Giulio Wilson e i Musici di Guccini insieme in “Romanzo Epistolare”, canzone d’amore ai tempi della guerra

Giulio Wilson

“Romanzo Epistolare. Storia D’Altri Tempi” è il nuovo video del cantautore Giulio Wilson con i Musici di Guccini, estratto dall’ultimo disco “Storie Vere Tra Alberi e Gatti”. “È una storia d’altri tempi, impressa su lettere ormai ingiallite a cui mi sono ispirato nella scrittura di questa canzone. Armida Casadio nacque nel 1921 a Faenza, fu madrina di guerra e dopo una lunga corrispondenza epistolare si sposò con un giovane arruolato che divenne mio nonno”. Il video, per la regia di Paul Harden, è in animazione 3D e prodotto da Ackagi.

Accompagnato da I Musici di Francesco Guccini, Giulio Wilson scrive e canta questo brano emozionante dopo aver preso ispirazione da una storia di famiglia, realmente accaduta, quella dei suoi nonni. Dopo aver ritrovato delle lettere “ormai ingiallite” appartenenti ad una storia d’amore d’altri tempi, nata per corrispondenza e scritte durante gli anni la seconda guerra mondiale da Dante Rosetti, soldato romagnolo trasferito in Sicilia al fronte, e Armida Casadio, “madrina di guerra”, che ha dato supporto morale al soldato in guerra tramite un rapporto di intima corrispondenza epistolare.

Ispirato dalle Lettere del Nonno

Giulio Wilson si è lasciato ispirare da tante lettere, alcune custodite e che rimarranno sempre segrete; altre, tre in particolar modo, così rappresentative di un amore forte, vivo, nato nei giorni segnati dal dolore della guerra. La prima lettera, datata 18 novembre 1942, risale al periodo in cui Dante era soldato in Sicilia. Racconta, scusandosi, di non aver abbastanza carta per scrivere e ricorda: “Non abbiamo noi tutte le comodità dovute, ma a volte dobbiamo arrangiarsi come meglio possiamo. Di novità Mentina non ne avrei, solo spero che stiate bene come pure ve ne assicuro di me per il presente. Quanto al vostro lavoro, immagino che tenderà a crescere e così non avrete neanche tanto tempo per rispondere alle miei”.

La seconda lettera è di vero amore, scritta due giorni dopo l’8 settembre 1943: data importante nella storia del nostro Paese, giorno dell’armistizio, del “voltafaccia” improvviso dell’Italia che da alleata di Hitler, diventa alleata degli americani. Decisione presa senza mettere in sicurezza i soldati italiani che combattevano ancora al fronte e che si sono ritrovati, improvvisamente, a nascondersi, in altri casi a combattere con i tedeschi oppure a essere uccisi in massa, come accade in Cefalonia. Fortunatamente Dante, in quel periodo, non era più soldato, ma ferroviere a Ravenna. Erano giorni in cui lui non era sicuro di riuscire ad andare a trovare la sua Mentina a Fossolo: “Ci sono chiacchiere, sembra che i tedeschi stiano per arrivare a Ravenna e dopo quello che è successo a Bologna e non c’è da stare per niente sicuri”.

La terza lettera è commovente. La guerra è finita, ma ora il problema è la mancanza di lavoro e, di conseguenza, il fare i conti con la povertà. Dante si scusa, non può andare a Fossolo dalla sua Mentina perché è stato richiamato in servizio alla stazione di San Lazzaro di Bologna. “Mi dovrò privare di un tuo saluto, di una tua carezza, privarmi di un dolce bacio sulle tue labbra, così non potrò nemmeno stringerti forte contro il mio petto, dirti ancora una volta quanto sia grande il bene che ti porto e quanta tenerezza ti meriti. Ti amo Mentina, di un amore semplice e generoso, ti amo tanto che a volte mi domando se potrà durare tanto in uno spasmo così seducente e se dovrò quasi sempre continuare a illudermi e placare la mia frenesia in una semplice fotografia. Vorrei averti vicina, molto vicina per poter guardarti sempre,, per poter leggere quegli occhi che anelo, chiudere per sempre tutta la vita accanto alla tua, a volte Mentina ho un dubbio che mi assale e mi sento molto infelice, quello che da un momento all’altro tu possa stancarti di me. Dimmi che non sarà mai così

