Vieri Cervelli Montel: “Condivido Il Frutto Di Una Necessità Di Ricerca Interiore, Risoluzione, Pacificazione”

Vieri Cervelli Montel pubblica il disco d'esordio "I" e ce lo racconta nel
Vieri Cervelli Montel – Foto di Camilla Cattabriga

Si intitola “I” l’opera prima di Vieri Cervelli Montel, artista toscano classe ’95, prodotta insieme ad Iosonouncane e Alessandro Mazzieri e composto da 9 canzoni che rappresentano un romanzo di formazione. Si tratta dell’autobiografia del musicista che ha inizio dalla perdita del padre avvenuta quando aveva nemmeno 7 anni, vent’anni prima di questo album.

Vieri Cervelli Montel affronta argomenti quasi tabù per la musica come la morte, la memoria e la stessa infanzia; ma “I” (primo) tratta anche temi archetipici come l’infanzia e la crescita, il ricordo di ciò che è perduto, la morte e la vita che, al contrario, resta.

Ecco l’intervista a Vieri Cervelli Montel!

La copertina di "I" di Vieri Cervelli Montel

Ciao! Cosa ci racconta “I” in generale di Vieri Cervelli Montel?
Ciao. “I” non racconta niente “in generale” di me, ma anzi entra nel particolare di alcuni frammenti precisi della mia vita, nello specifico quasi sempre della mia infanzia. Non credo tuttavia che sia un disco che racconta di me, pur facendolo sul piano letterale, ma piuttosto penso che esprima una condizione comune e condivisa di convivenza col dolore dell’abbandono e la dolcezza del ricordo.

I brani si muovono tra l’infanzia, la crescita e il ricordo di tuo padre, scomparso quando avevi 7 anni. Quanta speranza di amare c’è nelle 9 tracce? Credi che l’amore sia sempre il motore del mondo?
Nei brani non c’è speranza, c’è necessità. Come scriveva Aristotele: “L’impossibilità dell’altrimenti”. Su un piano differente ma parallelo, il disco stesso è frutto di una necessità di ricerca interiore, risoluzione, pacificazione. Per rispondere alla domanda, tornando invece sul piano appunto metafisico: non credo che l’amore sia sempre il motore del mondo, se non altro non più della fame, della violenza, della morte. Siamo, nella nostra capillare complessità, effetto e causa di ciò che accade. Personalmente trovo che il fuoco del disco non sia la speranza, né l’amore, ma la necessità e le sue manifestazioni tradotte nell’esistenza umana, nell’infanzia, nell’abbandono, nel lutto. Nell’ineluttabile, appunto, caducità della vita stessa. È un disco sull’accettazione dell’ineluttabile. Attraverso la memoria, il sogno, la dolcezza del tempo perduto.

I titoli delle 9 canzoni hanno tutti un’unica parola. Come mai?
Desideravo che ogni brano non portasse l’iniziale maiuscola, cristallizzandosi nell’essere “il titolo di una canzone”. Su un piano metanarrativo, per me è importante che “stanza” non si compiaccia dell’ufficialità formale che la rende il titolo di una canzone, ma continui sempre a riferirsi alla stanza stessa. O, ancora più precisamente, a una comune stanza, indeterminata se non dal testo stesso del brano. Allo stesso modo “risveglio” è un risveglio, “alba” è un’alba, non sono solo titoli che mi sembravano suggestivi, ma riferimenti a due momenti nello spazio e nel tempo, con la loro luce, le loro emozioni. In questo senso, il titolo di ogni brano non vuole mai riferirsi al brano stesso, ma sempre a ciò che contiene, ovvero il frammento di una storia: nebbia, maestrale, risveglio, stanca, stanza, scale, alba, ultimo, primo.

