HOLY ESQUE: la recensione di “Television / Sweet” (2018)

NOME

Holy Esque

GENERE

Alternative/Indie

ESORDIO

At Hope’s Ravine (2016)

ULTIMO ALBUM

Television / Sweet (2018)

COPERTINA

holy esque television sweet copertina album

ELENCO CANZONI

Image of Man
I Am The Truth
House of Hounds
Give Me Your Stillness
Belly Full of Dread
Modern Tones
He, Spectral Electra
Anxiety
To The Cage You Go
Filth or Passion Television/Sweet

VIDEO/SINGOLI DALL’ALBUM


PUNTO DI VISTA

Quei maledetti e ciclici anni ’80

Dopo un debutto acclamato da pubblico e critica nel 2016 con l’album At Hope’s Ravine, gli Holy Esque ritornano in scena col loro sound conturbante che rivela una spasmodica ricerca dell’elemento umano nell’era digitale.

Chi sono gli Holy Esque?
Sono un gruppo originario di Glasgow dai toni cupi e crespuscolari, il cui nucleo centrale, composto dal cantante Pat Hynes e il tastierista Keir Reid cresce nel quartiere dei Jesus And Mary Chain e si sviluppa fra gli studi della Glasgow School of Art (dove si sono formati anche membri dei Franz Ferdinand, e ancor prima grandi poeti, scrittori e pittori). Attentissimi all’estetica, gli Holy Esque esordiscono con un album dal tono epico che mescola molto bene elettronica, post-punk e new-wave.

A seguito del loro primo Long Playing (At Hope’s Ravine appunto), diventano un vero e proprio fenomeno in Gran Bretagna, dove la band era già stata supportata ai suoi esordi da addetti di settore, riviste ed emittenti inglesi. Video ansiosi e oscuri caratterizzano la firma visiva della band, che raccontano viaggi psicofisici dove i traumi prendono la forma di ferite e lividi, e la fragilità del corpo e della mente umana è esposta dal modo in cui vengono divorati dalle proprie paure.

holy esque band

Television/Sweet, il nuovo album della band scozzese, affronta le tematiche di una società fortemente cosciente della mutevolezza in cui viviamo, la tendenza a dissociarsi in un’epoca in cui la connessione e l’interattività fanno parte della vita di tutti i giorni. Le prime suggestioni all’ascolto fanno pensare a New Order, Depeche Mode, Jesus And Mary Chain (per l’appunto), sino a fiancheggiare artisti decisamente più contemporanei come i Cage The Elephant. È strano definire il cifrario di questa band: c’è un po’ di Kavinsky, molto dei Duran Duran, un pizzico di Pixies… ma è come se gli Hurts incontrassero gli Smashing Pumpkins e facessero un figlio di un’altra epoca che assomiglia a Cure e Roxy Music.

L’album, nel suo complesso, è corrosivo ed essenziale, si esprime nel suo freddo “industrial-ismo” ammorbidito da un corpo analogico e paesaggi sonori veri e propri che vanno alla deriva man mano che si avvicina alla fine. Difatti i pezzi migliori si captano col finire del disco, dove risaltano brani come He, Spectral Electra, Anxiety e ovviamente l’eponimo Television / Sweet. Del primo singolo estratto, I Am The Truth, Hynes racconta: “In un’epoca di inarrestabile pressione sociale, la canzone esplora la paura della vera accettazione e racconta le estreme misure a cui ricorriamo per conquistare questo incubo immaginario”.

holy esque television / sweet

Ed è proprio il mezzo con cui Hynes si esprime ad essere il punto di forza e il limite del gruppo: il tremolio distintivo e ai margini del parodistico della voce del cantante e i suoi perturbanti saliscendi, cui viene dato spazio maggiore in Give Me Your Stillness, alimentano la melanconia e fanno accapponare la pelle. Il timbro oscilla tra i graffi gutturali di Win Butler (Arcade Fire), i plessi canori di Shirley Manson (Garbage) e i gemiti autorevoli di Simon Lebon (Duran Duran). Ma è un funambolismo che delle volte regge, delle volte no. Specie se non sei Tooru Niimura dei Dir En Grey o James Walsh degli Starsailor, o Bjork, per dire. Perché oggi come oggi la vera difficoltà del revival è capire dove sia il confine fra la retromania e l’omaggio ai tempi aurei. Sono contrazioni semi volontarie della cultura odierna, e si possono comprendere fin troppo bene in quanto scelta deliberata ma il fatto che siano esistiti in passato gruppi che hanno disteso e plasmato generi come il new wave o il noise rock in ogni loro declinazione (pensiamo ai Velvet Underground, Lou Reed, Brian Eno, Bryan Ferry ecc…) non significa che ce li siamo scordati. Quindi esprimere le proprie opinioni in un’epoca di “reboot-leg” in cui molti anelano alla rinascita dell’elettronica post-moderna al punto da confondersi tra loro, è quanto meno difficoltoso.

Con gli Holy Esque, ci si potrebbe soffermare sulla capacità di scrittura che connota questa giovane band: il loro esordio giustifica certamente l’hype che aleggiava sin dai loro primi passi, forte di un’abilità di arrangiamento e una ricerca contenutistica che mostra anche una certa capacità di flirtare col pop, e Television / Sweet è sicuramente il loro lavoro più complesso mai affrontato finora, dove un’elettronica introspettiva ed intimista la fanno da padrona. Ed è questo ciò che fa la differenza in un panorama tributario di rimandi spuri ed emuli ritriti che non sempre trovano il loro posto nel mondo.

VOTO: 7

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