“The Story of Life” – Gli Ultimi Giorni Di Jimi Hendrix: Intervista a Enzo Gentile e Roberto Crema

“The Story of Life – Gli Ultimi Giorni Di Jimi Hendrix” (acquistabile qui) è il nuovo libro di Enzo Gentile e Roberto Crema con la prefazione di Leon Hendrix, fratello del leggendario chitarrista.

Il libro racconta l’ultimo mese di vita di Hendrix grazie a documenti, riviste, giornali d’epoca e interviste per un racconto che riscostruisce minuziosamente i viaggi, le esibizioni e la quotidianità privata dell’artista rock.

Oltre alle voci di chi lo aveva frequentato, il libro è impreziosito da un ricco inserto fotografico di 40 pagine, con alcuni scatti inediti e comprende un ampio resoconto sulla battaglia legale per l’eredità, con contributi di: George Benson, Eric Burdon, Paolo Fresu, Pat Metheny, Franco Mussida, Beppe Severgnini, Fabio Treves, Carlo Verdone.

Di seguito l’intervista ai due autori sul libro definitivo della carriera e degli ultimi istanti di vita di uno dei più leggendari musicisti, Jimi Hendrix!

Il 18 settembre 1970 Jimi Hendrix moriva per un mix di alcol e tranquillanti a 27 anni. Nel libro “The Story Of Life” viene raccontato l’ultimo mese di vita del leggendario chitarrista.
Da dove nasce questo vostro viscerale amore per il musicista americano?

È una storia lunga, che parte dall’adolescenza, quando mi sono affacciato alla musica che conta grazie, anche, al film tratto dal festival di Woodstock, che si chiudeva proprio con l’esibizione di Hendrix. Ma c’è ovviamente molto oltre la musica e lo stretto rapporto con le sue performance: la passione per il personaggio mi ha suggerito di approfondire la sua storia al di là dei tesori discografici che sono a disposizione di tutti. E l’amore che proviamo per Jimi ci impone anche di studiare, analizzare, raccontare le vicende che lo hanno portato alla morte: un’esigenza di verità, per ristabilire la realtà storica, fuori da ogni pregiudizio e diceria.

Tra i contributi c’è anche quello di Carlo Verdone, già nel precedente “Hendrix ’68 The Italian Experience”. Nel film del ’92 “Maledetto il Giorno Che T’Ho Incontrato”, l’attore romano interpreta Bernardo Arbusti, giornalista romano alla ricerca di rivelazioni sulla vera scomparsa di Hendrix per la sua biografia. Riprendo una sua vecchia intervista a Vanity Fair in cui dichiarava <<in quel film misi sette brani di Hendrix, oggi sarebbe impossibile>>. Cosa ne pensate? Credete che nel cinema di oggi, la musica degli anni ’60 e più in generale il rock non creino più appeal?

Il problema oggi sarebbe solo di impegno economico: i diritti dei brani di Hendrix ora hanno costi moltiplicati, sarebbero inavvicinabili per qualsiasi produzione italiana: il potere evocativo, legato alle immagini, invece, credo sarebbe tuttora prezioso, se legato a un cinema di qualità.

In “The Story of Life”, l’introduzione è del fratello di Jimi, Leon Hendrix, che ha visto l’ascesa e la fine del chitarrista dovuta anche a un padre alcolizzato. Secondo voi, quanto il contesto familiare ha inciso sui vizi e la morte di Jimi?

Jimi e Leon sono cresciuti vicini, stretti da un grande amore, ma in un contesto degradato, di estrema povertà e irto di tante difficoltà. La madre morta troppo presto, il padre incapace di reggere le redini di una famiglia complicata hanno necessariamente inciso sugli equilibri dei due ragazzi. Non credo però a un automatismo così rigido: certe abitudini di alcol e droghe erano all’ordine del giorno tra tutti, o quasi, gli artisti del rock d’epoca. E non avevano avuto certamente tutti lo stesso denominatore comune riguardo le condizioni socioeconomiche.

Leon sta cercando ancora una verità per la morte di Jimi ma ha veramente senso continuare a cercarla oggi?

Direi che ulteriori riscontri saranno impossibili da reperire, mezzo secolo più tardi. Resta il fatto che un fratello non si voglia arrendere davanti a una perdita insensata, che peraltro ha comportato l’esclusione da ogni eredità e l’inibizione a firmare lavori come film o documentari dedicati a Jimi ad esempio: un distacco imposto che capisco possa essere vissuta tuttora come inaccettabile, oltre che ingiusta.

Jimi <<aveva qualcosa di speciale che lo contraddistingueva da chiunque altro, era in anticipo sui tempi e lo è ancora>> (parole di Leon Hendrix). Secondo voi perché? E con lui un’intera generazione di musicisti nati negli anni ’40: Paul McCartney, Robert Plant, Steven Tyler, Pete Townshend…

C’è un miracolo che attiene a una generazione di artisti – molti di più rispetto a quelli che hai citato, Dylan, Lennon, Clapton, Neil Young… – che ancora fanno testo e dettano la linea nel pop, nel rock, nella canzone d’autore. Fuori dalla nostalgia o dal revival, parliamo di una stagione, i Sixties, che hanno cambiato le regole, ed edificato la colonna sonora del nuovo mondo, come nessun altro decennio dal Novecento a oggi.

Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin, Alan Wilson. Tutti scomparsi a 27 anni. Voci di intere generazioni, inghiottiti nel tunnel della droga e in un business milionario più grande di loro. Guardando al panorama musicale di oggi, a vostra totale discrezione, c’è qualche artista che riprende quel concetto di ‘libertà musicale’ propria della Beat Generation?

Premesso che a essere inghiottiti nel tunnel della droga, sono stati anche molti altri, e comunque non Jimi Hendrix come abbondantemente dimostrato nelle pagine del nostro libro, sarebbe sbagliato cercare eredi, tentare raffronti, fissare parallelismi tra periodi e contesti così diversi: si è trasformato il business, l’humus culturale e dunque cambiano le unità di misura. Un personaggio che comunque amo molto per la capacità di attraversare i linguaggi, con originalità e vigore creativo, è Ben Harper, peraltro sulle scene dagli anni Novanta.

Enzo Gentile e Roberto Crema

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