Itto: “Blink-182 e Brunori Sas Mi Hanno Cambiato: ‘houston.’ Parla Di Tante Storie”

Il cantautore e polistrumentista torinese Itto pubblica il nuovo singolo “houston.”, una ballad che culmina in un inno da stadio pop punk, scritto con Emanuele Cotto e Pietro Celona, che anticipa quella che sarà la sua produzione nel futuro.

<<Ho scritto ‘houston.’ per raccontare quella promessa vuota di rimanere amici dopo una storia d’amore, quando in realtà amici non lo siamo mai stati. Parla di noi che ci cerchiamo a vicenda dentro quel pezzo dei Blink-182 che ascoltavamo in macchina insieme, senza trovarci mai>> racconta Itto. Dopo il primo EP in lingua inglese “The Night Was Long” del 2016, l’artista gira per l’Europa come one-man-band e nel 2019 nasce il sodalizio artistico con il produttore Etta Matters.

Ecco l’intervista a Itto!

“Igloo” e “houston.” sono due nomi lontani dall’immaginario italiano: il primo è un rifugio di ghiaccio e il secondo una città americana ma ricorda anche un richiamo d’aiuto. Cosa le accomuna?
“Igloo” è stata l’ultima pagina di un capitolo e “houston.” la primissima frase di quello successivo. Tra un pezzo e l’altro c’è stata una pausa di alcuni mesi che mi ha dato il tempo di capire come davvero volessi evolvere il mio sound senza abbandonare ciò che era stato finora. Credo che il mio modo di pensare le melodie non sia sempre molto “italiano”, mi piace cercare di miscelare degli intrecci molto pop con testi a volte quasi cantautorali. Questo aspetto, più di ogni altro, penso accomuni le mie canzoni.

“houston.” racconta la promessa di rimanere amici dopo una storia d’amore. Parla di una storia realmente accaduta?
Ho scritto la frase “resto l’amico che non sono mai stato” quando ero alle medie e sono stato rifiutato dalla ragazza per cui avevo una cotta. Mi sembrava assurdo che mi proponesse di rimanere amici quando io l’avevo sempre solo vista molto teatralmente come “l’amore della mia vita”. Un giorno mettendo a posto la mia vecchia stanza a casa dei miei ho trovato quel quadernetto su cui scrivevo le mie prime barre rap da adolescente arrabbiato col mondo e quella frase mi ha colpito. Da adulto con tutta una serie di esperienze in più quelle parole hanno assunto un significato molto più profondo, però mi piaceva anche l’idea di citare l’Itto tredicenne. Quindi direi che parla di tante storie realmente accadute!

Qual è “quel pezzo dei Blink-182” che ascoltavate sempre in macchina?
Nella seconda strofa di “houston.” c’è un riferimento abbastanza esplicito ed una vera e propria citazione di “All The Small Things”. L’idea di includere questo omaggio ad una delle band con cui sono cresciuto non è stata assolutamente ragionata: stavo suonando “houston.” alla chitarra mentre la scrivevo e mi sono accorto che gli accordi erano simili a quella vecchia canzone dei blink che adoravo, e potevano stare bene una sopra l’altra. In verità nella mia macchina qualsiasi pezzo dei blink o pop punk in generale è in alta rotazione 12 mesi all’anno.

Hai iniziato a scrivere nel 2016 in inglese e ora canti in italiano. In che dimensione ti senti più a tuo agio?
Da ragazzo ho sempre avuto più influenze musicali anglofone che italiane, e i miei primi pezzi spaziavano attraverso generi che nella nostra musica hanno avuto relativamente meno impatto come il blues ed il folk ma anche la musica tradizionale irlandese. Per questo motivo sono sempre stato attratto da questa lingua che si prestava naturalmente meglio al sound per questioni metriche e stilistiche. Un giorno ho scoperto per caso “Lei, Lui, Firenze” di Brunori Sas e la mia vita è cambiata. Mi ha acceso una scintilla che difficilmente potevo ignorare, portandomi ad incuriosirmi verso il nuovo ed il vecchio cantautorato italiano, e alla “rivoluzione indie” che stava nascendo in quegli anni. Oggi mi sento decisamente più a mio agio a scrivere in italiano, lo trovo più difficile ma riesco ad esprimere con più profondità quello che davvero ho in testa.

Nasci come one-man-band ma stai progettando un tour nei prossimi mesi? Avrai una band tutta tua?
Dopo aver suonato tanto da solo ed aver combattuto e poi finalmente imparato a convivere con la necessità di riarrangiare i pezzi per eseguirli come unico musicista sul palco, ho potuto recentemente apprezzare davvero la libertà di essere parte di un insieme. Dover “solo” cantare e suonare la chitarra mi permette di concentrarmi sulla migliore esecuzione possibile del brano, e poter ricreare dal vivo i tanto ragionati arrangiamenti delle versioni in studio mi spinge anche in fase di registrazione a cercare una continuità nei suoni. Continuerò comunque a mettere in scaletta qualche canzone da eseguire in solitaria perché sono un nostalgico. Il tour arriverà presto e non vedo l’ora di scoprire come questi nuovi pezzi se la caveranno nel mondo reale, non solo online!

Con quale artista o band del panorama internazionale ti piacerebbe collaborare?
È una domanda difficile, ci sono tanti artisti internazionali la cui collaborazione ho sempre visto quasi come un sogno. Dovessi citarne solo una sarebbe Julia Wolf, che unisce le sue origini italiane al nuovo indie pop americano. Sono un super fan da quando ho sentito “Immortale” la prima volta nel 2019.

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