“Fino All’Estremo”, Bologna celebra in una mostra il genio di Andrea Pazienza

Andrea Pazienza e Bologna, un legame inscindibile. Impossibile o quasi pensare al Genio del fumettista marchigiano senza mettere sullo sfondo la Città delle Due Torri. I destini dei due si incontrano nel 1974, quando Pazienza si iscrive al Dams. Sono gli anni della contestazione giovanile, dei movimenti studenteschi, dell’esperimento di Radio Alice, del grande concerto “Bologna Rock” al PalaDozza (2 aprile 1979) e dei collettivi di artisti, poeti e musicisti che da tutta Italia convergono a Bologna trasformandola nel cuore pulsante della cultura nella penisola. Sognando di cambiare il Mondo con gli strumenti della cultura ma piombando ben presto nell’incubo dei disordini, delle cariche della Polizia, dei morti sulle strada.

Come quella di Francesco Lorusso, studente vicino al Movimento del ’77, ucciso dai proiettili sparati da un Carabiniere nel corso degli scontri avvenuti in zona Universitaria l’11 marzo di quello stesso anno. La fine delle utopie, l’inizio di un incubo destinato a influenzare e non poco la produzione di Andrea Pazienza. “Le straordinarie avventure di Penthotal” sono una sorta di diario onirico di quegli anni, segnate a tal punto dalla morte di Lorusso che lo stesso Pazienza dopo aver già consegnato le tavole all’editore, decise di cambiare il finale della storia con una nuova tavola carica del disappunto che la piega violenta dei fatti aveva creato nel fumettista.

“Fino All’Estremo!”. La mostra che la città felsinea gli dedica è ospitata al piano terreno di Palazzo Albergati. Una manciata di sale per ripercorrere, in maniera molto sintetica l’intera opera del fumettista, in un percorso che parte dalla sua opera più tarda e autobiografica (“Gli ultimi giorni di Pompeo”) e risale a ritroso fino ai primi successi. Le già citate avventure di Pentothal, ma anche quelle di un altro personaggio iconico del corpus Pazienziano, ovvero Zanardi. Physique du rôle del perfetto “villain”, cinico, senza scrupoli e senza valori. Il vuoto assoluto è quello che lo caratterizza, di fatto dipingendo l’archetipo del giovane italiano degli anni ’80.

Non manca ovviamente un accenno ad alcune delle tante copertine di dischi disegnate da Pazienza. Roberto Vecchioni ma anche i Gaznevada, la punta musicale del Movimento del 1977 animata alla chitarra da quel Ciro Pagano i cui tratti somatici sono stati da ispirazione per il personaggio di Zanardi. E poi alcune tavole dell’incompiuta “Astarte” e quella dedicata alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, altra ferita profonda e tutt’ora aperta nelle utopie di un’Italia che a fatica stava cercando di uscire dagli “anni di piombo”.

La mostra, più che per i duri e puri di Andrea Pazienza, sorride a chi vuole avvicinarsi con curiosità alla vita e alle opere di uno dei più geniali esponenti del fumetto e dell’intera cultura “underground” italiana. Ma anche per approfondire un pezzo di storia del nostro Paese, in bilico fra luce e buio. Una sorta di semina, perché il mito e l’eredità artistica e culturale di Paz possano continuare a propagarsi di generazione in generazione.

Parole e Foto di Alessandro Gennari

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