
“Lode” e “Vespro” compongono il nuovo progetto discografico della cantautrice toscana Giulia Covitto in arte Jungle Julia cui seguirà un ultimo capitolo in attesa della pubblicazione dell’album d’esordio prevista in questo 2026 per Island Records / Universal Music Italia.
Mentre “Vespro” rappresenta il tempo dell’ombra, la preghiera recitata durante la sera, “Lode” è ciò che accade dopo: l’alba, quando il buio non è ancora finito ma diventa uno spazio fertile. Il titolo richiama la preghiera del mattino, recitata appena svegli come gesto di benedizione e riconoscenza per l’esistenza stessa e il passaggio dal sogno alla vita reale.
Ma questo percorso, racconta Jungle Julia, “non è né guarigione né evoluzione. Vespro e Lode sono due stati. Due facce della stessa persona. Non raccontano una linea temporale, ma gli umori che mi attraversano: la notte (per “Vespro”) e la mattina (per “Lode”). Per la cantautrice, “non vuole essere un percorso di redenzione, in cui il dopo è un’evoluzione del prima. Amo tutti i momenti allo stesso modo. Una cosa interessante è che Demonio e Carne sono nate di notte, così come Al buio e Il sonno sono nate di mattina”.


Canti “alla terra ci sono attaccata con la colla” e allora ti chiedo, quanto contano le tue origini contadine in un’industria musicale che corre sempre più veloce?
Conta restare me stessa, non fingere di essere qualcuno che non sono. Prima o poi finisci per doverci fare i conti. Non sarò mai qualcun altro.
Sei cresciuta tra i testi sacri e il Cammino Neocatecumenale. Come si concilia la liturgia con la tua attitudine così ruvida e rock?
Nei testi ci sono molti riferimenti biblici. L’attenzione alla parola nasce da lì: dai testi sacri, poi dai libri che continuo a leggere. Mi viene in mente Celine, Allende, Pessoa ecc. La ruvidità (che poi è solo una delle sfaccettature) è il mio modo di dire le cose. E’ una scelta, soprattutto in questo disco.
In “Al buio” citi “La Danza” di Matisse. Perché hai scelto proprio questa opera? Cosa rappresenta per te?
Ne “La danza” di Matisse, le cinque persone raffigurate si muovono in cerchio. Il girotondo ininterrotto esprime un ritmo frenetico che per me rappresenta forza vitale. Io vedevo per la mia canzone due persone girare in cerchio, sempre più veloci, fino a diventare bianco, l’insieme di tutti i colori. Da qui la mia immagine e quella del quadro si sono sovrapposte. Non so se ricordi quell’esperimento di scienze che facevano fare alle elementari: creare una trottola del colore di tutti i colori. Quando la trottola girava, appariva di colore bianco. Questo per dimostrare che il bianco è, appunto, l’insieme di tutti i colori.
In queste settimane sei in tour. Come descriveresti il tuo live a chi non ti ha mai visto?
Sincero. Crudo.
Ti ispiri ad artisti come PJ Harvey e gli Idles ma qual è l’elemento sporco della tua musica che ti rende davvero diversa da tutto il resto del pop italiano?
Non devo essere diversa da tutto il resto del pop, solo me stessa. In teoria lo siamo tutti. Quello che mi caratterizza è un suono non propriamente pop, la ruvidità della mia voce e la complessità delle mie liriche.
