Un Sanremo “Difficile” Tra Indie E Pop Ma Alla Fine Ha Vinto Il Talento

Un Sanremo difficile. Ma perché esattamente? Sotto tutti i punti di vista ognuno di noi sapeva che sarebbe stato un Sanremo “diverso”, quello sì, ma difficile è un’altra cosa. Difficile sarebbe stato avere ospiti internazionali, difficile sarebbe stato dover vedere rispettati tutti i protocolli sul palco – cosa che, come abbiamo visto tutti, non è propriamente avvenuto; ma difficile avrebbe voluto più che altro dire finire prima, entro un orario consono all’uscita dei quotidiani il giorno dopo, quindi per la mezzanotte o giù di lì. Tutto questo non c’è stato, per questo Sanremo 2021 non è stato per niente difficile.

Diverso, quello senza altra ombra di dubbio, per le ore in cui i 60 orchestranti hanno dovuto indossare la mascherina; diverso perché i continui giochi fisici tra Amadeus e Fiorello – e non sono congiunti – e vedere la troppa approssimazione nelle premiazioni (Lucio Dalla e Mia Martini si sarebbero rivoltati nella tomba), per onorare la partecipazione di bravissimi artisti – Colapesce Dimartino e Willie Peyote – con, forse, le migliori canzoni in gara, ci ha lasciato di stucco. Diverso perché normalmente non si può ‘cancellare dalla scaletta’ un omaggio, seppur breve, a uno che di musica ne ha fatta tanta e quel festival l’ha vinto – Stefano D’Orazio ndr.
Difficile ma non diverso. E con un incasso per l’intera azienda Rai di circa 10 milioni di euro. E tutto questo non è stato merito di Amadeus e Fiorello, ma della musica. Sì, la musica sembra essere finalmente tornata protagonista del Festival della Canzone Italiana – perché è così che in realtà si chiama il “festival di Sanremo” – una donna protagonista di cinque serate. E non ci sono Barbare Palombelli o Vittorie Ceretti che tengano.

Le polemiche riguardo al Festival sono tante: dai 10 punti Auditel in meno rispetto all’edizione 2020dichiarato da QNalla positività di Irama che qualcuno aveva dato già per tornato in casa sua a Milano prima della finale di sabato sera. Polemiche sterili quando di fronte si ha la maestosità della musica che per cinque serate è riuscita a catalizzare l’attenzione della fascia d’età più difficile (quella dai 16 ai 24), tenuta dinanzi a un televisore per quasi 25 ore in cinque giorni. Un record certamente ma con il coprifuoco. Torniamo alla musica. Quando noi tutti avevamo letto la lineup a dicembre eravamo rimasti attoniti perché questo festival della ri-rinascita – non a caso Amadeus soleva chiamarlo il 2020+1 – è rinato proprio dai giovani, da quelli che conquistano le chart e gli ascolti di Spotify. Già nel 2020 c’era stato qualche giovane innesto con Junior Cally e i Pinguini Tattici Nucleari oltre ai vari cantanti dei talent. Ma nel 2021 la questione è stata molto diversa, intanto perché ci sono stati per la prima volta due artisti nati negli anni duemila tra i Big, Madame e Random, e parecchie ‘prime volte indie’: Aiello, Coma Cose, Colapesce e Dimartino, Fulminacci, La Rappresentante Di Lista, Willie Peyote. E i fuoriusciti dai talent, tra cui i vincitori Maneskin.

<<Meglio loro che altri>> questo il commento che i social vomitano sui quattro rocker romani. Che sembra quasi voler dire di aver votato il meno peggio, il “male minore”. Io, personalmente, non sono d’accordo: i Maneskin hanno meritano la vittoria perché semplicemente sono stati i migliori, i più bravi in ogni loro esibizione e non si sono mai tolti di dosso i vestiti sporchi del rock. Neppure quando hanno cantato il pezzo più nazional-popolare dei CCCP, “Amandoti”, insieme a papà Manuel Agnelli. Quindi il male minore stavolta non c’è. Ma, come scrive la stessa band romana sui social <<abbiamo fatto la storia>>: per la prima volta un gruppo rock ha vinto il Festival della Canzone Italiana, l’ultima band (pop) a vincerlo sono stati gli Stadio nel 2016.

Indie e talent. Il mondo musicale del Sanremo di oggi si divide tra chi ha un’etichetta (ma non una distribuzione) indipendente e chi è uscito dai talent (ed è per contratto seguito da una major). Perché non ci arrivi di certo a Sanremo senza un ufficio stampa o un’etichetta che vogliono credere in te. Oppure sei un fenomeno, musicale o mediatico, esattamente come i Maneskin. Ma loro sono anche bravi, piccola differenza. Per questo c’è stata una differenza abissale tra i 26 Big in gara, tra gli “indie” e i “talent” ma anche tra i più “giovani” e i nomi già “affermati”.
E vi spiego tutto in 10 punti!

