Alessandro Martinelli: “Ho Dovuto Perdermi E Sentirmi Profondamente Solo Per Ritrovarmi”

“Past And Present” è il disco di debutto di Alessandro Martinelli, noto con il moniker di Alex Mine, in uscita il 26 febbraio, un flusso emotivo e sonoro.

In seguito ad un grave incidente stradale nel 2008 e ad una lunga riabilitazione, inizia a frequentare discoteche e club e diventa dj resident in uno dei club più noti di Torino, continuando a produrre musica e pubblicando, in poco meno di un anno, il suo esordio discografico con lo pseudonimo di Alex Mine. “Past And Present” esce per Memory Recording, l’etichetta di Fabrizio Paterlini.

Ecco la nostra intervista a Alessandro Martinelli!

Ciao Alessandro! Come sei riuscito a coniugare le tue due dimensioni, la techno e la musica classica, il tuo ‘passato e presente’?

Ciao Raffaele, molto piacere! La techno e la musica classica non sono esattamente il mio passato ed il mio presente. Tutto vive costantemente dentro di me. La techno è per me libertà, aggregazione, divertimento, condivisione, gioia. Il pianoforte invece è la parte più introspettiva di me, lo strumento che più mi consente di andare a scavare dentro le emozioni, sensazioni più profonde. Per questo mi è facile coniugare i due mondi. Perchè nonostante possano sembrare così distanti, fanno parte di me allo stesso modo.

Da Alex Mine torni ad essere Alessandro Martinelli, quale è stato il momento esatto in cui hai capito che per te sarebbe stato necessario questo cambio?

Ho avuto bisogno di buttare fuori. Ho percepito la necessità di spogliarmi in qualche modo. E ho capito che, come ti dicevo prima, avrei voluto mostrare anche il mio lato più introspettivo. Durante il primo lockdown mi sono ritrovato chiuso in casa, solo, con una storia d’amore appena finita. Malinconia, solitudine ed incertezza hanno preso possesso del mio corpo e mi hanno spinto a portare avanti brani che già avevo ideato ma soprattutto di scriverne di nuovi.

Com’è passare dal casino di una sala piena di gente al silenzio di una stanza?

È stata una bella botta. Ho avuto la fortuna di trasformare la mia passione in lavoro, e negli ultimi 5 anni mediamente suonavo almeno due, tre volte al mese in giro per il mondo. Ti senti vivo. Conosci costantemente nuove persone, nuove culture, nuovi ambienti. Viaggiare ti apre la testa, se in più lo fai perché il tuo lavoro te lo consente, sei in uno stato di grazia. Quando tutto questo è venuto a mancare mi è crollato il mondo addosso. I miei viaggi in aereo erano diventati i 6 passi che facevo tra camera da letto e sala, le mie cene con amici e promoter erano diventati un piatto di pasta in solitudine davanti a YouTube e i momenti dietro la consolle erano diventate le ore passate al piano in casa. Un senso di vuoto ti pervade. Solo il piano è riuscito ad aiutarmi a superare questo brutto ed incerto momento.

Il pianoforte ti ha fatto compagnia in questo anno di pandemia e ti chiedo, com’è stato il tuo 2020?

Inconsapevolmente ti ho risposto prima 🙂

Ricordi il tuo primo approccio con il pianoforte? Grazie a quali autori ti sei avvicinato alla classica?

Si certo, andavo alle medie. E nel laboratorio di musica c’era un pianoforte. Un petrof verticale. Ma ci volle qualche tempo prima che mi ci avvicinai. All’epoca scelsi la batteria come strumento di laboratorio. Poi, un giorno mi fermai qualche minuto dopo la lezione, e mi fermai ad ascoltare un ragazzo che lo suonava. Da quel momento non mi ci sono più allontanato. Non posso dire di avere basi prettamente classiche. A quell’epoca venivo da un background più rock, dirti che ascoltavo musica classica non sarebbe vero. Prendendo lezioni di piano però, presso vari maestri in Torino, mi ci sono avvicinato man mano. Il primo insegnante era fissato con Bach, e mi mise subito sotto con qualche partitura che lezione dopo lezione riuscivo a masticare in autonomia. Sin da quel periodo però sentivo che tutto quel virtuosismo e quella complessità non mi appagano. Preferivo cose più minimali, più dolci e delicate. E parlandone con il mio insegnante mi mise al corrente del filone minimale che proveniva dall’America. E ne rimasi affascinato. Infatti poi con gli anni, ho sviluppato sicuramente più un’indole nel creare armonie dolci, minimali e profonde rispetto a creare complessi brani di difficile esecuzione ma carenti dal punto di vista emozionale.

“Past And Present” esce per Memory Recordings, l’etichetta di Fabrizio Paterlini, pianista e compositore eccezionale. Cosa pensi ti accomuni con Fabrizio?

Ho iniziato a seguire Fabrizio nel 2018, e non mi sono più staccato dalla sua musica. Penso che abbia una dote unica: sa toccarti lì, dove altri non riescono a toccarti. Beh, non so se ci accomuna questo, ma spero che la gente possa pensarlo anche di me.

Nostalgia, solitudine, inquietudine. A mio avviso sono queste le sensazioni che traspaiono da “Past And Present”, sei d’accordo?

100%! “Past And Present” è un viaggio, un percorso con diverse insidie, ma che trova comunque la sua risoluzione. Se si ascolta tutto con attenzione di percepiscono le varie salite, discese, e il proprio ritrovamento. Ho dovuto perdermi, sentirmi profondamente solo, per ritrovarmi. E sono contento se si percepisce durante l’ascolto.

Quando torneremo alla normalità come credi sarà la tua vita artistica? Ti dividerai tra serate nei club e pianoforte?

Mi piacerebbe un sacco. Come ti dicevo prima, sono due lati di me che viaggiano pari passo. Mi piacerebbe coniugarli anche da un punto di vista lavorativo, dal punto di vista degli shows e dal punto di vista discografico. Ci riuscirò.

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