Dolche: “Nostalgia Di Fellini: “Exotic Diorama” Eclettico E Spontaneo”

Christine Herin, già nota con lo pseudonimo di Naif Herin, torna come Dolche, un omaggio alle atmosfere retrò e nostalgiche del capolavoro di Federico Fellini “La Dolce Vita” con l’aggiunta delle iniziali di Christine (C e H).

“Exotic Diorama” è il primo album di Dolche e tratta importanti tematiche, da quella LGBTQ+ alla violenza sulle donne che nasce dalla fusione di vari suoni creati da Dolche in studi e tempi distanti fra loro.

Ecco la nostra intervista a Dolche!

Ciao Christine! Dopo cinque album come Naif Herin torni come Dolche, un omaggio alle atmosfere retrò de “La Dolce Vita” di Federico Fellini. Come mai questa decisione? E perché hai scelto proprio l’opera del regista per la tua nuova vita?

Ciao Raffaele! Più che una decisione la chiamerei un’evoluzione che è avvenuta piuttosto naturalmente nel corso del tempo. Musica a parte, se oggi ti chiedessero se sei la stessa persona di venti anni fa, cosa risponderesti? Nella mia vita, personale e musicale, è cambiato talmente tanto (da mille città in cui ho vissuto e inciso e suonato, alla persona con cui sono sposata che era prima un uomo e ora una donna, al figlio che partorirò tra poche settimane!) che a un certo punto è stato davvero naturale sentire il bisogno di un rinnovamento che mi assomigliasse di più tenendo conto sia del percorso che mi ha portata qui, sia delle evoluzioni.

Fellini ha un posto particolare nel mio cuore e, insieme a Pasolini, lui solo riesce ad evocare in me un senso di nostalgia per un paese nel quale ancora vivo. Questa stessa romantica malinconia è quella che, nei periodi in cui vivo negli Stati Uniti (vivevo almeno fino alla pandemia), leggo negli occhi e nelle aspettative di chi vive oltre oceano quando pensa alla Vecchia Europa. Mi piace quell’Europa, anche se qui non esiste. Anche io mi sento un po’ retrò in alcuni lati e sicuramente appartenente a un tempo diverso da quello dei ritmi frenetici del millennio.

Ti presenti sulla copertina di “Exotic Diorama” con una corona di fiori e corna di mucca come tributo alle tue origini valdostane. A me la tua nuova immagine ricorda molto Bjork, sei d’accordo?

Ora che mi ci fai pensare forse sì. Non è voluto, ma Bjork è un’artista che ammiro molto e amo da tempo. Sicuramente una mia fonte di ispirazione. Come lei anche io collaboro con molti artisti nel mio percorso artistico che non è fatto solo di musica ma di contaminazioni. La corona è personalissima. Come dicevi tu è un tributo alle corone che nella mia comunità rurale e di allevatori di bestiame mettiamo in capo alle vacche quando scendono a valle dai pascoli alpini durante la desarpa. Molti amici mi dicono ridendo che si ricordano quando alle medie studiavano la transumanza…beh ecco per me non era nei libri! Questa immagine di bellezza e di creature quasi divine che noi tutti celebravamo al loro passaggio, è per me impressa a fuoco nell’immaginario. Le mucche così adorne erano dee pagane e bellissime e lo sono ancora oggi. Una comunione con la natura e un rispetto per le risorse che offre che ancora oggi porto avanti nelle mia battaglie per l’ambiente e nella mia arte. A realizzare la prima è stata un’artista Polacca che ho scovato nelle mie ricerche, Beata Bojda. Poi uno scenografo Newyorkese di Chelsea che crea i costumi per il teatro dell’opera in un antro fatto di piume e animali fantastici. Per la copertina ho voluto collaborare con un collage artist di Seattle, Tim Manthey, anche lui scovato nelle mie ricerche, perché volevo che l’immagine, come in un vero diorama, avesse una reale tridimensionalità tattile. Ho lavorato con registi che sperimentano tutti i mezzi, dal deep fake all’animazione e al trucco scenico. Con coreografi sperimentali e con poeti dell’immagine. Bjork è sempre stata libera e audace nelle sue scelte artistiche e in questo è stata una grande maestra per me.

Parliamo di “Exotic Diorama”. Il titolo trae ispirazione dai diorami del National Museum of Natural History di New York, ce n’è uno in particolare a cui sei particolarmente legata?