In che modo ha avuto influenza Iosonouncane sui brani di “I”?
Iosonouncane ha avuto una grande influenza dapprima indirettamente, essendo uno degli artisti il cui lavoro svisceravo già da molto prima di conoscerlo di persona, poi col suo approdo al disco in qualità di produttore, o meglio co-produttore insieme a me e al buon Alessandro Mazzieri. Abbiamo iniziato a collaborare effettivamente quando da un punto di vista compositivo i brani erano già completi, e già da tempo il materiale musicale era immerso in improvvisazioni con i miei musicisti, allo scopo di portarlo altrove ed esplorarne le possibilità. Jacopo ha avuto il prezioso ruolo di produttore non direttamente condizionato dall’aspetto più viscerale del processo creativo, e con esperienza e sensibilità a mio parere rare ha suggerito modifiche alle parole o alla musica tanto circoscritte quanto dall’importanza quasi destabilizzante. È un grande musicista e non di rado è stato in grado di creare interi nuovi piani di lettura a un brano, consigliando una modifica magari a un singolo elemento dell’arrangiamento, un po’ come il cliché gotico del passaggio segreto che si apre muovendo il libro giusto. Inoltre, ma non lo reputo secondario, averlo al mio fianco mi ha sempre enormemente incoraggiato.

La prima canzone, “Nebbia”, inizia con la tua voce a cappella. Perché questa scelta?
È un disco crudo, intimo e introspettivo, di ricerca interiore. Iniziarlo con la mia voce completamente nuda che dice “cerco”, “cerco parole”, è una dichiarazione d’intenti e una manifestazione dello spirito musicale e narrativo del disco.

Tutti i brani si muovono tra canzone tradizionale e sperimentazione contemporanea. Quali artisti hanno ispirato maggiormente la tua musica e la produzione sonora di “I”?
Le ispirazioni sono numerose, talvolta comuni a tutto il disco, soprattutto in termini di approccio al piano narrativo (sicuramente lo stesso Iosonouncane, Alessandro Fiori, Sufjan Stevens), talvolta invece distribuite in momenti musicali dall’estetica eterogenea. Di queste posso solamente provare ad elencarne alcune: dalla sfera elettronica (Ryoji Ikeda, Alva Noto e Ryūichi Sakamoto, Jon Hopkins), a certa musica improvvisata di matrice più o meno jazzistica (Jakob Bro, Bill Frisell, Hilde Marie Holsen), alla canzone contaminata (Radiohead, Bon Iver, Francesca Gaza, Fabrizio De André, David Sylvian, Scott Walker), e oltre. Sia in fase di composizione, sia soprattutto di produzione e manipolazione dei suoni, non mi sono mai posto limiti di estetica musicale, attingendo ad esempio a parametri comunemente impiegati nella vecchia canzone italiana (“stanca”), o nella musica techno (“ultimo”), o ancora nel noise (“scale”).

Foto di Camilla Cattabriga

Le due tracce finali sono “Ultimo” e “Primo”. Perché proprio in quest’ordine? Sta forse a significare un nuovo inizio?
La narrazione del disco, che come in una successione di sogni, risvegli e ricordi non è lineare, ma funziona per associazione di suggestioni, si chiude appunto con “ultimo”, ovvero il tentativo di ricordare l’ultimo saluto con mio padre, di cui perfino il ricordo è andato perduto nel buio del trauma. Tuttavia, a “ultimo” segue “primo”, che temporalmente si colloca molto dopo gli altri eventi del disco, ed è un brano che si propone di essere risolutivo dell’intero album. È una scelta precisa far terminare una ricerca sulla morte e sul dolore con “primo”, un testo che invece ricama sulla dolcezza del ricordo che non può morire, e supera la paura della fine in nome della bellezza, di cui fa parte anche il fatto che un giorno questa non ci sarà più. Far seguire a “ultimo” “primo” rappresenta una ciclicità rigenerativa, proprio come quella della nostra esistenza. E la vita rinasce dopo la morte, o addirittura le sopravvive, unicamente tranne l’accettazione di quest’ultima. Così si chiude “primo”, e il disco tutto: “adesso posso accettare che sei mortale”.

Sarai in tour questa estate per presentare “I”?
Sì. Presto annunceremo i primi concerti.

Foto di Camilla Cattabriga

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