Ezio Guaitamacchi: “Amore, Morte e Rock ‘N’ Roll: Le Vite Straordinarie e Le Morti di 50 Rockstar”

“Amore, Morte e Rock ‘N’ Roll – Le Ultime Ore di 50 Rockstar: Retroscena e Misteri” è il nuovo libro di Ezio Guaitamacchi edito da Hoepli e con prefazione di Enrico Ruggeri.

Decano del giornalismo musicale, autore e conduttore radio/tv, scrittore, docente e performer, direttore di due riviste specializzate e di varie collane di libri, Guaitamacchi ha voluto spingersi oltre raccontando le ultime ore di vita di 50 rockstar intrecciate con i loro grandi affetti: da David Bowie a Aretha Franklin, da Kurt Cobain a Jeff Buckley.

L’opera illustrata da Francesco Barcella raggruppa per tipologia di ‘crimine’ gli ultimi momenti di diverse leggende della musica con immagini d’archivio, box di approfondimento, citazioni e canzoni che fanno da colonne sonore ai racconti.

Ecco la nostra intervista a Ezio Guaitamacchi su “Amore, Morte e Rock ‘N’ Roll”!

Buongiorno Ezio! Come e quando nasce “Amore, morte e rock ‘n’ roll”?

L’idea nasce un anno e mezzo fa come seguito a un progetto del 2010 che si chiamava ‘Delitti rock’, un programma di 10 puntate per Rai 2, un programma televisivo e un programma radiofonico per la radio della Svizzera italiana, uno spettacolo teatrale e un libro con lo stesso titolo che raccontava 200 casi di morti misteriose dagli anni ’30 al 2010. Un libro molto più enciclopedico e schematico rispetto a “Amore, Morte e Rock ‘N’ Roll” che è un libro di narrazione, di 40 storie che coinvolgono 50 rockstar e nel quale è inserito il termine amore. Perché come mi disse una volta Laurie Anderson: <<La morte può anche essere vista come l’espressione dell’amore che abbiamo provato per la persona scomparsa>>. E questo mi ha fatto venire in mente che dietro le morti delle rockstar ci sono storie d’amore, storie di sentimento oppure anche l’assenza dell’amore, la solitudine che è complice di alcuni di questi delitti.

Malattie, suicidi, dipendenze, incidenti, fratellanze maledette. A quale di questi temi del libro si sente più legato?

Non mi sento legato a nessuno di questi temi. Non ho nessun legame particolare, diciamo che racconto delle fini di queste vite straordinarie spesso anche delle loro ultime ore con un tasso di straordinarietà o di coincidenza pazzesco, è allo stesso livello dei protagonisti di queste storie. Io non è che mi senta più legato a uno di questi temi ma l’obiettivo è quello di raccontare storie, narrarle nella forma più appassionante possibile, di far capire che alla fine della vita di questi personaggi che abbiamo considerato alla stregua di divinità ci sono esseri umani con tutte le debolezze e purtroppo con la caducità della vita umana. In quelle ore si avvicinano a noi anche se poi le loro opere risulteranno immortali come è giusto che sia.

L’amore, in qualunque sua forma, è da sempre il motore della musica. Ma secondo lei, è ancora così per la musica di oggi?

L’amore credo che sia il motore della vita più che il motore della musica. E quindi credo che qualunque essere umano aspiri ad avere una relazione affettiva significativa, non so quanto stabile, lì dipende dalla volontà e dal modo di essere di ognuno di noi. Certo che per la maggior parte di noi una relazione d’amore continuativa e stabile rende la vita piena, più bella e a volte più rassicurante. Sicuramente lo è stato per molti dei protagonisti delle mie storie perché tutti quelli che, scavalcata una certa età si sono inoltrati in età più mature hanno abbandonato le velleità dei Don Giovanni o delle vite più avventurose anche dal punto di vista sessuale alla ricerca di una stabilità sentimentale. Quelli che non ci sono riusciti – vedi Amy Winehouse, Janis Joplin, Whitney Houston, George Michael – muoiono soli. Ma non soli dal punto di vista fisico, soli dal punto di vista sentimentale. Questo ha prodotto in loro ancor più inquietudini, incertezza, paura e ansia di quello che già la vita artistica di questi soggetti produce di suo.

Molti artisti sono morti da soli, nei loro letti e nelle loro stanze. Secondo lei c’è un legame tra una vita vissuta sempre sotto ai riflettori e una morte in silenzio?