Si. Amo moltissimo uno dei più piccoli. È al primo piano, accanto a quelli magnifici delle alci e dei bisonti. Si trova in un corridoio laterale, molto buio, tra lepri e animali di bosco. All’improvviso si gela tutto, la notte cala e nelle nevi bianche e blu che rifrangono i raggi della luna, due lupi maestosi corrono verso di te nello slancio della caccia. Provo un senso di libertà e silenzio e pace in questa immagine così segreta e silenziosa che mi vengono i brividi. Gli animali ovviamente devono vivere in natura e non essere uccisi per stare nelle teche di un museo. La storia del museo di NY è lunga centinaia di anni e gli animali che si vedono oggi furono catturati in un’epoca diversa e con scopo di divulgazione scientifica. Vengono restaurati nel tempo e l’intero museo è una celebrazione della vita e della natura sebbene gli esemplari che lo abitano siano impagliati. Parte dei fondi servono a salvaguardare la vita delle varie specie nei loro habitat oggi. Non metterei mai piede in uno zoo ad esempio e ci tengo a dire che tutti dovremmo pensarci bene prima di pagare un biglietto per vedere degli animali che sono costretti a vivere lontano dal loro habitat.

Gotye, LP, Cher e Bjork. Sono questi i riferimenti che mi vengono in mente ascoltando “Exotic Diorama” che ondeggia tra atmosfere elettroniche, acustiche e pop. Come è nato il sound del disco?

Interessanti abbinamenti. Ma c’è anche molto folk, tante influenza di musica orientale e specialmente Araba e molta musica italiana e francese degli anni passati. Il sound nasce in modo molto spontaneo perché semplicemente asseconda il mio spirito eclettico e pieno di contaminazioni. Spesso sono nei casini perché mi chiedono di che genere sia la mia musica. Non c’è un genere solo, né c’è una sola lingua (canto in italiano, inglese francese ma anche spagnolo e altre lingue) nell’album e spesso neanche nella stessa canzone. Il sound mi viene da quello che ascolto e dagli incontri musicali che faccio ma anche da quello che mangio, dalle città che vedo, dai paesaggi in cui cammino. Dalla giungla di asfalto di Manhattan a quella verde del Guatemala posso ascoltare clacson e trivelle ma anche rane dai versi assurdi e uccelli coloratissimi, tutto si trasforma in suoni per me e si incontra poi nella mia musica.

Dolche – Foto di Griffin Shapiro

I matrimoni omosessuali in chiesa sono uno dei temi più caldi negli ultimi anni in Italia. Tu, da sostenitrice LGBTQ+, credi che questa situazione riesca prima o poi a sbloccarsi? Credi che il Vaticano riuscirà a modernizzarsi?

Credo e devo credere che presto la chiesa come la politica italiana dovrà ascoltare il proprio popolo. La gente è pronta, lo è sempre stata. Girando il mondo mi sono accorta che molte altre religioni hanno già aperto le porte ai matrimoni gay ed è stato bellissimo vedere finalmente delle chiese piene di gente che crede nel loro messaggio e non vuote come le nostre. E quando parlo di chiese parlo anche di moschee e sinagoghe. Gli anziani del mio villaggio di quaranta anime sperduto nelle montagne hanno accettato me e Chiara come i tatuatori di West Hollywood: senza batter ciglio. La politica non deve aspettare che il Vaticano si modernizzi perché viviamo in uno stato laico. Tra l’altro Papa Francesco ha fatto delle dichiarazioni di estrema apertura nei confronti delle persone LGBTQ+, venendo peraltro stigmatizzato dalla CEI. I fedeli, i cristiani, gli ebrei, i musulmani insieme ai laici sono pronti, prontissimi ad accettare l’amore perché ogni religione professa l’amore. Gli estremismi religiosi e le strumentalizzazioni politiche sono tutt’altra storia. Ma noi non dobbiamo combattere quelle. Noi dobbiamo semplicemente ascoltare il cuore delle persone e aprire le leggi e le porte a cittadini e fedeli che a tutti gli effetti sono al pari degli altri. Auguro presto all’Italia di non essere più il fanalino di coda dell’Europa anche in questo. Spero presto di poter assistere a questo momento storico e vedere delle chiese piene di colori.

“Exotic Diorama” si chiude con una splendida cover di “Psycho Killer” dei Talking Heads. Posso chiederti perché la scelta del brano?

Io amo i Talking Heads e stimo tantissimo David Byrne. E ho un passato punk che non molti conoscono! Quello che mi piace quando faccio una cover è di fare davvero mio il brano, scardinandolo prima di ricomporlo con le stesse tessere ma magari messe al contrario. Mi piace da morire. È questa la sfida delle cover, cercare di dare una veste diversa ai successi mondiali.

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