Lupo: «Le mie canzoni sono cerotti per le ferite della mia generazione»

C'è una fragilità condivisa, quasi tattile, che attraversa "Cerotti", il nuovo disco di Lupo: una vera e propria cassetta di pronto soccorso

Lupo - Foto di Marco Gennari
Lupo – Foto di Marco Gennari

C’è una fragilità condivisa, quasi tattile, che attraversa “Cerotti”, il nuovo disco di Lupo. Non solo una raccolta di canzoni, ma una vera e propria cassetta di pronto soccorso per le inquietudini dei ventenni di oggi: quelli che si sentono troppo grandi per chiedere aiuto, ma ancora troppo piccoli per decifrare il futuro.

Classe 2001, Lupo De Matteo torna a parlare alla sua generazione con una sincerità disarmante, trasformando ansie, lividi interiori e incomprensioni quotidiane in un pop stratificato, crudo e incredibilmente autentico. “Volevo trovare una parola che tirasse fuori un’immagine che conoscessero tutti. I miei sono cerotti per coprire e per curare”, ci racconta Lupo.

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Nel brano “23” dici che tutti sembrano andare più veloci di te. È una pressione che senti dal mondo reale o è amplificata dai social?
È una pressione che sentiamo tutti, è nell’aria. C’è sempre questa sensazione di essere in ritardo, di avere qualcuno che ti sta davanti di un passo. Ovvio, i social amplificano tutto: sono una vetrina dove ognuno espone solo il meglio, creando una gara continua spesso inutile. Dovremmo imparare a concentrarci di più sul nostro percorso personale. Il confronto è utile solo se serve a migliorarsi, ma sui social diventa puramente stressante.

In “Noia” invece racconti il vegetare a letto. Come si esce da quel loop di pigrizia e ansia?
Ci sto ancora lavorando anch’io, non ho la formula magica! Siamo tutti un po’ succubi di questa noia paralizzante. L’unico modo per uscirne è rendersi conto di quello che sta succedendo. È giusto concedersi momenti di relax, ma bisogna saper riconoscere quando il riposo si trasforma in una scusa per non fare nulla. Il primo passo è la consapevolezza.

In “Salesale” canti che “tutto è in vendita”. Come fai a restare te stesso senza diventare un “prodotto”? Paradossalmente, il “prodotto” che ha più valore sul mercato è quello più originale, quello che non prova a scimmiottare qualcun altro. Accettare che nel mondo di oggi anche noi abbiamo un valore economico è quasi un obbligo, ma la chiave è lavorare prima su se stessi. Se curi la tua sostanza e la tua autenticità, il resto viene di conseguenza.

In “X100” inviti a “spegnere tutto”. Ma tu ci riesci davvero?
Dico la verità: ci provo, ma faccio fatica. Ho scritto l’album anche come promemoria per me stesso, per ricordarmi quanto sia importante staccare. Quando finalmente ci riesco, mi rendo conto di quanto valore abbia disconnettersi da certe dinamiche.

In “Il fiore” parli della paura di diventare ‘come chi ci ha preceduto’. Cosa ti spaventa di più dell’idea di cambiare crescendo?
Il discorso è ampio e va oltre i genitori: è la paura di deludere me stesso. Quella sensazione di guardarsi allo specchio un giorno e accorgersi di aver tradito le proprie battaglie, di essere diventati proprio ciò che avevamo giurato di non essere mai. Detto questo, credo nell’evoluzione, ma spero di non perdere mai quella spinta iniziale.

“Supersonico” chiude il disco in modo molto particolare. Perché questa scelta?
Ci tengo tantissimo perché è un pezzo diverso dagli altri, scritto in modo più istintivo, quasi come quando ho iniziato a fare musica anni fa. Metterlo in coda è stato naturale: immagino proprio la chiusura di un concerto, quel momento in cui lasci il palco sospeso in un’atmosfera libera.

Hai molte reference, dai Gorillaz a Calcutta, dai Coldplay a Tripolare. Se dovessi scegliere un brano di un altro artista che avresti voluto scrivere tu da inserire in “Cerotti”, quale sarebbe?
Direi Salmo. È un artista che ammiro profondamente per la sua autenticità. Ha una cifra stilistica così forte da rendere suo ogni brano che tocca.

Lupo - Foto di Marco Gennari
Lupo – Foto di Marco Gennari

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