
“Nudi sotto le bombe” è il nuovo album del cantautore toscano Dario Canal. Un disco che parla di coraggio, paura, amore, ideali e libertà. Un lavoro intenso e viscerale che attraversa storie personali e collettive, mescolando ironia, memoria, impegno civile e poesia.
Il disco nasce da una riflessione profonda sul significato del coraggio. “Ho sempre molta paura di non riuscire ad affrontare le cose – racconta il cantautore toscano – e per questo ho deciso di aiutarmi scrivendoci una canzone. Questo disco è il mio modo di mettermi a nudo, di restare in piedi anche quando tutto sembra crollare. È dedicato a chi lotta, sempre e solo con il sorriso”.
Tra i brani più emblematici spicca “Rivelinho”, racconto potente che intreccia omosessualità e memoria sportiva, ispirato alla storica partita Zaire-Brasile del 1974; “Brucia”, che rievoca l’incendio della passeggiata di Castiglione della Pescaia del 2018; “Soluna” rende omaggio a chi sceglie l’arte come unica strada possibile, ispirata all’incontro con il circo Soluna in Umbria e dedicata a Wanja Waibel.

Qual è stata la scelta artistica più rischiosa che hai preso durante la lavorazione del disco?
Cantare “Io del fascismo voglio la morte”.
In che modo hai lavorato sul suono per costruire un’identità coerente lungo tutto l’album?
Assieme a Samuele Proto (co-produttore) abbiamo pensato fin da subito di registrare un disco in presa diretta. Le esigenze tecniche hanno richiesto una preparazione sia sonora che esecutiva, attraverso settimane di pre-produzione. Lavorando con questo approccio abbiamo avuto modo di poter premere REC e farci guidare dall’istinto. Da subito volevo creare un ambiente divertente e stimolante e questo si sente nel disco. In circa due giornate, avevamo quello che c’interessava. E’ stato un piacere e un’esperienza unica. Da lì in poi è iniziato il lavoro sulle voci che ho deciso di registrare sia in studio (presso Shed 626 di Sesto Fiorentino) sia per conto mio, in modo da avere due scelte artistiche una più intima e una più live.
Quanto conta per te mantenere una dimensione di imperfezione all’interno della scrittura e della produzione?
Credo ancora che la musica possa lasciare una qualche impronta. Anche se non ci siamo potuti permettere di registrare su nastro, abbiamo lavorato come se ogni take fosse unica e inimitabile. In alcuni momenti si dondola assieme, in altri ognuno va per conto suo. Questo approccio ti porta ad un continuo confronto e si avvicina molto alla forma LIVE, fondamentale per chi ha intenzione di fare ascoltare la propria musica ben oltre una piattaforma digitale. Nella scrittura invece si cerca sempre di trovare una forma comprensibile almeno per sé stessi. Sbagliare un ‘H’ è un errore, scrivere ‘Pelle Doka’ è una scelta. Quindi chiunque può trovare dei difetti ma dal punto di vista di chi crea, sono soltanto dei momenti di vita impressi in quell’attimo, è una forma di memoria che ti permette di poter ricordare quello che hai fatto: l’imperfezione è uno dei miei pregi.
Se si ascoltasse il disco senza prestare attenzione ai testi, quale parte della tua identità emergerebbe comunque?
Quella di una persona che si diverte in quello che fa.
C’è un passaggio del disco che oggi rileggi in modo diverso rispetto a quando lo hai scritto?
Continuamente, basta guardare quello che succede nelle nostre società. Far uscire un disco significa dare significato al reale. Ogni canzone che lo compone, inserita in un momento storico, ha una sua lettura. E se provo ad immaginare le diversità di persone e di pensiero che potrebbero ascoltarlo, ho come l’impressione che questo album non sia collocabile o definitivo ma un elemento in continua trasformazione.
Questo album rappresenta una chiusura o l’inizio di una nuova direzione nel tuo percorso artistico?
Vorrei poter continuare a fare musica perché fa sentire una persona migliore.