La storia d’altri tempi di Dante Rosetti e Armida Casadio (di Giulio Wilson)

Giulio Wilson racconta:

Mio nonno, Dante Rosetti, è nato a Ravenna il 13 luglio 1917 ed è deceduto il 18 maggio 1998. Proveniva da una famiglia umile di cinque fratelli, due femmine e tre maschi. Abitavano a Ravenna in una piccolissima casa, in un quartiere fuori porta chiamato “Capannetti”. I suoi genitori, i miei nonni, lo mandarono a scuola, ma una volta finita la quinta elementare decisero di fargli interrompere gli studi, a causa delle ristrettezze economiche, nonostante lo scetticismo e i tanti tentativi della maestra, che provò più volte e convincerli a fargli proseguire gli studi.  Con un solo quaderno frequentò i primi due anni di scuola, poi però dovette lasciare, suo malgrado. Trovò una prima occupazione come manovale nell’edilizia, poi entrò nelle Ferrovie dello Stato e ottenne un impiego stabile. Negli anni salì di vari livelli, fino a divenire vice capostazione e gestore della stazione merci di Ravenna (detta la “Picola”). Non volle proseguire al successivo grado di capostazione, perché ciò avrebbe comportato con certezza il trasferimento in altra sede, mentre il suo desiderio era quello di restare nella sua città, anche per via dell’affetto che ormai lo legava a Mentina.  Aveva iniziato un intenso rapporto epistolare con questa ragazza, durante il servizio militare, per procura, come si potrebbe definire. Esistevano infatti le cosiddette “madrine di guerra”. Il nome di questa ragazza lo aveva avuto da un commilitone che proveniva dallo stesso paese di lei  (Fossolo di Faenza). Questi gli aveva dato anche altri cinque indirizzi  di altrettante ragazze del suo paese, ma solo Mentina rispose alla sua lettera. Cominciò così un lungo rapporto epistolare, durato anni e che sfociò, ancor prima di incontrarsi, in un rapporto di affettuosa amicizia, prossima a diventare un vero e proprio coinvolgimento emotivo. Un amore reciproco che durò per tutta la loro esistenza, fino alla fine della loro vita. Si sono conservate soltanto le lettere scritte da Dante, quelle scritte da Mentina purtroppo sono andate perse, per via della guerra. Non so precisamente il motivo: mio nonno mi disse che furono sequestrate, forse per via della censura, ma io sospetto che la contingenza di quei tempi non gli permettesse di conservare ciò che non era essenziale, o forse per sua negligenza , non mi è dato sapere.

Mia nonna, Armida Casadio, è nata a Faenza il 2 dicembre 1921 e deceduta il 19 ottobre 2016. Abitava in un piccolo paese della campagna faentina, in una modesta casa di proprietà, dotata però dei necessari requisiti per una vita dignitosa. La sua famiglia viveva di un’economia autonoma: avevano animali da cortile, un asino e qualche mucca per il latte, oltre a un piccolo campo che coltivavano a canapa, per poi tessere le tele col telaio.  Il padre si arrangiava in vari modi: intrecciava cesti di vimini, faceva il barrocciaio (trasporti su richiesta) e il barbiere la domenica. Mentina aveva una sorella e tre fratelli, tutti canterini e musicisti per passione e artigiani di professione. Quando iniziò la corrispondenza con Dante lei era sarta e nonostante la sua giovane età aveva alle sue dipendenze quasi una decina di ragazze apprendiste. Allora usava cucirsi da sé gli abiti e in età adolescenziale si andava ad apprendere il mestiere, che poi tornava utile in famiglia o anche per intraprendere la professione di sarta. Nel dopoguerra ebbe problemi di salute e per un paio d’anni dovette portare un busto di gesso per sostenere la colonna vertebrale. Questo contrattempo ritardò il loro matrimonio, già programmato da tempo. Mentina ha conservato tutte le lettere gelosamente e solo dopo la sua morte ho potuto conoscerne il contenuto. La mia impressione è stata di grande impatto emotivo, per il modo di scrivere corretto e per la passionalità dei sentimenti trasmessi dalle parole. Ho pensato che fosse un peccato non tenerle in considerazione, perché tracciano uno spaccato di vita d’altri tempi e scavano nell’animo umano con una chiarezza e una semplicità straordinarie.   

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