Forse Danzica, il nuovo EP è “Lunaire”: Track by Track

“Lunaire” è il nuovo EP del progetto Forse Danzica. Matteo Rizzi torna con un nuovo capitolo definitivo che vive nei locali underground di Milano e che nasce da una relazione a distanza in bilico: un lavoro che definisce il genere dell’electro-noir e che conferma Forse Danzica tra le realtà indipendenti più interessanti della scena.

“Avevo una relazione al capolinea con una persona che viveva a Parigi, avevo trascorso buona parte della primavera ascoltando il ciclo di Pierrot Lunaire di Schoenberg per un esame dell’Università e passavo buona parte delle mie giornate nella mia stanza con l’impressione che mi somigliasse: nei momenti peggiori si accumulavano la polvere, i fogli con i calendari su cui provavo a fissare dei progetti che non rispettavo, gli oggetti e i vestiti, e io facevo fatica a trovare dei punti in cui riposare lo sguardo. Pensavo tantissimo, perlopiù pensieri morbosi e claustrofobici, e mi vergognavo molto di quello che stavo facendo della mia vita. Poi un giorno ho preso atto di quel dolore e ho deciso di restarci per un po’ per conoscerlo meglio, e ho deciso di raccontarlo in tutti i suoi aspetti, a partire da quelli che mi facevano più ribrezzo, anche solo per provare a estetizzarli e a innalzarli in qualche modo. Sono uscite alcune canzoni, e quelle che mi sono piaciute di più sono entrate in questo EP.”

Track by track

Porpora
Si tratta della prima traccia del disco ed è stata scritta una sera mentre stavo ascoltando Power On di James Blake, ho iniziato a cantare la linea del ritornello sopra al pezzo di Blake e poi ho iniziato a lavorarci nei giorni successivi. É una sorta di canto rivolto alla luna, un topos tra i più classici, e anche la simbologia di riferimento è molto classica, e cioè la luna intesa come l’oggetto di un amore asimmetrico, in cui si dà l’anima in cambio del silenzio. L’idea è raccontare quella disperazione che si prova quando si darebbe qualsiasi cosa pur di avere delle risposte o anche solo dei segni di vita, appunto per “colorare il pallore” di qualcuno che ci sembra distante. Nel pezzo poi si cita Nadar e il suo autoritratto rotante, che per me ha sempre messo in evidenza il paradosso della prospettiva: più conosciamo i particolari di qualcosa, più fatichiamo a cogliere l’immagine totale, che comunque non potremmo dire di conoscere senza conoscerne i particolari, e il risultato è che non esiste alternativa alla non conoscenza. Si cita poi anche Lili Boulanger, musicista straordinaria e mia crush del passato.

Naftalina
In questo pezzo volevo raccontare il degrado in cui mi trovavo a vivere in quel periodo, che rispecchiava il mio approccio alla vita e l’assenza di stimoli. C’è una citazione diretta alle Memorie del Sottosuolo di Dostoevskij (se ti racconto tutto è solo vanità) perché volevo palesare quel collegamento e soprattutto lo spirito condiviso della prima metà di quel libro e, nel mio piccolo, del mio pezzo: estetizzare il degrado per narcisismo e compiacersi del male. Il ritornello è volutamente cantilenante per restituire quel senso di claustrofobia che ha fatto nascere il pezzo. C’è comunque di mezzo l’amore, in particolare quel senso di delusione che si prova quando alla fine dell’innamoramento ci si riscopre non più davvero speciali, né tantomeno completi, come ci si era illusi di poter essere. SETA: parla di un’amore finito e confuso, di dipendenze affettive verso ciò che ci distrugge. Ho cercato di racchiudere il lato omicida e quello consolatorio che stanno in simbiosi nell’amore: anche questa credo sia una tematica iperclassica, è la stessa dai tempi di Catullo, perché credo che l’amore sia proprio questa cosa qua, distruzione e rinascita allo stesso tempo. Anche a livello musicale ho voluto restituire questa ambivalenza, incastrando un blocco centrale sostanzialmente club all’interno di un pezzo downtempo molto aperto e romantico.

Debussy
Il concetto è lo stesso di Porpora, però visto dall’altra prospettiva, quello di chi è amato ma è incapace di amare. Anche qui la metafora riguarda la luna, che nonostante le dediche di compositori e pittori, e il desiderio di conquista degli esseri umani (gli americani e i russi per riferirsi alla corsa allo spazio), rimane inaccessibile e in qualche modo imperscrutabile per sua stessa natura: la conoscenza credo funzioni così, è sempre insaziabile. E gli oggetti della conoscenza quindi sono sempre insaziati. Il risultato è sempre lo stesso, la solitudine e il senso di inadeguatezza. Musicalmente si cerca di far convergere tutte le direttrici del resto del disco. NOIR: è una specie di divertissement, un momento che esula per certi versi dall’atmosfera del disco, in cui c’è spazio per un’ironia comunque per certi versi macabra. Anche in questo caso si parla di spleen e solitudine.

Meteoropatika
Questo è un pezzo in cui ho scelto di non usare immagini, ma di raccontare delle sensazioni in maniera diretta e immediata, con riferimenti concreti alla mia vita reale e con sincere confessioni delle mie paure e dell’origine del mio senso di solitudine, ovvero l’impressione di essere troppo piccolo per contare qualcosa e la consapevolezza che la vita è un viaggio che si compie sostanzialmente in solitaria. Niente di speciale, però è una sensazione che credo tutti abbiano provato. Il sample di voce (se per te deve essere quest’agonia ogni volta, tanto vale che non lo fai) è la mia amica e art director Arianna di Studio Cemento, che mi rimproverava per la mia incapacità di godere di momenti in teoria felici, come la pubblicazione dei miei brani.

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