Andrea Morandi: “Primo Libro Al Mondo Su The Edge: L’Artista Che Ha Cambiato Il Suono”

Andrea Morandi, giornalista e critico musicale, è l’autore di “The Edge. Oltre Il Confine” (ed. Sperling & Kupfer), la prima biografia del chitarrista degli U2. Uscito il 22 febbraio, il volume è subito al primo posto dei libri più venduti su Amazon.

240 pagine per l’omaggio definitivo a uno dei più grandi innovatori della musica, un viaggio condito da 12 playlist (qui potete trovarle tutte) che accompagnano il lettore nel magico mondo a sei corde di David Howell Evans. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore che ci ha parlato del libro e del suo grande amore per gli U2!

Perché la scelta del Check In e Check Out?
L’idea era quella di scrivere un libro che fosse cinematografico, l’ho immaginato come un biopic. Mi piaceva l’idea di The Edge che saliva su questo aereo, si addormentava e ripercorreva la sua vita. Il libro si apre su un aeroporto e si chiude su un aeroporto, in mezzo ci sono 12 tappe con posti specifici perché negli U2 la geografia è sempre stata molto importante. Aveva molto senso nel percorso di The Edge: nasce a Londra da genitori gallesi e cresce a Dublino.

Come mai la scelta delle playlist? Come le hai composte?
Le playlist sono fondamentali, non ci sono canzoni degli U2 tranne una (“I Will Follow”) ma sono le canzoni che hanno influenzato The Edge a costruire quel suono: negli anni ’70 abbiamo Rory Gallagher e i Tate, la prima folgorazione, da lì inizia la sua fascinazione per la figura del chitarrista e il fatto che Rory fosse irlandese gli fa capire che potesse farlo anche lui. Dai My Bloody Valentine ai Beatles fino agli Stone Roses e alla musica tedesca: si capisce dove ha preso certe sonorità. Mi piaceva l’idea di far sentire al lettore gli ingredienti che hanno contribuito a costruire una cosa unica.
Tornando al viaggio, l’idea della playlist è mettersi le cuffie mentre leggi, esattamente come fai quando sei in viaggio.

Non ci sono le playlist di Adam e Larry.
La playlist di Bono l’ho messa più che altro per curiosità, una ho voluto concedergliela visto che è sempre stato il compagno di viaggio di The Edge.

Rory Gallagher è stato il primo concerto di The Edge. Qual è stato il tuo primo degli U2 e quando il primo avvicinamento alla loro musica?
Il mio primo avvicinamento è stato alla fine degli anni ’80 con “The Joshua Tree” e “Rattle And Hum”. Il primo concerto vero invece è stato nel ’97 a Praga, PopMart Tour, che è stato poi il concerto più mastodontico degli U2 che loro hanno rinnegato in maniera clamorosa e anche ingiusta. Uno dei vicoli ciechi della band ma nel libro è un passaggio fondamentale, se ci pensi i Radiohead hanno fatto la svolta elettronica con “Kid A” anni dopo rispetto agli U2. E dopo li ho visti altre volte, a Torino, a Roma..

Rappresenta per te qualcosa di specifico la figura di The Edge oppure, sapendo già tutto sulla figura di Bono, volevi dare nuova vita alla sua figura?
L’idea era mettere il riflettore su una figura fondamentale: questo è il primo libro al mondo su The Edge, una figura che ha cambiato il suono. Anni fa intervistai Pat Metheny e gli ho chiesto “Qual è il chitarrista fuori dal jazz che ami di più?” e mi ha risposto “The Edge, perché è uno che suona poche note e quelle non te le dimentichi più”. Sono stato qualche anno fa a Milano a pranzo con loro e mentre Bono faceva lo showman, The Edge stava seduto e sorseggiava il suo vino rosso, sembrava un turista irlandese o un dottore. Non avresti mai detto che era una rockstar. Mi ha molto affascinato questa sua tranquillità per una persona che ha visto gli stadi pieni, pensavo di trovare del cinismo. Manda avanti Bono mentre lui sta nel suo laboratorio a fare esperimenti, ha tenuto sempre molto alla privacy: nel libro racconto della figlia e del percorso che ha fatto con la Fondazione per prevenire il cancro. Volevo illuminare una figura del genere.

Io lo associo come figura e attitudine a Brian May.
L’accostamento vale perché davanti hanno questi fuoriclasse che si mangiano la scena. Loro sembrano comprimari ma poi sai che Bono non sarebbe mai esistito senza The Edge che costruisce l’impalcatura sonora su cui poi lui va a cantare. Pensa a “Where The Streets Have No Name”, ti ricordi prima i due minuti di intro e poi la voce di Bono.

