NOAH GUNDERSEN: la recensione di “White Noise B-Sides” (2019)

NOME

Noah Gundersen

GENERE

Indie/Folk

ESORDIO

Brand New World (2008)

ULTIMO ALBUM

White Noise B-Sides (2019)

COPERTINA

"White Noise B-Sides" copertina album Noah Gundersen

ELENCO CANZONI

God don’t talk to strangers
Lady of the ocean
Some nights
California
I’m alright
White noise
Sentimental kids
Last of the leavers

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM

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PUNTO DI VISTA

A soli trent’anni è difficile mostrare una spiccata sensibilità artistica accompagnata da una solida autoconsapevolezza, ancora più difficile è inanellare una serie di successi discografici profusi dello stesso aroma compositivo. Noah Gundersen, classe ’89, è l’artista giovane d’oltreoceano che più ci è arrivato vicino.

Originario di Olympia nello stato di Washington (fosse stato greco sarebbe stato ancora più assurdo dare un senso alle sue origini e al suo stile compositivo), il giovane folk singer nasce da una famiglia che in molti, almeno là, vorrebbero avere… cioè di un’ala conservatrice “illuminata”. I suoi sono ferventi cattolici devotamente religiosi eppure progressisti: fin da piccolo lo iniziano alla fede ma lo incoraggiano a perseguire la verità, la ricerca e persino la messa in discussione del dogma e della gerarchia ecclesiastica. Questo intreccio antitetico di spiritualità e metodica scientifica, insieme con lo stimolo in tenera età al suono, alla registrazione e all’amore per la musica genera una piccola singolarità, un nephilim musicale con la poesia nelle vene e la melodia nell’organo che le pompa. Noah è infatti un artista completo e complesso, dai tratti un po’ antichi, folk rock evocativi, capace di mettere in discussione se stesso e ciò in cui crede, al fine di raggiungere una propria prospettiva personale.

“White Noise”, l’album pubblicato alla fine del 2017 per Cooking Vinyl, lo aveva consacrato definitivamente fra gli autori indie-folk più intensi e interessanti degli ultimi anni. Dopo un’antologia di 11 dischi, un EP e una nomination all’Emmy per la co-scrittura della canzone “Day is Gone” trasmessa in Sons of Anarchy, Noah decide di tornare a mostrare l’altra faccia della medaglia con le B-Sides dell’album che lo aveva consegnato alle luci della ribalta.

La sua carriera artistica appare molto più vicina alla tradizione dei cantautori di fine anni ’60 (e non è un caso che il suo maggiore nume tutelare sia Neil Young, genio country psichedelico dalla creatività illimitata): a 18 anni, dopo aver trascorso più di un anno a vivere dentro la sua auto e suonando nei piccoli bar e nelle caffetterie di Centralia, Noah fra Kerouac e Supertramp comincia la sua incursione nell’industria musicale. La sua musica suona spesso come un’invocazione, i cui motivi lirici quasi mondani, le riflessioni sulla cultura moderna, la melodia e lo spirito sono così fortemente riflessivi e teleologici che tutto sembra poter trovare un senso nell’armonia delle sue forme.

Noah Gundersen pubblica "White Noise B-Sides"

Ma proprio questa intangibilità è anche il limite ultimo del suo genere musicale: la mancanza di muscolarità e di mordente può suonare molto, ad un orecchio poco incline così come ad un umore poco allineato, come una carenza di originalità nelle tracce. In effetti tutto il disco segue una logica pacata, come un fascio di luce che scende dal picco di un monte islandese a svelare il bagliore etereo dell’aurora. E del disco, 5 tracce su 9 possono essere descritte come “fuori dal comune” (le altre invece non rifulgono della stessa luce e suonano come una riproposizione non troppo innervata dello stesso tessuto musicale). E più precisamente:
– “God Don’t Talk To Strangers“, la canzone di apertura, è una perfetta miscela dylaniana di Kurt Vile, Tallest Man On Earth, Snow Patrol e Neil Young, con un comparto lirico che avvicina il ricordo a Jónsi dei Sigur Ros;
– “All Of Your Love” fa pensare quasi alla collaborazione dei Rudimental con Ed Sheeran e di nuovo ad un pezzo di matrice War On Drugs cantato da Brandon Flowers dei Killers;
– “White Noise” cambia repertorio e allestisce qualcosa di più vicino all’opera di David Byrne o di Tom Yorke;
– “Sentimental Kids” è la cosa più vicina ad un nostalgico addio alla carriera Peter Gabriel (“Red Rain?“) e ad un augurio a trovare un equilibrio nella maturità delle proprie emozioni, ma di quelli decantati da Annie Lennox;
– “California” sopra tutte, esalta il potenziale senso di rapimento che la musica di questo giovanissimo artista può scaturire, immerso fra melodie folk e prog rock instillate in piccole gocce di rugiada mattutina.

Insomma, ci sono tante anime nell’opera di Noah Gundersen. Non siamo certi che tutte abbiano la stessa forza esplicativa nel catturare l’ascolto quando a guidarla è un’energia gentile, un’elettricità statica che ha tutto meno della travolgenza. Ma sappiamo che se vi lascerete guidare, passo dopo passo, verrete rapiti da una sensazione di distesa serenità, di calda certezza. Quella sensazione che a volte fa pensare che tutto, in un modo o nell’altro, andrà bene.

VOTO: 7,5

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