Non c’è un legame tra una vita vissuta sotto i riflettori e una morte in silenzio, c’è una fragilità enorme che unisce tutti coloro che hanno una vita dedicata all’arte. Lo spiega nella prefazione Enrico Ruggeri quando sottolinea la difficoltà di trovare un equilibrio tra il trionfo pubblico e il fallimento del privato. Comunque la gestione del successo quando arriva e la gestione dell’ansia, dell’inquietudine nel momento in cui ci si rende conto del successo ma si ha anche paura di perderlo quindi sono vite, la maggior parte di queste, anomale, diverse. Io le definisco straordinarie nel senso letterale del termine cioè non sono vite ordinarie quindi non possono essere riferibili alle vite che conduciamo noi poveri esseri umani. Sono vite che vanno oltre la nostra immaginazione, spesso condotte come cantavano gli Eagles ‘sulla corsia di sorpasso’ (si riferisce al brano “Life In The Fast Lane” ndr) e quindi ad alto rischio, molto pericolose. Quanto siano silenti le morti questo non lo so, nel senso che la morte è un momento di silenzio, si perde qualsiasi tipo di contatto con la realtà per come la conosciamo noi e si parte per un viaggio ma non ti so dire quale sia e quale sia la destinazione. Però sicuramente è difficile che uno muoia non nel silenzio ma sicuramente non vedo legami se non che gli artisti sono esseri umani fragili proprio perché vivono in una dimensione diversa da quella che viviamo noi e staccata dalla realtà e senza avere i piedi per terra l’instabilità è assoluta. Questo li lega e lega poi anche i loro destini finali.

Whitney Houston - Foto di Randee St. Nicholas
Whitney Houston – Foto di Randee St. Nicholas

Leonard Cohen, Lou Reed, David Bowie, Lemmy Kilmister. Tutti accomunati dall’accettazione della loro morte. Gli ultimi anni hanno visto la fine di un ciclo di vecchie rockstar – ma purtroppo anche di nuove come Chester Bennington, Chris Cornell e Keith Flint. Ma oggi il rock può considerarsi ancora vivo?

Il rock ha cambiato la musica. Ha cambiato la funzione che ha avuto fino a 10/15 anni fa quando è stata una forma non solo di comunicazione tra i giovani ma anche una forma identitaria. Oggi non è più così. Negli anni ’70 quando ero un ragazzo noi ci identificavamo totalmente nei nostri idoli, ci riconoscevamo tra di noi, diventavamo amici solo perché ascoltavamo la stessa musica, condividevamo lo stesso tipo di ideale, di messaggio, a volte lo stesso tipo di abbigliamento. Insomma ci si riconosceva all’istate. E questa cosa è stata molto importante perché ha letteralmente cambiato il mondo ma lo dico senza retorica non nel senso politico, nel senso che quella rivoluzione non aveva una finalità o meglio magari la aveva ma non era quella principale che invece era quella di trovare un modo di vivere diverso da quello che era stato fino agli anni ’50 di crearsi delle alternative artistiche, intellettuali, culturali, di stile di vita che effettivamente ci sono stati. Oggi molte delle cose in cui noi siamo abituati a frequentare, a vivere, a sentire, dalla sensibilità verso l’ambiente alla cura del proprio corpo, a una ricerca spirituale ad alimentazioni diverse ma anche al modo di intendere le relazioni, l’empatia. Questo tutto deriva da quella rivoluzione artistica iniziata nella metà degli anni ’50 negli Stati uniti, esplosa in tutto il mondo dalla metà degli anni ’60 fino quantomeno alla fine degli anni ’70 e poi riverberatasi in varie forme sino agli anni Duemila. Da quel momento è cambiato tutto nel senso che oggi la musica e quindi il rock non hanno più la funzione che avevano una volta: sono diventati intrattenimento, a volte superficiale a volte più significativo. Oggi i giovani comunicano, si identificano attraverso altre forme espressive o attraverso altri linguaggi e mezzi, forse l’unica musica che mantiene un legame stretto tra chi la produce, chi la interpreta e chi la fruisce è la musica trap. E con questo non voglio dire che sono un appassionato e cultore di trap ma sono un osservatore e come tale posso dire questo. Oggi la trap è mainstream e bisogna vedere se riuscirà come ha fatto il punk a mantenere una propria identità, etica e credibilità nei confronti del pubblico oppure se si appiattirà sul successo commerciale e diventerà tutt’altra cosa. Per quanto riguarda invece il rock come tutte le forme d’arte, ha avuto una evoluzione durata tantissimo perché se noi consideriamo il suo inizio con l’incisione del primo brano di Elvis il 5 luglio del 1954 sono passati più di sessant’anni e stiamo ancora qui a parlarne o anche ad avere la fortuna di vedere sul palco alcuni dei grandi maestri che mi auguro finiranno in un volume come il mio il più tardi possibile come Roger Waters, Bob Dylan, i Rolling Stones o personaggi di quel calibro su un palcoscenico equivale a vedere Picasso dipingere e Shakespeare dirigere una commedia in teatro o Beethoven una delle sue sinfonie o Mozart o Chopin suonare uno dei suoi notturni. Questi personaggi verranno considerati tra qualche migliaio di anni alla stregua delle grandi eccellenze della razza umana e già di fatto quando, sono ancora in vita, vedi il Premio Nobel dato a Bob Dylan, sono ormai stati sdoganati e considerati anche dalla cultura ufficiale dei veri assoluti protagonisti.

