
C’è un momento preciso nella storia di ogni grande band in cui il passato preme così tanto da dover essere riordinato e per i Green Day quel momento arriva nel 2002. Reduci dal mezzo passo falso commerciale di “Warning” due anni prima — un disco acustico, maturo e splendido che però l’America post-grunge non aveva capito — Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool si trovano a un bivio generazionale.
San Francisco non è più l’epicentro del pop-punk, i Blink-182 e i Sum 41 hanno colonizzato MTV con un sound più pulito e scemo, e i tre ragazzi di Berkeley sembrano quasi dei padri nobili precocemente invecchiati. Invece di correre in studio a partorire un nuovo album (ci vorranno altri due anni di travaglio e un master rubato per arrivare al big bang di “American Idiot”), i Green Day decidono di ripulire i cassetti.
Il 2 luglio 2002 esce “Shenanigans” (letteralmente “Imbrogli” o “Sottoterfugi”). Non è un album in studio, non è un greatest hits. È una raccolta di B-side, rarità, cover e scarti di lavorazione accumulati tra il 1993 e il 2002. Una vera e propria operazione di archeologia pop-punk che, a distanza di più di vent’anni, risplende di una luce sporca e bellissima.
L’ora d’aria dei Green Day prima del capolavoro
Per capire “Shenanigans” bisogna capire lo stato mentale della band tra il 1997 e il 2001. Dopo l’esplosione nucleare di “Dookie” (1994) e l’oscurità autolesionista di “Insomniac” (1995), i Green Day avevano iniziato a sperimentare. “Nimrod” (1997) era stato il disco della libertà totale (dentro c’era lo ska, il surf rock, l’acustica Good Riddance), mentre “Warning” aveva abbracciato il folk-punk alla Kinks.
La band in quel periodo scriveva tantissimo. Ogni volta che entravano in studio per un album, registravano venti o venticinque pezzi. Quelli esclusi dalla tracklist ufficiale finivano sui CD singoli europei o giapponesi, scomparendo dai radar del pubblico americano. “Shenanigans” nasce per dare una casa a questi orfani di lusso, fotografando i Green Day nel loro decennio di massima iperattività creativa.
La storia delle canzoni di “Shenanigans”: perle nascoste e scarti d’autore
La tracklist di “Shenanigans” è un viaggio cronologico inverso che svela come la scrittura di Billie Joe sia sempre stata calibrata sulle melodie dei Beatles e sull’irriverenza dei Ramones, anche nei pezzi considerati “minori”. L’album si apre con due mazzate nello stomaco ereditate direttamente dalle sessioni di “Nimrod” (1997): “Suffocate” e “Desensitized”. Se la prima è un pop-punk tiratissimo ed elegantissimo che avrebbe meritato un posto nella tracklist ufficiale del disco, la seconda è rimasta famosa nella storia della band per il suo intro folle, ovvero il rumore di una mazza da baseball che distrugge un televisore, registrato live da Tré Cool direttamente in studio.
Sempre da quel periodo creativo emergono tracce intense come “You Lied”, uno dei pezzi più cupi dell’era della band a fine anni ’90, interamente dominato da un giro di basso ipnotico e fangoso di Mike Dirnt. Di tutt’altro avviso è invece “Too Much Too Soon”, un power-pop micidiale registrato durante le successive sessioni di Warning. Il brano ha un ritornello killer così forte che la band deciderà di ripescarlo quasi dieci anni dopo, nel 2010, per inserirlo nella versione deluxe del musical di “American Idiot” a Broadway.
Dai segreti acustici alle nomination ai Grammy
Scendendo più a fondo nei meandri della raccolta si incontra “Rotting”, una vera e propria perla macabra scritta interamente da Billie Joe Armstrong durante il tour promozionale di “Insomniac”. Il testo parla in modo crudo di decadimento, tossicodipendenza e isolamento sociale. L”arrangiamento è un pezzo acustico e minimale, sorretto unicamente da un organo spettrale suonato dallo stesso Armstrong. Di fatto, questo brano rappresenta il perfetto ponte emotivo e stilistico capace di collegare il nichilismo distruttivo di metà anni ’90 alla maturità artistica della decade successiva.
A chiudere idealmente il cerchio degli inediti ci pensa “Espionage”, la vera e propria chicca strumentale del disco. Si tratta di un pezzo surf-rock spionistico registrato originariamente per la colonna sonora del film “Austin Powers – La spia che ci provava” (1999). Il brano ottenne un successo di critica così fulmineo da conquistare persino una nomination ai Grammy Awards come Best Rock Instrumental Performance, dimostrando al mondo che i Green Day sapevano fare grande cinema e spaccare le classifiche anche senza bisogno di aprire bocca.
Le cover: le radici dei Green Day messe a nudo
La seconda metà di “Shenanigans” è un bignami delle influenze formative della band. I Green Day smettono i panni delle popstar e tornano a essere tre ragazzini che suonano i pezzi dei loro miti nel garage di casa.
Registrata nel 1994, nel pieno dell’era “Dookie”, “Tired of Waiting for You”, classico del 1965 dei Kinks, mostra la fissa ossessiva di Billie Joe per la British Invasion. I Green Day velocizzano il pezzo, lo riempiono di distorsione ma mantengono intatta la perfezione melodica di Ray Davies.
Non poteva mancare l’omaggio ai padri fondatori Ramones. “Outsider”, originariamente scritto da Dee Dee Ramone per l’album “Subterranean Jungle” (1983), viene masticato e sputato dai Green Day con un rispetto quasi religioso. Uscita originariamente nel tributo “Too Tough to Die”, questa cover è un passaggio di testimone definitivo.
“Don’t Want to Know If You Are Lonely” (Hüsker Dü), è forse la cover più importante del lotto. Gli Hüsker Dü di Bob Mould sono stati l’anello di congiunzione tra l’hardcore punk e la melodia pop negli anni ’80. I Green Day prendono questo inno alla solitudine e lo trasformano in una cavalcata emozionante, omaggiando la band che ha inventato la formula che li ha resi ricchi.
L’eredità di un disco “imbroglio”
“Shenanigans” si chiude con “On the Radio”, una cover dei Cheap Trick (inizialmente intitolata “Crying”) che sigilla il mood nostalgico e celebrativo dell’operazione. L’album ricevette una promozione minima, la copertina (un collage pop-art che nascondeva i volti della band) non lasciava spazio a feticismi commerciali, eppure arrivò alla posizione numero 27 di Billboard.
Il vero valore di questo disco, guardandolo oggi, è terapeutico. È stato l’esorcismo con cui i Green Day hanno chiuso il loro primo capitolo della vita prima di guardare in faccia il mostro dell’America di George W. Bush e partorire l’opera rock del secolo. “Shenanigans” è il promemoria di cosa sono sempre stati i Green Day sotto i riflettori degli stadi: una fottuta, sporca, divertentissima punk band da club.
