dalle solite aperture vocali a tutto polmone della Lee. La successiva “Calm Down” ne è la prosecuzione ideale, ma in una versione ancora più oscura. È l’ingresso definitivo in un tunnel, la sensazione di trovarsi davanti a tre porte senza sapere cosa ci sia dietro. Qui Amy Lee canta “Is this the end of the world?”, traducendo in musica l’angoscia collettiva dei nostri tempi: la guerra, il caro bollette, la crisi energetica, l’ansia per il domani.

Il silenzio interiore di Amy Lee

Ma il cuore pulsante degli Evanescence rimane la catarsi attraverso il dolore. In “Self Destruct” la voce ipnotica si fa largo tra il nu-rock di stampo Deftones e il calore dei violini, mentre le due ballad pianistiche del disco ridefiniscono i confini del genere. “How Do I Heal” vede i tasti del pianoforte rincorrersi in un’intro delicatissima, prima di incontrare la voce sussurrata di Amy: una tear-jerker totale che fotografa il silenzio interiore e il bisogno di curarsi da mali che non sono fisici. E infine “Forever Without You”: quando Amy Lee si rifugia dietro i tasti bianchi e neri non ce n’è per nessuno. È una performance vocale purissima, che ti entra dentro con la forza di un rito spirituale, capace di pulirti da ogni peccato.

Il ritorno degli Evanescence in Italia

“Sanctuary” è un album maturo, specchio di una band che ha saputo rigenerarsi senza perdere un briciolo della propria identità, ma accettando le sfide del suono contemporaneo. Un disco che dal vivo farà tremare le pareti delle arene.

L’occasione per ascoltarlo in Italia sarà lunedì 28 settembre 2026 all’Unipol Arena di Bologna (unica data italiana prodotta da Vivo Concerti), in una serata che si preannuncia memorabile anche grazie alla presenza in apertura di Poppy — già complice della band in studio — e delle Nova Twins. Gli Evanescence sono tornati, e la loro oscurità non è mai stata così luminosa.

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