Rugo: “La Scherma Mi Ha Plasmato: Un ‘Affondo’ Tra Lucio Dalla e Dente”

Quale è il filo conduttore che lega due mondi, quello della scherma e quello della musica, in apparenza tanto lontani e ma in realtà tanto vicini? Una delle tante risposte a questa domanda è ad esempio racchiusa in un nome: Rugo. Al secolo Francesco Ferrari, provenienza Pisa. E nel suo ultimo lavoro, dall’emblematico titolo “Affondo”, di scherma ce n’è tanta pur non essendo direttamente presente nei testi dei nove brani. Ma le immagini di uno degli sport più metaforici del panorama ci sono eccome: nella copertina del disco, nei video di “Formiche” e “Don Bosco”. E, soprattutto, nel processo di costruzione delle canzoni.

Lo abbiamo incontrato e scambiato quattro chiacchiere per parlare delle sue canzoni, della sua musica, di una lenta ripresa di quell’attività dal vivo che è fuoco vitale per ogni musicista. Ma anche per una conversazione da (sedicente e scrivente) schermidore a (ex) schermidore su affinità e divergenze fra questi due mondi.

Tu hai praticato scherma dai 5 ai 14 anni per poi smettere. Malgrado ciò, questo sport sembra essere molto presente nel tuo lavoro: penso alla copertina ma anche ai video che hai realizzato. Quanto è stata importante per te la scherma e quanto lo è ad oggi?
Più che la musica, la scherma ha influenzato il mio modo di approcciare alle cose. Nel lavoro ma come più in generale nella vita. Ora anche se ho smesso e di fatto non lo seguo più, mi è rimasta l’attitudine, come se nell’affrontare le cose di tutti i giorni mi trovassi in pedana con davanti un altro avversario e devo trovare le misure per batterlo. E soprattutto, ti insegna a farlo da soli, perché in pedana sei solo. E questo ha plasmato la mia vita in tutti gli ambiti.

Come sei arrivato ad associarla alla musica invece?
Con un percorso di analisi a posteriori. Se ascolti bene il disco non ci sono dei riferimenti chiari alla scherma, è quasi un qualcosa che è presente più sul piano estetico che non effettivamente “pratico”. Anche se, come ho detto prima, è presente eccome nei pezzi del disco un atteggiamento decisamente influenzato dalla scherma e quindi ho pensato che ci stesse bene.

Entriamo ora più nel discorso dell’album: da più parti ho letto che il filo conduttore è quello dell’abbandono. Come mai questa scelta e come hai affrontato un fil rouge così delicato?
L’ho analizzato sotto diverse forme e diversi aspetti. Prendi ad esempio un pezzo come “Formiche”, il secondo singolo estratto dall’album. Quella è una canzone che parla di abbandono fisico, ma anche negli altri brani questo concetto è presente. E non è per forza un abbandono subito, ma può essere ad esempio provocato. Così come può essere reale quanto immaginario. Diciamo che l’approccio è stato in tutto e per tutto simile a quello di un incontro di scherma: mi sono trovato da solo, con di fronte il mio avversario, di fronte al quale non puoi scappare, e ho dovuto trovare il modo di portare a termine l’assalto.

Parlando più sull’aspetto musicale, ho sentito tantissimo in alcune tue canzone echi di Giorgio Poi. Confermi?
Sicuramente fra quelli attuali, Giorgio Poi è quello che più mi ha influenzato soprattutto a livello di produzione e costruzione musicale. A livello di scrittura invece ti direi Dente, che negli anni scorsi ho “studiato” a fondo e a cui mi piace ispirarmi, soprattutto per l’utilizzo della lingua che fa. E questo è rimasto molto nel mio modo di scrivere. Per il resto, ovviamente non mancano i grandi classici della musica nostrana, su tutti Lucio Dalla che ogni volta mi stupisce.

Mi ha colpito tanto il ricorso a giochi di parole, doppi significati etc. Da dove deriva questa caratteristica?
In realtà è una cosa che mi porto sempre con me da sempre e anche nella vita di tutti i giorni. Mi diverte tantissimo, proprio come caratteristica della lingua italiana. Ed era un qualcosa di già ravvisabile nel mio precedente EP (Panta Rei, uscito nel 2016, ndr). Lì addirittura c’erano dei veri e propri giochi con le parole e con i significati nascosti. Un testo addirittura funziona tipo “Settimana enigmistica”: ogni verso ti dà una soluzione e le parole di questa soluzione, se lette in un certo ordine, ti danno i titoli delle canzoni.

A breve peraltro comincerai a portare un po’ in giro live “Affondo”. Contento che si riparta?
Mi è mancato tantissimo. E credo che questa sensazioni accomuni me musicista a tutte quelle persone che sono rimaste ferme. Mi è mancato soprattutto il contatto con le persone, alimentato ovviamente dal suonare dal vivo. Poi ho cercato di prenderla con filosofia e farlo passare questo periodaccio. Ora sono contento che si riprenda anche se confesso che qualche timore c’è, quello di essere un po’ impacciato o di non ricordarmi come si fa… Adesso farò una data soltanto chitarra e voce a Milano (22 giugno), poi farò quattro concerti qui in Toscana, nei dintorni di casa mia. Non è propriamente un tour ma l’importante è rimettersi in moto. Peraltro queste date sono una piccola novità per me…

Nel senso?
Che porto in giro il disco suonandolo con una band di musicisti e non soltanto chitarra e voce come spesso ho fatto.

Un ringraziamento a Lucrezia per la dritta e aver di fatto portato alla nascita di questa intervista.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.