
“Stargirl” è il nuovo album di Dennis, un disco pop contemporaneo che si muove come un racconto, dove ogni passaggio cambia il modo di guardare ciò che è già accaduto.
Le dodici tracce che compongono il disco diventano la colonna sonora di un nuovo inizio per l’ex cantante di Amici 20. Una playlist intima e profonda, capace di essere allo stesso tempo personale e collettiva, che attraversa generi, immagini e stati d’animo senza restare mai ferma in un’unica direzione.
“Stargirl non è una persona sola, ma nemmeno solo un simbolo”, racconta Dennis. “È stato un luogo. Durante la scrittura del disco è diventato uno spazio immaginario in cui rifugiarmi, un posto sicuro dove accogliere i sentimenti senza scappare, ma provare a guardarli con più lucidità”.

Quindi cos’è “Stargirl”?
È una figura che esiste perché avevo bisogno di darle un nome, ma in realtà rappresenta quel momento in cui smetti di evitare quello che provi e inizi davvero ad attraversarlo.
Medusa, Irene, La ribelle. Il disco è popolato da nomi e figure femminili. Che ruolo giocano queste donne nel tuo racconto?
La figura femminile nel disco è centrale, ma non sempre è concreta. A volte è una persona precisa a cui stai parlando, altre volte è una presenza che ti attraversa e ti cambia, anche senza essere mai nominata. Quelle donne non sono solo “dediche”, sono punti di svolta. Sono il modo più diretto che ho trovato per raccontare come sono cambiato, spesso senza accorgermene.
Pensi che quella sensazione di sentirti “leggermente fuori fuoco” rispetto al mondo sia stata la condizione necessaria per scrivere un disco così intimo?
Più che una condizione necessaria per scrivere il disco, è stata una condizione necessaria per ritrovarmi. La musica è arrivata dopo, quasi come una conseguenza naturale. Passare attraverso un momento complicato mi ha costretto a capire meglio chi ero, e soprattutto come volevo raccontarlo. Credo che prima di trovare le parole giuste, devi trovare il tuo linguaggio. E quel tipo di distanza dal mondo, quel sentirsi leggermente fuori fuoco, a volte è proprio quello che ti permette di farlo.
Come hai lavorato con il tuo team per far sì che il suono riflettesse questo tuo nuovo equilibrio tra la fragilità dei testi e la determinazione di questo nuovo percorso?
Il lavoro con il team è stato molto aperto, senza forzature. Non ho mai voluto limitare l’identità artistica di chi lavorava con me, a partire dai produttori, perché ognuno portava qualcosa di vero dentro le canzoni. Allo stesso tempo, ogni traccia è stata trattata come un mondo a sé. Abbiamo fatto tentativi, cambiato direzioni, cercato il suono giusto finché non rispecchiasse davvero l’emozione che c’era dentro. Più che trovare uno stile unico, volevamo essere coerenti con quello che ogni canzone chiedeva.
Con “Persi per niente” hai ricevuto il Premio Lunezia per il valore letterario. Quel riconoscimento è stato la spinta decisiva per abbandonare la ricerca della hit istantanea e puntare tutto su un cantautorato più consapevole?
Il Premio Lunezia non è stato il motivo della scelta, quella era già chiara dentro di me. È stato però il primo segnale concreto dopo il passaggio a Dennis. La prima gratificazione reale che mi ha fatto capire che quella direzione aveva senso. Più che cambiarmi la strada, mi ha dato forza per continuare su quella che avevo già deciso di prendere.
Hai dichiarato che “anche ciò che ha fatto male smette di essere solo perdita e diventa parte di un disegno più ampio”. Qual è stata la sfida più grande nel trasformare i tuoi “sogni buttati” o le tue crisi personali in canzoni in cui chiunque potesse rispecchiarsi?
La svolta è arrivata quando ho smesso di voler raccontare tutti. Ho iniziato a raccontare davvero me stesso, senza preoccuparmi di quanto potesse essere universale. Ed è stato proprio lì che è diventato universale. Credo che il pubblico non cerchi una storia perfetta, ma una storia vera. E in quel momento ho capito che anche se fossero state cinque persone a riconoscersi in una canzone, il valore sarebbe stato identico.
A cinque anni dalla fine di Amici e con la scelta radicale di tornare al tuo nome, Dennis, dove senti di aver trovato finalmente la tua casa?
Oggi la mia casa è nella gratitudine. Nel ricordarmi ogni giorno che ho la possibilità di vivere di quello che amo, di inseguire qualcosa che per tanti resta solo un sogno. Non è una cosa che do per scontata. È proprio questo che mi tiene in equilibrio nei momenti più difficili. Sapere che, nonostante tutto, sto vivendo qualcosa che ho scelto.