Primo.
Il palco di Sanremo non è come gli altri palchi. La solennità dell’evento, la diretta nazionale, il caldo delle luci, il trucco e parrucco e i grandi stilisti che con i loro vestiti animano le performance degli artisti. Il peso di tutto su una singola esibizione di 3 minuti. E Fedez ne sa qualcosa.
Secondo.
Aver suonato al Concertone del Primo Maggio non è una garanzia. Non è detto che siccome tu abbia suonato su palchi prestigiosi come quello di San Giovanni e di fronte a mezzo milione di persone sappia farlo anche all’Ariston. Sei con un’orchestra che hai conosciuto una settimana prima e, probabilmente, il tuo pezzo lo hai creato nella tua cameretta o lo ha fatto direttamente il tuo produttore e tu sei stato catapultato a Sanremo con un calcio della tua etichetta.
Terzo.
Quasi tutti i Big sono stati fedeli alle proprie origini. L’urlo di Aiello, la scolasticità di Francesca Michielin e Fedez, le punture di Willie Peyote. Tutto in regola. Fuori dal coro Francesco Renga che presenta tre brani in uno – nella musica c’è lo zampino di Dardust – mettendo in dubbio le sue qualità vocali stravolgendo così le sue origini di cantante puramente pop. Sfida persa.

Quarto.
La mezza delusione delle cover. Dopo due anni di assenza tornano le grandi cover d’autore riproposte in singolo oppure insieme ad altri artisti. Alcuni artisti si sono auto-penalizzati a causa del voler fare il cantautore snaturando (punto terzo) le loro origini. Willie Peyote e Fasma diventano cantautori – e non hanno dimostrato di poterlo essere – mentre Ermal Meta è il furbone che si fa portare dal “Caruso” di Dalla in cima alla classifica dell’orchestra.
Quinto.
Hanno vinto gli artisti più in forma della musica italiana. I Maneskin sono in assoluto gli artisti più in forma del momento in Italia. Per numeri e performance. E arriviamo tra i favoriti all’Eurovision, trofeo che fino ad oggi hanno vinto solo Toto Cutugno nel 1990 (“Insieme”) e Gigliola Cinquetti nel 1964 (“Non Ho L’Età”), che si svolgerà il 18, 20 e 22 maggio a Rotterdam. Non staremo di certo “Zitti e Buoni”.
Sesto.
Orietta Berti. L’usignolo di Cavriago si è portata a spasso tutti i Big, veterani e new entry, per una grande lezione di musica. Sempre educata (<<Grazie Amedeo, grazie orchestra, grazie pubblico>>) in ogni serata della kermesse, pronta allo scherzo (<<Mi piacerebbe fare un duetto con Madame, Ermal MetaL e i NAZISKIN>>) e alle scuse (<<Mi scuso con l’albergo per aver lasciato l’acqua aperta per i fiori>>). Regina di stile – con i suoi abiti tra conchiglie cucite e rosso pompeiano – e di voce. Impeccabile.

Settimo.
Da sempre Sanremo è la “sfilata di mamma Rai” che, nonostante i 71 anni, si sente sempre giovane. E proprio per questo ha deciso di abbassare l’età media dei partecipanti e riempire così i corridoi dell’Ariston. Con un’età media sotto i 30 anni – e un pubblico tra i 16 e i 24 – l’obiettivo dell’azienda di Viale Mazzini è perfettamente riuscito: essere vetrina per i giovani Big. Ma anche mettere in evidenza le loro carenze sceniche e vocali.
Ottavo.
La quota romana. Nel 2020 erano 8 i cantanti dell’ambiente musicale romano in gara tra i Big (Achille Lauro, Elodie, Rancore, Giordana Angi, Junior Cally, Tosca, Michele Zarrillo e Diodato), nel 2021 invece sono 7 (Aiello, Ermal Meta, Fasma, Fulminacci, Maneskin, Max Gazzè e Noemi). A dimostrare che Roma è una città viva per la musica anche e soprattutto negli ultimi anni. L’underground romano sembra sopravvivere in contrapposizione con Milano, in cui continuano a chiudere locali.
Nono.
La lucidità di Ornella Vanoni. La maestra della musica ospite all’Ariston accusa di troppa prolissità canora il conduttore Fiorello: <<La tua passione è cantare? Cantano proprio tutti qui, ci sono i cantanti di professione. Se canti anche tu, non va bene>>. In pochi minuti la Vanoni ha riassunto i pensieri di milioni di spettatori riguardo alle troppe performance canore del buon Rosario – accusa mossa nel 2018 e 2019 anche a Baglioni.

Dieci.
Come i dieci milioni incassati dalla Rai. Questo è il bottino – euro più euro meno – che la Rai si è portata a casa dall’edizione Covid di Sanremo 2021. E un enorme aiuto è stato certamente dato proprio dalla criticatissima Chiara Ferragni. Sì perché con 0,51 centesimi a sms – più le chiamate – il pubblico ha letteralmente svuotato le proprie tasche in quelle dell’azienda pubblica. Il marketing insegna a non mollare mai e centrare l’obiettivo anche se i tempi sono difficili e la Rai non sbaglia.

Un pensiero su “Un Sanremo “Difficile” Tra Indie E Pop Ma Alla Fine Ha Vinto Il Talento

  1. Concordo con te, e va dato atto ad Amadeus di aver reso il Festival non solo accessibile bensì studiato apposta anche per un pubblico giovane, dando spazio ad artisti giovani e trasportando il programma ai giorni nostri

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