
Oggi Fabrizio Grecchi ha portato per la quindicesima volta il suo “Beatles Piano Solo” a Piano City Milano. Si tratta di un tributo che il pianista e compositore esegue e reinterpreta con improvvisazioni e coinvolgimento del pubblico. Grecchi ha portato il suo concerto in Europa e negli USA dove ha suonato al Warwick Summer Festival e a New York.
Inoltre ha partecipato alla Beatles Week a Liverpool ed e stato ospite al Festival di Villa Arconati, al Festival Orme e a Naturalmente Pianoforte. Il tour ha fatto sold out in ogni data con grande successo di critica e di pubblico.
Quest’anno festeggia la quindicesima partecipazione a Piano City Milano con “Beatles Piano Solo”. Com’è cambiato il festival dal suo debutto a oggi?
Tanto. Si sono aggiunti sempre nuovi luoghi della città. Luoghi che identificano Milano come centro culturale non solo per la musica ma anche per la sua storia e il legame con la Moda e il Design. Il festival e cresciuto anno dopo anno sia come quantità di concerti che come generi e contaminazioni. Anche gli ospiti di apertura e chiusura sono sempre stati di altissimo livello.
Cosa la spinge a tornare ogni anno?
Beatles Piano Solo è nato grazie a una mail a cui ho risposto durante il mio primo Pianocity. Quando ho detto “si va bene lo faccio” in realtà lo spettacolo ancora non esisteva. Sono stato abbastanza folle se ci penso adesso. Questo dimostra che il potere del “si” unito a una dose di pazzia alla fine può portare a cose inaspettate. Il mio tornare è dovuto principalmente al legame che ho con Pianocity e al fatto che il repertorio Beatles è potenzialmente inesauribile.
Ma qual è il suo primo ricordo dei Fab Four?
“All You Need is Love” durante la prima mondovisione del 1967. No si capiva bene cosa stava succedendo ma mi ricordo che mi piaceva quel ragazzo con gli occhiali che cantava masticando una gomma americana. Sembrava proprio che fossero anticonformisti e fuori dalle regole. Mi sentivo un po’ come loro infatti l’anno successivo mi espulsero dall’asilo, in quegli anni si poteva.
Come si è avvicinato alla musica dei Beatles?
La radio che trasmetteva i Beatles ogni giorno. Ero un bambino ma ho ricordi molto vividi della piccola radio sulla libreria che trasmetteva i successi dei Beatles. A volte stavo anche un’ora ad aspettare che mettessero una loro canzone. Poi quando mi regalarono il Magnetofono Geloso ed io restavo con il dito pronto a premere per registrare i brani sul nastro. Poi è arrivato il pianoforte e ho suonato altro. Mi dimenticai di loro. Qualche anno dopo il mio amico Andrea mi fece ascoltare Stg. Pepper e si risvegliò un fuoco che non si è mai più spento.
Ha portato le canzoni dei Beatles in Europa e negli USA. C’è una città in particolare che l’ha stupita per l’accoglienza del pubblico?
New York è stata calorosa e accogliente. Pur non essendo io un jazzista e sebbene i club dove ho suonato fossero tutti a Greenwich Village, inaspettato davvero. Ma una sorpresa ancora più grande è stata Novi Sad in Serbia. Anche li una partecipazione notevole.
Oltre ai grandi palchi, la sua attività milanese tocca anche il sociale. In che modo la sua esperienza pedagogica con i bambini autistici in città influenza il suo modo di approcciarti al pianoforte durante i concerti?
Sono una persona molto curiosa e di conseguenza sto in ascolto per imparare cose nuove. In particolar modo dal punto di vista emotivo. L’approccio al pianoforte non si può suddividere per esperienza ma è più il risultato globale di come una persona sta o è. Ovvero la somma delle esperienze. I miei allievi sono tutti entusiasti e io cerco di assecondarli. Non è solo un fatto tecnico ma un fatto emotivo. Suonare, non solo il piano ma qualsiasi strumento, non è altro che un modo di comunicare usando un linguaggio profondo, oserei dire sacro, che non viene influenzato dalle barriere del linguaggio e della forma. Ogni concerto per me è un esperienza nuova da condividere con il pubblico.