“La miglior mossa di marketing per una rockstar? Morire giovani”. Se una rockstar invecchia, quale sarà la sua miglior mossa di marketing?

La migliore mossa di marketing per una rockstar che arriva in età matura, come ha dimostrato David Bowie o Leonard Cohen o Lou Reed, è quella di riuscire a cantare della propria età. È una dote che hanno solo i grandi artisti, come quei pittori che hanno cambiato nel corso della loro vicenda artistica stili o modalità espressive diverse riuscendo sempre ad adattarle al nuovo corso. Ecco nei musicisti questo è un po’ più raro però lo stiamo vedendo per fortuna sempre più frequentemente, penso a Bob Dylan, Paul Simon. Cohen e Bowie addirittura a cantare della morte. Penso che questo sia il punto massimo di arrivo e, per dirla come dicevi tu, la miglior mossa di marketing. Cosa c’è meglio di una commercializzazione di un prodotto che è perfettamente in linea con le aspettative, le sensazioni e le sensibilità del pubblico a cui si riferisce.

Ian Curtis e Kurt Cobain sono due miti. Secondo lei, qual è il loro straordinario successo senza tempo?

Credo però che siano due personaggi diversi. Kurt Cobain ha perfettamente incarnato la quintessenza della scena musicale di cui lui è stato protagonista, la generazione che una volta chiamavano X Generation quella che era sottostante alla scena grunge del Nord -Ovest delgi Stati Uniti. Ha avuto in lui un vero e proprio personaggio ideale dal punto di vista dello stile musicale, dal punto di vista dei testi, del suo personaggio e della sua storia: un ragazzo della provincia con una fanciullezza e un’adolescenza molto complicata vittima purtroppo di quelle sostanze che hanno imperversato in quegli anni soprattutto in quella zona, non dimentichiamo che Seattle è un porto commerciale, arrivavano navi dall’Oriente cariche appunto di eroina di pessima qualità e una zona in cui il clima ricorda il nord dell’Inghilterra. In questo senso Seattle e Manchester si assomigliano, sono climi cupi, piovosi in cui la vita si svolge prevalentemente al chiuso in cui certamente non agevolano una solarità dal punto di vista caratteriale o di attitudine. Però Kurt Cobain è stato un personaggio assolutamente emblematico, forse è stata l’ultima grande rockstar che è stata centrata in un luogo, in un tempo, in un contesto socio-culturale, è stato il John Lennon degli anni ’90 finito tragicamente non perché il colpo di arma da fuoco se lo è sparato lui, almeno fino a prova contraria mentre Lennon gli sono stati scaricati cinque colpi da un fan psicopatico. Ian Curtis è un personaggio che appartiene a una scena più ridotta, quella del post-punk della città di Manchester di quei tardissimi anni ’70 e primi ’80 è una cosa diversa. In più Kurt Cobain era primo in classifica: la musica alternativa aveva scansato Michael Jackson. I Joy Division stavano per imbarcarsi in un tour americano ma erano ancora un gruppo di nicchia. Certo, in quel caso la morte di Ian Curtis, personaggio iper complicato da tantissimi punti di vista dove per altro come racconto io, le sue storie d’amore hanno avuto un influsso importante sulla sua psiche così come purtroppo anche l’utilizzo di sostanze varie fin da tenera età non hanno agevolato il suo equilibrio psico-fisico. Però credo che siano due personaggi molto diversi, proprio dal punto di vista della caratura artistica. La morte di Ian Curtis lo ha sicuramente proiettato in avanti soprattutto per un pubblico un po’ particolare, Kurt Cobain è stato qualcosa di più importante da tutti i punti di vista e soprattutto dal punto di vista compositivo: lui ha scritto davvero tantissime grandi canzoni e se per entrambi è un peccato che la morte così precoce abbia privato noi di pagine importanti, ecco, quella di Kurt Cobain è ancor più grave perché sono sicuro che un artista così dotato dal punto di vista compositivo avrebbe potuto regalarci grandi canzoni e forse, forse, anche lui in età più matura, se fosse riuscito a scamparla, un po’ come ci sta facendo vedere Eddie Vedder, avrebbe avuto una carriera più significativa e artisticamente più rilevante ancora.

