MUSE: la recensione di “Simulation Theory” (2018)

NOME

Muse

GENERE

Rock

ESORDIO

Showbiz (1999)

ULTIMO ALBUM

Simulation Theory (2018)

COPERTINA

I Muse sono tornati con il nuovo album "Simulation Theory", ecco al recensione di End of a Century

ELENCO CANZONI

Algorithm
The dark side
Pressure
Propaganda
Break it to me
Something human
Thought contagion
Get up and fight
Blockades
Dig down
The void

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM

 

PUNTO DI VISTA

di Raffaele Rossi

A tre anni da “Drones”, i Muse tornano con “Simulation Theory”, nuovo e ottavo lavoro della carriera della rock band inglese in cui 12 brani costruiscono un ponte tra il passato e il futuro della musica del trio.

Per iniziare a parlare di “Simulation Theory” però dobbiamo tornare un attimo indietro. Nel 2006 Matthew Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard chiudono il loro “ciclo rock” in cui chitarra, basso e batteria dettavano ancora legge e tre anni più tardi iniziano il percorso che li ha portati fino ad oggi e continuerà a guidarli verso nuove esperienze, umane e non. Con “The Resistance” (2009) vengono fuori alcuni flash della vita futura dei Muse: i tre ragazzi lentamente iniziano a sognare ad occhi aperti in “Undisclosed Desire” e “Uprising” in cui sample e synth fanno capolino. Tre anni più tardi, nel 2012, Bellamy e soci iniziano lentamente il processo di disumanizzazione con brani come “Madness” e le due title track “The 2nd Law” (“Unsustainable” e “Isolated System”) e, prendendo come sempre spunto dalle note di pianoforte dei Queen di Freddie Mercury, iniziano a prepararsi per la loro partenza verso lo spazio che avverrà poi solamente nel 2015 con “Drones”.

Sono passati tre anni dall’inizio del processo di disumanizzazione del mondo e dall’avvento dei droni ma cosa è cambiato?
I Muse si ritrovano a vagare in un Universo di suoni pre-registrati ed atmosfere da videogioco anni ’80, aiutati dai produttori alieni Shellback (Taylor Swift, Maroon 5, Pink), Rich Costey (già produttore per i Muse in “Absolution” e “Black Holes and Revelations”) e Timbaland (Justin Timberlake, Madonna, Nelly Furtado). Nel maggio 2017 esce a sorpresa “Dig Down”, grazie al quale i Muse escono dalla caverna in cui erano rimasti sepolti con lo scopo di cercare consensi per il loro nuovo sound e Lance Drake inizia a coinvolgere il pubblico in una serie di video commistione tra Blade Runner, Ritorno Al Futuro, Tron e Star Wars. 

I Muse sono tornati con il nuovo album "Simulation Theory", ecco la recensione!

Poi i singoli “Thought Contagion”, “Something Human”, “The Dark Side” e “Pressure” nei cui video fanno la loro comparsa vampiri e lupi mannari che da vintage diventano tecnologici e viaggiano nello spazio e nel tempo. Doctor Who insegna, Matthew Bellamy impara. I Muse non mettono a punto un remake degli anni ’80 ma li interpretano a modo loro, come se non li avessero mai vissuti e li immaginano come facevano i ragazzi nati negli anni ’50 o ’60. Le citazioni cinematografiche ci sono e sono ben evidenti: si va da “Un Lupo Americano A Londra” (film di John Landis del 1981) per il video di “Something Human” fino a “Thriller” di Michael Jackson in “Thought Contagion” e poi Ritorno Al Futuro in “Pressure” condito da alcuni animaletti guastafeste che somigliano moltissimo ai Gremlins, per non dimenticare “The Dark Side” che richiama le corse fluo di Tron.

Poi alcuni flash della vita passata, torna a galla “Origin Of Symmetry” nello spazio siderale: “Get Up And Fight” e “Blockades” sono la rappresentazione che sotto la scorza da cyborg i tre inglesi hanno mantenuto un grande cuore rock, rimasto devoto a quel filone di pensiero che negli anni ’90 veniva chiamato Brit-rock. E lentamente tutto si chiude con Matthew Bellamy che si perde nella pseudo-mini-opera-space-rock “The Void”.

I Muse hanno pubblicato l'ottavo album in studio "Simulation Theory"

I Muse sembrano aver composto “Simulation Reality” dentro un robot, tre Robocop creatori di musica che cercano di trovare la loro identità umana (“Break It To Me”). Ed è proprio qui che siamo d’accordo con il titolo di un brano, c’è “qualcosa di umano” ed è la componente principale che contraddistingue il trio britannico dagli altri colleghi che vogliono provare a comporre quello che in maniera azzardata oseremo chiamare space-rock. Il lavoro in studio e la precisione meccanica nelle esecuzioni live hanno l’ingrediente segreto che per i Muse è semplicemente l’essere umani – come sono ad esempio le varie scivolate sui palchi di Matthew Bellamy messe in risalto sui social. Non ci vergogniamo affatto nell’affermare che “Simulation Theory” è un disco bipolare: l’eccitamento e la depressione in chiave psicologica sono qui rappresentati da umano e macchina che acuiscono e al contempo sedano i sentimenti di rivolta musicale dei tre inglesi.

VOTO: 8

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