Secondo te, qual è stato il momento decisivo della carriera degli U2?
Il momento in cui gli U2 sono diventati una leggenda è “Achtung Baby”. Hanno avuto un coraggio e un’ambizione che pochissimi avrebbero avuto. Vendi 20 milioni di copie con “The Joshua Tree”, potresti fare tranquillamente “The Joshua Tree 2” e venderne altri 20, invece ti imbarchi in una sperimentazione rischiosissima. L’ultimo singolo degli anni ’80 è “All I Want Is You” e il primo dei ’90 è “The Fly”, due mondi sonori completamente diversi. Potevano rimanere con in mano niente e invece hanno vinto loro. Poi con “Zooropa” hanno alzato ancora una volta la posta.

Nella puntata 200 dei Simpson “Spazzatura Fra I Titani” del 1998, gli U2 fanno la loro comparsa e Homer irrompe sul palco di Bono e co. per candidarsi a Commissario della Sanità (Garbage Man) di Springfield. Quando è il momento in cui gli U2 sono entrati nell’immaginario comune?
Da Joshua Tree. Se pensi alle imitazioni della copertina di Anton Corbijn, loro sono entrati nel mito e hanno contaminato l’immaginario collettivo. Hanno colonizzato il subconscio di milioni di persone. Avrebbero potuto sciogliersi subito dopo e sarebbero rimasti nel mito anzi se si fossero sciolti dopo “Achtung Baby” staremmo parlando di una delle più grandi band di tutti i tempi, al pari dei Beatles. Solo che dopo si sono annacquati anche loro.

Nel libro, tra la nona e la decima tappa, passi dal 1998 al 2012. Come mai hai voluto (quasi) saltare gli anni Dieci?
Per The Edge quelli sono gli anni in cui la figlia si ammala e c’è l’uscita della Bomba (“How To Dismantle An Atomic Bomb”, 2004) che trovo discutibile. Ma volevo concentrarmi più sul suo percorso umano, gli anni Dieci sono l’anello più debole della carriera degli U2, forse il momento in cui si stavano ‘smitizzando’.

Il libro arriva fino ai giorni nostri ma oggi gli U2 hanno ancora qualcosa da dire? Oppure, come hanno fatto i R.E.M., rifaranno cover di loro stessi?
Loro sono stati intelligenti a mollare. Se ascolti “Songs Of Innocence” e “Songs Of Experience” sono due grandi dischi comunicati male. Hanno scelto i singoli peggiori lasciando le canzoni migliori nelle retrovie. Quasi come se non fossero consapevoli della loro forza: se pensi a “No Line On The Horizon”, Brian Eno voleva far uscire “Moment Of Surrender” che sono 7 minuti, proprio da U2, come avevano fatto con “Numb”. Invece Bono si preoccupò delle radio… Non riescono a trovare la quadra, le idee ci sono. Potrebbero anche fare un disco acustico, pensa con la voce di Bono, gli archi, gli arrangiamenti…

Chi sono i loro eredi?
Sono stati i Coldplay per un lungo periodo. Perché erano usciti a bilanciare le melodie e la sperimentazione. Poi non hanno fatto il salto artistico che hanno fatto gli U2. Come eredi oggi, forse gli Inhaler del figlio di Bono. Sono freschi.

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Gli U2 sono sempre stati vicini al sacro e al sociale ma mai il profano. Per un retaggio culturale?
Secondo me il retaggio culturale c’è sicuramente e poi è una band cresciuta con gente come i Clash, il fatto di unire politica e rock per loro è stata una folgorazione. Fondamentale è stato essere adolescenti negli anni ’70, anche il fatto dell’essere irlandesi ma sono stati più determinanti i loro modelli.

Quali sono i tuoi momenti cinematografici preferiti legati agli U2? I miei sono “Hold Me Kiss Me Thrill Me Kill Me” da Batman Forever e “All I Want Is You” da Giovani, Carini e Disoccupati.
Quando in “Fino Alla Fine Del Mondo” di Wim Wenders, William Hurt entra in macchina e parte “Until The End Of The World”. E poi tutto “Million Dollar Hotel”, un grandissimo disco sottovalutato. Un grande difetto degli U2 è stato lasciato pezzi in questi ultimi 30 anni ovunque, avrebbero potuto fare almeno 3 album con roba di qualità a volte maggiore di quella contenuta negli album.

Alla fine viene sempre fuori l’eclettismo di una grande band.
Tu pensa anche all’unica colonna sonora che ha fatto The Edge nell’86, “Captive”, c’è dentro il pezzo con Sinead O’Connor, “Heroine”. Ed è una colonna sonora pazzesca. Gli U2 hanno fatto la storia della musica e mi piacerebbe che il libro servisse anche per rivalutare e per cambiare le opinioni comuni.

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