I sentieri selvaggi e inesplorati di Taylor Swift

Recensione "Folklore" Taylor Swift End of a Century

<<I sentieri si costruiscono viaggiando>>Franz Kafka

Arriva il momento nella vita di un artista in cui è il momento di percorrere sentieri inesplorati, selvaggi e di montagna per arrivare alla stessa destinazione, allo stesso punto finale. Ma percorrendo un’altra strada. Più facile o, a volte, molto ma molto più difficile. Perché alla fine <<i sentieri si costruiscono viaggiando>>, esplorando, inerpicandosi su viali sterrati che a volte possono farci cadere, rialzarci e proseguire il cammino. Un continuo moto alimentato dalla curiosità, dalla voglia più animale di osservare un panorama nuovo che ci accompagni lungo il viaggio.

Uno zaino e una manciata di canzoni, l’essenziale per Taylor Swift per partire alla ricerca della sua parte più selvaggia e mistica, del suo animale guida, di una volpe, di un gufo o, più semplicemente, qualche collega che le insegni come stringere bene i lacci delle sue scarpe da trekking per scalare l’immenso Everest della musica. Partita dalla cittadina di Reading – quella americana, in Pennsylvania, non la ben più famosa e festivaliera località inglese – la trentunenne guarda diritto dinanzi a sé entrando in un fitto bosco in cui riesce a mettere ordine, tra foglie secche, falsetti e tasti bianchi e neri di pianoforte.

<<A blindness that touches perfection but hurts just like anything else. Isolation, isolation, isolation>>, una cecità (morale o fisica) che va a toccare le corde della perfezione, seppur sia una mancanza, quindi una imperfezione di natura, ma colpisce e fa male come nient’altro al mondo. L’isolamento, quello di cui cantavano i Joy Division in “Isolation” (1980) era una condizione dell’anima, un estraniamento sociale e mentale in cui l’allora leader Ian Curtis si rifugiava fino, purtroppo, a farsi inghiottire definitivamente. “Folklore” nasce in isolamento, un isolamento strutturale in cui Taylor Swift, rinchiusa in casa a causa della pandemia da COVID-19, si mette al piano e compone il primo disco folk della sua carriera. Un elogio, più che un viaggio, agli american modern folk singers.

Gentile, colta e curiosa, la Swift arrotola il suo red carpet da popstar per iniziare a camminare su un suolo che forse non le è mai appartenuto, la strada, sterrata e sbuccia-ginocchia dopo una caduta in bicicletta. Un sentiero di montagna in cui la diva diventa grunge (indossa le camicie di flanella e si sporca di candeggina i suoi perfetti jeans) e viene scortata nell’escursione da Bon Iver e Aaron Dessner come fossero i suoi Petrarca.

Durante il percorso Taylor porta molti ricambi, da “22, A Million” di Bon Iver a “29” di Ryan Adams, da “Tidal” di Fiona Apple a “Born To Die” di Lana Del Rey, abbeverandosi sempre alle fonti di Neil Young, Micah P. Hinson e quei The National del suo compañero Dessner (insieme alla Swift in 11 dei 16 brani di “Folklore”). Un nuovo muro, un blank space da riempire però con le diverse tonalità di grigio, un cielo immenso che perde luce naturale per essere illuminato solamente dal camouflage musicale di Taylor Swift. Un “Cardigan” per tutte le stagioni avvolge e rincuora la voce statunitense, dopotutto per lei l’essenzialità è <<baciarsi nelle macchine e nei bar del centro>> e rivela il nome della terza figlia di Blake Lively e Ryan Reynolds dedicandole “Betty”.

La continua innovatio di un’artista americana – in controtendenza al suo Presidente Donald Trump – che dalla sua stanza esplora il Monte Iwate poi il Virunga e vaga dal Monte Elbert fino agli Urali: una proiezione astrale sulla neve, rocce e terriccio, la voce di “Shake It Off” passa dal pop da classifica di “You Need To Calm Down” all’intimismo di “Invisible String”.

Nel suo romanzo autobiografico del 1951, “Sulla Strada”, Jack Kerouac insegna ai posteri che <<si può sempre andare oltre, non si finisce mai>>.
E l’ex popstar sembra averlo capito.

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