Errico Canta Male: “Racconto La Mia Torino e Le Sue Diverse Realtà”

L’importanza dei contatti “local” nelle città in cui ti sposti per lavoro o cazzeggio, non si vede soltanto quando si tratta di consigliarti i posti con il miglior rapporto qualità prezzo per mangiare o i migliori localini da cui uscire catafratti – copyright della mia amica Veronica – dopo infiniti giri di shottini biecamente scroccati presentandosi al bancone e, ancor prima di ordinare, buttando lì il più paraculo dei “Ciao, mi manda (inserire nome dell’amico in comune di turno)”.

Può capitare ad esempio che dal cassetto del cruscotto della macchina di una tua amica torinese, incrociata per un tranquillo aperitivo in occasione di un passaggio nella “Black City“, spunti fuori un cd di un musicista a te totalmente sconosciuto perché attivo soprattutto nella scena locale ma di cui basta ascoltare un paio di canzoni per metterlo subito nei propri preferiti. Il mio incontro con la musica di Errico Canta Male, al secolo Angelo Errico Mossi, è andato proprio così, dopo aver sentito le tracce contenute all’interno del suo disco “Quartieri, vol I”.

Lo abbiamo intervistato per parlare di come è nata l’idea di dedicare un “concept” ai quartieri della sua città, degli ascolti che lo hanno influenzato, dell’importanza del lavorare con lentezza in un mondo frenetico e di Torino, che continua a rinnovare la sua tradizione di scena fra le più prolifiche in Italia.

– Mi ha colpito molto il tuo nome d’arte, perché “Canta Male”?

Malgrado già scrivessi pezzi, mi dicevano sempre che non sapevo tanto cantare. E così, anziché trovare qualcuno che li cantasse al posto mio, ho scelto questo nome così abbasso le aspettative, metto le mani davanti. Sai come funziona se uno non ha aspettative, qualsiasi cosa gli proponi va bene, se vai a sentire uno che canta ti aspetti che come minimo sappia cantare. Insomma, chiamiamola pure una paraculata.

– Da dove nasce l’idea di un disco sui quartieri di Torino?

Anche qui è stata una bella paraculata. Perché inizialmente non è nata con quell’idea lì. Io scrivevo dei pezzi e gli stessi carinissimi amici che mi dicevano che non sapevo cantare, mi hanno fatto notare che nelle mie canzoni c’era questa sorta di “ossessione geografica”, con tantissimi riferimenti a questa o quell’altra via. E quindi aziché cambiare tutto e fare tesoro di questa critica, ho deciso di dare questo tipo di struttura al progetto. Peraltro in altre canzoni, che non sono qui presenti, ci sono tantissimi riferimenti alla città.

Hai già pensato ad altri “volumi” oppure il progetto è finito qui?

In teoria sì, ce ne sarebbero altri. Se riusciamo a farli… Sicuramente farò un volume 2, c’è qualche traccia anche se a breve, indicativamente verso l’estate o forse poco più in là, dovrei far uscire un altro EP con temi totalmente differenti che nulla hanno a che vedere con questo concept legato ai quartieri. L’idea mia è portare avanti in parallelo i due progetti , senza però fossilizzarsi su di esso. Non voglio correre il rischio di sembrare la pro loco. Alcuni mi hanno anche chiesto perché non mi faccio patrocinare dal Comune, ma ovviamente non è questa la mia intenzione.

Anche perché i temi affrontati nelle tue canzoni non sono propriamente quelli compatibili con la “promozione turistica”…

L’intenzione dei miei brani non è quella di “parlare bene” di un determinato luogo, bensì di raccontare quello che accade in quelle realtà. Nel momento in cui tutto ciò dovesse assumere un carattere professionale, diventerebbe una merda.

Hai usato un criterio particolare nello scegliere i quartieri da cantare?

Sono tutti quartieri in cambiamento. Le periferie sono rimaste un po’ fuori, infatti in questo periodo sto occupandomi di quartieri come Mirafiori o Barca, che sono molto periferici. Quelli cantati nel primo album sono in realtà quartieri abbastanza centrali, vecchie zone popolari che hanno subito trasformazioni. Prendi San Salvario: quando ero piccolo, non ci potevo andare da solo. Se avevi amici lì, la mamma ti diceva di fare attenzione. Adesso non è più così, come anche Vanchiglia. Forse più che quartieri popolari, parlerei di quartieri gentrificati.