Lei crede alle maledizioni? La tragica fine di Tim e Jeff Buckley, gli incidenti aerei che hanno coinvolto Lynyrd Skynyrd e Stevie Ray Vaughan, l’appartamento di Cass Elliot e Keith Moon…

Non credo alle maledizioni, credo alla sfiga perché gli esempi citati sono veramente da campionato mondiale della sfiga e andrebbero sul podio. Sono coincidenze dettate da uno stile di vita sempre stato abbastanza vicino all’eccesso, che non è quello delle persone ordinarie quindi più a rischio in generale. Cioè se ti muovi abitualmente con un aeroplano o con un elicottero diciamo che, per quanto siano considerati mezzi sicuri, guarda cosa è successo. Evidentemente al campione di basket Kobe Bryant basta una variazione meteorologica significativa e questi mezzi possono essere meno sicuri di altri oppure se te ne vai in giro magari con una automobile veloce e non rispetti i limiti, il rischio è più elevato. Poi c’è la componente di coincidenza surreale, però anche Jeff Buckley entrare nell’affluente del Mississippi, il Wolf River, entrare lì dentro, vestito, urlando a squarciagola ‘Whole Lotta Love’, secondo me non è che devi essere completamente lucido, non è come andare a fare il bagno alle Maldive. Le muddy waters del Mississippi invogliano a entrare quanto quelle del Lambro o del Tevere a Roma, l’ultima cosa che viene in mente è di farci un bagno dentro. Per cui c’è una componente di sfiga elevatissima. In alcuni casi, per esempio Stevie Ray era uno che era riuscito a liberarsi grazie all’amore a ritrovare lucidità, a togliersi la dipendenza dall’eroina, lì è stata proprio una sfiga totale decidere di tornare grazie a un favore fatto dall’amico Eric Clapton che gli dà la possibilità di usare il suo elicottero che cade dopo due minuti dal decollo. Quindi secondo me non ci sono maledizioni, la maledizione la costruiamo noi in maniera letteraria o chi crede in queste cose. Io non ci credo.

Ora le chiedo, anche alla luce delle recenti morti di Dolores O’Riordan, Keith Flint, Chris Cornell e Chester Bennington – per citare la prefazione di Enrico Ruggeri – qual è il prezzo da pagare per essere consegnati all’immortalità?

Non credo ci sia un prezzo da pagare per essere consegnati all’immortalità, certamente la vita dell’artista è una vita fuori dall’ordinario e come tale solo chi la conosce e chi vive in quel mondo lì può capirla, è una vita bellissima ma anche paradossalmente che ti porta a essere fuori dalla realtà e fai fatica a relazionarti anche con gli altri. Anche per questo motivo l’artista sviluppa un egoismo fortissimo, un po’ perché tende a rimanere aggrappato a quel successo e un po’ perché viene completamente travolto e deve essere immerso al 100% nella sua parte creativa però l’egoismo che penalizza in maniera assoluta chi vive di fianco a questi personaggi, parenti, collaboratori, amici, diventa un atto di altruismo verso tutti noi che invece delle sue opere artistiche siamo i fruitori. Anche in questo caso è una cosa davvero straordinaria pensare che un egoista nel privato diventi un altruista nel pubblico. La difficoltà è un po’ quella lì. Per tornare alla tua domanda, forse il prezzo che l’artista paga è proprio questa difficoltà di trovare un equilibrio tra il successo pubblico e il privato, ritorniamo sulla prefazione di Ruggeri. Quando però lo trova ecco che allora riporto fuori i casi che dicevo prima: Bowie, Cohen, Lou Reed ma anche lo stesso John Lennon che aveva 40 anni quindi relativamente giovane però i 40 anni degli anni ’80 erano diversi dai 40 anni di oggi. Però lui aveva trovato grazie a Yoko Ono una stabilità affettiva, era anche un po’ rinato: ‘Just Like Starting Over’ cantava proprio pochi mesi prima della morte, voleva ricominciare in qualche modo. Ecco sono tutte cose che a quel punto rendono l’artista ancora migliore e sicuramente la persona più serena e come tale più matura e che trasferisce questo senso di maturità e di equilibrio nelle sue opere.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.