ARCHITECTS: la recensione di “Holy Hell” (2018)

NOME

Architects

GENERE

Metalcore

ESORDIO

Nightmares (2006)

ULTIMO ALBUM

Holy Hell (2018)

COPERTINA

Gli Architects sono tornati con il nuovo album "Holy Hell"

ELENCO CANZONI

Death is not defeat
Hereafter
Mortal after all
Holy hell
Damnation
Royal beggars
Modern Misery
Dying to heal
The seventh circle
Doomsday
A wasted hymn

 

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM

 

 

PUNTO DI VISTA

Gli Architects sono tornati e sono molto, molto arrabbiati. L’attesissimo “Holy Hell” è uscito lo scorso 9 novembre sotto l’egida di UNFD ed Epitaph Records, a seguito di una forte attività promozionale comprendente quattro singoli (“Doomsday”, “Hereafter”, “Royal Beggars” e “Modern Misery”) e il documentario Holy Ghost, il cui titolo ritorna nel testo del brano di chiusura del disco “A Wasted Hymn”.

Il cortometraggio, presente sul canale YouTube dell’etichetta, rappresenta un importante punto di partenza per la lettura ‘ideologica’ del disco: incentrato sull’avvicinamento al concerto della band all’Alexandria Palace, indaga il lascito dell’ex chitarrista Tom Searle, la cui tragica scomparsa dopo una battaglia contro il cancro ha sconvolto e ispirato la formazione. I brani presentati sono quelli del disco precedente “All Our Gods Have Abandoned Us” più “Doomsday” mentre sui titoli di coda viene inserita la strumentale di “Royal Beggars”: uno sguardo al difficile passato recente e alla speranza insita nel futuro prossimo, che evidenzia la continuità tra la produzione pre e post-Searle.

Architects, recensione album "Holy Hell"

Dal punto di vista musicale, emotivo e tematico, l’album rientra nel solco di “All Our Gods”, sostanzialmente plasmato dalla malattia di Searle e dalla coscienza della sua imminente scomparsa. Il sound netto e un po’ ripetitivo tipico degli Architects può far apparire i brani molto simili tra loro, ma è estremamente riconoscibile e dà al gruppo grande identità. Nelle undici tracce si assiste a una leggera, ma sensibile raffinazione del suono che trova eccezione nella breve e roboante “The Seventh Circle”, un apostrofo rabbioso in un disco che mescola sapientemente metalcore e utilizzo della melodia.

Introduzioni potenti e testi in cui è facilmente rintracciabile il vissuto del gruppo sono tra le caratteristiche principali del disco; a legare le tracce tra di loro e al resto della produzione ci pensa la voce inconfondibile di Sam Carter: in “Holy Hell” viene abolito il ricorso alle citazioni visto in “All Our Gods” per puntare sull’estensione del range vocale del frontman, che alterna note altissime nel suo classico graffio all’uso di emozionanti clean vocals, in particolare tra “Royal Beggars”, “Doomsday” e “A Wasted Hymn”.

Il tema centrale è nuovamente l’opposizione tra morte e sacralità, prospettive di difficile conciliazione nell’esperienza traumatica vissuta dalla band inglese; tematica che si riflette in alcune scelte musicali (in particolare il ricorso agli archi e una più spiccata coralità) e conferisce all’album un’atmosfera quasi gotica. Tuttavia, se “All Our Gods” traduce la crisi, il buio totale e la soppressione della speranza relativi alla scomparsa di Searle, “Holy Hell” rappresenta il nuovo inizio della vita dopo la morte.

"Holy Hell" è il nuovo album degli Architects

Il disco precedente si chiude con “Memento Mori“, brano nichilista e sperimentale che celebra la vittoria, l’onnipresenza, l’onnipotenza della morte; il pezzo di apertura di “Holy Hell”, “Death Is Not Defeat”, riprende la linea di archi che percorre “Memento Mori” ma porta un messaggio di rinascita sicuramente più positivo. Qualcosa di simile si vede anche in “Damnation”: viene citata una frase di “Gone With The Wind”, brano simbolo di “All Our Gods”, con l’aggiunta di un secondo periodo che ne rovescia il significato (“If hope is a prison, than maybe faith will set me free”).

“Holy Hell” è un album forte praticamente da tutti i punti di vista, non cala mai di intensità e non presenta brani deboli. Tra i brani, “Royal Beggars” spicca per completezza, con un ritornello che non risparmia pelle d’oca nemmeno dopo vari ascolti. Se artisticamente parlando c’è vita dopo la morte, gli Architects hanno saputo dimostrarlo non solo al pubblico ma anche e soprattutto a loro stessi.

VOTO: 8,5

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