“Le parole possono cambiare il peso di ciò che viviamo”: la nuova realtà di deric.

“Le stesse parole” è il nuovo singolo di deric., estratto dal suo primo album in uscita nei prossimi mesi. Leggi l'intervista!

“Le stesse parole” è il nuovo singolo di deric., estratto dal suo primo album in uscita nei prossimi mesi. Scritto inizialmente per chitarra e voce, è il primo brano nato all’interno del nuovo progetto discografico e si sviluppa come una riflessione lucida e personale sul peso e sul potere del linguaggio. Le liriche mettono a fuoco quanto le parole possano costruire immaginari, aprire possibilità e generare sogni, ma allo stesso tempo destabilizzare, fino a togliere punti di riferimento e certezze.

Deric. racconta: “È stato il primo brano che ho scritto per questo disco, quasi un punto di partenza emotivo e narrativo. ‘Le stesse parole’ nasce dall’esigenza di interrogarmi sul valore della comunicazione: le parole possono avvicinare, creare mondi, ma anche ferire o farci perdere l’equilibrio. Mi interessava restituire questa ambivalenza, questo confine sottile tra costruzione e caduta”.

Nel brano, quanto c’è di autobiografico e quanto invece di osservazione del contesto che ti circonda?
Entrambe direi. Se ci pensi siamo bombardati di messaggi, articoli, post, commenti, una riflessione viene quasi obbligata…

Nel brano le parole diventano quasi uno spazio instabile, capace di costruire e distruggere. È una visione maturata nel tempo o nasce da un momento preciso?
Credo che questa visione sia nata da entrambe le cose. Da una parte è qualcosa che ho maturato nel tempo, perché crescendo mi sono reso conto di quanto le parole possano cambiare il peso di ciò che viviamo: possono avvicinare, ma anche creare distanza. Dall’altra c’è stato anche un momento preciso in cui ho sentito con chiarezza questa fragilità de linguaggio. Da lì ho iniziato a vedere le parole come uno spazio instabile: qualcosa che può diventare rifugio oppure frattura, a seconda di come lo si attraversa.

In che modo “Le stesse parole” ha influenzato la direzione narrativa e sonora dell’album?
Essendo il primo brano scritto, in qualche modo ha tracciato una linea senza che me ne rendessi subito conto. Dentro c’erano già alcuni dei temi che poi sono tornati nel resto del disco: il rapporto tra presenza e assenza, la difficoltà di dare un nome a certe emozioni, e quella sensazione di precarietà che attraversa molte delle canzoni.

Il brano nasce in forma chitarra e voce, quanto è stato importante il lavoro di arrangiamento nel definire l’identità finale del brano?
Il lavoro di arrangiamento è stato fondamentale, perché il brano, nella sua forma chitarra e voce, aveva già una sua verità ma era ancora molto esposta, quasi nuda. La scrittura portava dentro un’emotività precisa, però mancava ancora il modo in cui quella emotività dovesse respirare nello spazio sonoro. Con l’arrangiamento abbiamo cercato proprio questo: non aggiungere elementi per riempire, ma per chiarire e amplificare ciò che già c’era. Le stratificazioni non sono decorative, ma servono a dare profondità, a far emergere certe tensioni e a rendere il brano più immersivo, senza tradirne lo stile originale.

Nel tuo percorso c’è un passaggio dalla dimensione solista a quella di band. Cosa cambia nel modo di scrivere e produrre?
Cambia soprattutto il modo in cui il brano prende forma. Quando scrivo da solo il processo è più immediato, quasi istintivo: il pezzo nasce già con una sua direzione abbastanza definita. Con la band invece la scrittura diventa più aperta, meno lineare, perché entra in gioco l’identità sonora degli altri e il modo in cui ciascuno interpreta lo stesso materiale. Questo sposta anche il lavoro di produzione: non è più solo ‘tradurre’ un’idea, ma costruirla insieme, lasciando spazio agli imprevisti e alle proposte che arrivano in sala. In un certo senso si perde un po’ di controllo, ma si guadagna profondità e possibilità di evoluzione del brano

Il tuo progetto si muove tra alt-rock e sperimentazione elettronica. Stai cercando un equilibrio tra immediatezza e ricerca sonora?
L’equilibrio che cerco è quello in cui la ricerca sonora non diventa mai un filtro che allontana l’ascoltatore, ma nemmeno l’immediatezza diventa una semplificazione del messaggio. Mi interessa che un brano possa funzionare anche al primo ascolto, a livello emotivo, ma che allo stesso tempo riveli qualcosa in più quando ci si torna sopra, magari proprio grazie alle scelte timbriche o alle stratificazioni elettroniche, alle parole. L’idea è che l’elettronica non sia un ‘genere’, ma uno strumento per amplificare la scrittura e portarla in uno spazio più immersivo, senza perdere la sua urgenza iniziale.

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