The Blind Monkeys, “Argini”: il disco d’esordio traccia per traccia

The Blind Monkeys hanno pubblicato “Argini”, primo disco in studio del gruppo che ha come concept l’idea di limite come punto da raggiungere e superare per trovare se stessi, scoprirsi e ritrovare l’empatia.

“Argini” vuole rappresentare momenti di leggerezza e di paura, un viaggio attraverso l’ansia e i momenti più bui che conducono con fatica, pazienza e costanza a un nuovo rapporto con noi stessi, a una rinascita, che ci dona, per un momento, dopo tanta salita, una vista meravigliosa dall’alto della cima. Spiega la band:

“Questo album ha il sapore delle nostre idee e della nostra storia. Non c’è stato nulla di scelto a tavolino negli anni che ci hanno condotto fino a qui. Abbiamo faticato per fare con le nostre mani ogni parte del lavoro, dalla musica, ai suoni che sembrano elettronici, fino alle copertine di album e singoli. Questo album è per tutti, per chiunque voglia prendersi un momento per fermarsi, per riflettere, ma anche per sfogarsi e divertirsi, per rilassarsi e sentirsi liberi dalle pressioni quotidiane”

“ARGINI” – TRACCIA PER TRACCIA

Fuoco alle polveri: è qui che nasce la tessitura del racconto, attraverso l’utilizzo di suoni la band vuole introdurre e calare nelle sensazioni. Una porta, dei passi, si è a casa, ma forse si cerca altro, in fondo alla sera, ci si siede, si scrive e si inizia ad entrare in un altro mondo. Si sentono delle catene e dei passi trascinati, è la suggestione di un prigioniero che cammina.

Prisoner: sabbia e vento, una marcia. Un prigioniero è trascinato in catene al patibolo, abbassa lo sguardo verso terra dopo una vita passata a rubare e uccidere e solo ora si scopre, pensa e ricorda. Pensa a quando da bambino suo padre gli tenne la mano per l’ultima volta, prima che anche lui, prigioniero, subisse la stessa sorte per gli stessi motivi. Non cambierà però qui la sua idea, il suo disprezzo verso chi ha distrutto suo padre e il suo futuro. Non si pente nemmeno per un secondo delle sue scelte, della sua libertà, del suo disprezzo verso chi lo addita come unico male, quando sono quelli che si considerano i giusti, i primi pronti ad ucciderlo o a isolarlo, a umiliarlo, a volerlo schiacciare. E allora chi ha ragione? Chi è il colpevole? Chi si può permettere di giudicare? Prisoner è un inno alla libertà, alla forza dei propri principi e un invito a tenere la testa alta verso i soprusi di tutti i giorni, fieri di chi si è fino all’ultimo secondo, pronti a godersi i risultati e le responsabilità delle proprie azioni. Ecco il primo racconto del limite, di argine, di crollo e di ricordo e di scoperta di sé. Il brano, dopo la prima strofa, è un richiamo a un hard rock classico, con chitarre distorte, una linea di basso potente e una voce spinta. Il testo è duro e diretto, studiato in modo lirico nel significato delle sue parole, una voce urlata introduce una energia tribale. La musica è quasi colonna sonora della storia. Non è chiara la fine del prigioniero che insieme “danza”, appeso al collo alla forca e viene finito dai colpi di fucile rappresentati dal riff finale.

Animale: Un’idea di classica sonorità rock and roll alla Rolling Stones, ringiovanito, fresco, spontaneo, con un sound, una struttura e un testo di ragazzi anche figli dei loro tempi. Un rimando alla fisicità del rock, al ballo come metafora fisica e carnale, in un ritmo pulsante, che purifica e dà libertà, aprendo le porte alla positività, allo sguardo alto e che non vede l’ora del nuovo, della spontaneità, contro l’uguale, il ristagnante e l’antiemotività.