– Peraltro, “San Salvario” di fatto è una “cover” di Malvina Reynolds e della sua “Little Boxes”. Mi è piaciuta l’analogia fra le scatole made of ticky tacky, quindi tutte uguali fra di loro, e i tanti localini spesso fatti con lo stampino che nascono nei locali della cosiddetta “movida”.

Quella è stata forse la prima o la seconda che ho scritto. In realtà è nata lì per lì in dieci minuti la sera che avevo fatto il mio primo concerto al Barrio. Mi avevano chiesto se riuscivo a suonare per un quarto d’ora – venti minuti e mi sono accorto che qualcosa mancava. Questo per dire che non c’era un grande piano dietro a questa canzone, ma piace molto. Io per un po’ l’ho odiata, adesso mi sta di nuovo simpatica.

Street art a San Salvario – Foto di Alessandro Gennari

Torino è comunque sempre molto presente nei tuoi brani.

Sì, ma alla fine ho capito che tutto ciò accade perché vivo qui ed è normale che parli di qui. Se fossi di Belfast, canterei di Belfast. E se fossi di Cisternino, parlerei di Cisternino. In fin dei conti è normale che i posti in cui vivi entrano nei tuoi testi.

– Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Dietro le mie canzoni c’è tantissima roba. Il folk innanzitutto. In realtà, però, io vengo dal punk, avendo avuto un gruppo punk in cui ho cantato e suonato. Ed è stato quello che forse mi ha formato di più anche a livello di scrittura. Ovviamente anche tanto cantautorato, soprattutto De Andrè: la sfida non è stato tanto “assimilarlo”, quanto non ricalcarne gli stessi stilemi. Forse ne ascolto anche troppo di De Andrè, dovrei disintossicarmi.

Per quanto riguarda la dimensione live, come ti muovi? Sei principalmente in Torino o zone limitrofe o ti muovi anche verso fuori?

Partiamo dal presupposto che faccio tutto in maniera auto-organizzata, ma quando ci sono le occasioni mi muovo. Purtroppo ora come ora fare musica è come avere un’azienda: se non hai da investire, difficile fare cose. Tutto quello che organizzo è grazie allo sbattimento di altre persone. Ad ogni modo ci sono dei posti che per me sono un feudo, dove ho tanti amici: penso alla Sardegna oppure a Pavia. Ma è capitato anche che abbia suonato a Milano oppure a Trento, città con cui c’è una sorta di “asse”. Alla fine però credo stia tutto nelle possibilità: chiunque voglia che io venga a suonare mi chiama e ci si accorda. Ti dirò, la mia idea in realtà è proprio quella di suonare più fuori da Torino che non in città.

Tornando alla tua musica, si nota nei testi una forte presenza delle tematiche sociali. Da cosa nasce questa scelta?

In realtà anche qui è tutto frutto di casualità. Ad ogni modo Torino ha una certa storia di “incubatrice” di fenomeni sociali. Ad esempio è stata città simbolo della lotta degli operai in fabbrica e talvolta quest’anima ancora rimane. Inoltre essendo un posto che ha le tendenze di una grande città ma che è al contempo piccola, le contraddizioni vengono prima a galla. E comunque il mio ambiente è quello, ho suonato in centri sociali e studentati occupati, e anche questo ha influito.

Torino è da sempre una delle scene musicali più importanti in Italia, cosa offre oggi dal tuo punto di vista?

Devo dire che c’è un sacco di gente talentuosa, anche se forse eccessivamente “atomizzati”. Nel senso che ci si conosce tutti, ci si stringe la mano però si fa poco assieme. Però, ripeto di musicisti talentuosi ce ne sono tanti. Quello di Andrea Lazlo De Simone è forse il più bel disco italiano uscito ultimamente e viene da Torino. Lui è la dimostrazione che per fortuna, quando si produce un lavoro di qualità stratosferica, ancora si viene notati. Ma potrei farti altri nomi, come il mio amico Nicolò Piccinni oppure Rossana De Pace, una delle altre giovani leve. Lei è di Mottola ma artisticamente la consideriamo dei nostri. Torino come vedi è sempre sul pezzo.

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