Bianca: una buonanotte, l’ultima. É la storia, un invito, una provocazione. Una nonna che racconta ciò che ha capito e ciò che gli altri erroneamente le hanno indicato per una vita. Sarà l’ultimo sguardo verso il futuro che darà in vita sua, sarà l’invito ultimo a essere se stessi e a non perdersi nemmeno un minuto, cercando sempre ciò che appare più sincero e semplice. L’intorno tragico è accompagnato da una dolcezza che deve portare l’ascoltatore ad addormentarsi con serenità e gioia, con positività verso ciò che ci aspetta, nel ricordo del bambino leggero e spensierato che c’è in lui. La canzone, unico brano acustico dell’album e inizialmente pensato come chiusura, è in ordine cronologico l’ultimo brano composto. Vuole essere un inno alla semplicità più estrema, musicalmente ridotto all’osso per comunicare in modo pieno e diretto le emozioni, si basa su suoni acustici e percussivi. Strumento principe è la chitarra che, alternata a una tecnica fingerpicking, con l’uso di un’accordatura aperta, è utilizzata anche come percussione. La parte vocale e la parte della chitarra sono state scritte e incastrate in dinamica e significato, con una resa delicata, ma uno studio e un’esecuzione per nulla semplici. É considerato dalla band il punto più maturo del loro lavoro compositivo, di arrangiamento, di scrittura e di tecnica vocale.

Argini, Pt. 1: il terribile incontro con la vita e noi stessi, le ombre più temibili che si nascondono dentro di noi ci fanno sprofondare in una depressione profonda, in un’angoscia e paura che sembra non dover finire mai. Il panico ci paralizza e la nostra stanza ci sembra aliena. Solo agli argini ritroverai chi sei, ritroverai te stesso. Per quanto scioccante questo incontro può essere, spesso è necessario per tutta la vita per rinnovarsi. Il brano è un suite divisa in due parti ed è la title track dell’album, è infatti simbolo e sintesi di tutto il concetto dell’album. Dalle onde del mare, che si guarda seduti sugli scogli, ci si cala negli abissi dell’anima, in una risalita che ci troverà cambiati per sempre. I suoni sono cupi e l’immersione nell’atmosfera avviene gradualmente, con chitarre secche e dirette, l’equilibrio tra tristezza vuole essere tagliente e portarci agli estremi. Un assolo e una montagna di suoni sostengono la salita più faticosa che ci sia, l’ultima.

Argini, Pt. 2: l’uscita dalla depressione, la risalita. Una luce in questo mondo cupo e privo di speranze che sembrava circondarci, ritrova i suoi colori. C’è una via e c’è una strada, che si compie solo attraverso di noi. Nessuno in fondo ci può aiutare se non noi, fino a scoprire quella forza infinita che ci spinge sempre a riscattarci quando tutto sembra finito. Da questa forza può nascere energia, superbia o infine serenità e tranquillità. Le tastiere accompagnano con corpo questo passaggio, i bassi sono avvolgenti. Il tema scoppia sulla chitarra e spezza la malinconia della parte 1 in una salita sempre più forte. La voce è dolce e avvolgente e sussurra quasi la serenità ritrovata, la vera serenità. Tutto sfuma in un assolo finale, fino a che ci ritroviamo di nuovo seduti sugli scogli, soli con la nostra chitarra e il nostro pensiero. È stato tutto un pensiero.

Teco: si tratta di una ballata d’amore, un amore finito. Ecco un ricordo, la coppia, lo stare assieme solo per abitudine, il cercare di colmare un vuoto e una distanza di qualcosa di non più vero, ma che a suo tempo era stato sincero e spensierato. E allora cosa rimane se non il ricordo? Come attraverso un racconto che passa da Ariosto, Virgilio e dal “Futuro” di Cortazar, si scopre il potere di un sentimento quasi epico nella sua passionalità, irrequietezza e nella sua fine. Rimane un amore capace di rendere forti anche nei periodi più bui, in cui si precipita e con difficoltà si riesce ad alzare la testa. Il brano, con rimandi al glorioso rock progressive italiano anni ’70 e ispirato dalle sonorità di PFM e Biglietto per l’inferno, non manca di una sua semplicità ed immediatezza quasi pop. Si scorge così la fusione tra due mondi che, almeno esteriormente, paiono diametralmente opposti.

MerceMarcia: è un puro brano rock basato su un riff, una sfida e una corsa in velocità. Una fusione col caos. L’incertezza e la confusione non si può evitare, ma si può sfidare, si può vederla con forza e positività, ci si può ballare sopra. I rimandi agli anni ’70 e al rock più duro sono evidenti, il testo in italiano è un elemento distintivo per questo tipo di brano.

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